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A lezione di “modello cinese”: politici, manager e prof occidentali nelle scuole di indottrinamento di Pechino

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La notizia, conoscendo la volontà cinese di diffondere nel mondo il proprio modello politico-sociale, non è affatto sorprendente. Tuttavia mette conto ragionare sul fatto che la Repubblica Popolare sta investendo grandi somme per promuovere il suddetto modello tra politici, manager e accademici di altri Paesi.

Partiamo dal fatto che, a detta dei vertici di Pechino, la Cina è finalmente riuscita a sconfiggere in modo definitivo la povertà, risultato che – come si rammenterà – in ambito italiano era anche uno dei principali obiettivi di Di Maio e del Movimento 5 Stelle. Solo che per i grillini il tutto si era ridotto a farsa con comparsata collettiva sul balcone di Palazzo Chigi.

Ma, si sa, i cinesi sono più seri. Ecco dunque Xi Jinping e il suo gruppo dirigente organizzare affollatissimi incontri virtuali a Pechino e in altri centri del Dragone nei quali si esalta il successo dei celebri piani quinquennali che avevano in precedenza affossato l’Urss, mentre in Cina costituirebbero un sicuro strumento per assicurare il successo economico senza fine.

La macchina propagandistica messa in piedi dal Partito Comunista è riuscita ad attirare a più riprese folle di personalità straniere provenienti da oltre 100 nazioni. Com’era lecito attendersi, l’affluenza maggiore si è avuta da Paesi africani e dell’America Latina. Ma asiatici, europei, australiani e neozelandesi sono tutt’altro che assenti.

A questo fine il Partito comunista ha creato una struttura ad hoc che si chiama “Dipartimento per lo sviluppo”. Dipendendo per l’appunto dal Partito e non dal Ministero degli esteri, tale Dipartimento dispone, da un lato, di grande autonomia e, dall’altro, di ingenti risorse finanziarie. Xi ha subito chiarito che il suo scopo non è quello di “esportare” il modello cinese. Tuttavia i funzionari coinvolti proprio questo stanno facendo, insistendo sui fattori che hanno consentito la crescita della Repubblica Popolare.

Viene quindi esaltato il monopartitismo giacché, com’è noto, la presenza di più formazioni politiche in libera competizione elettorale tra loro altro non è – dal punto di vista cinese – che un fattore di grande disordine, tale da impedire un sano ed equilibrato sviluppo della società (e qui, ancora una volta, è all’opera l’ispirazione confuciana sovrapposta a quella marxista).

Da notare che, in questi incontri, di comunismo non si parla affatto. I cinesi, infatti, non badano all’ispirazione ideologica dei partecipanti stranieri. Ammettono esponenti politici sia di destra che di sinistra, giacché ciò che interessa realmente è far aumentare il consenso filo-cinese nei partiti di tutto il mondo, qualunque sia la loro matrice ideologica.

I delegati provengono – come ho notato prima – non solo dai Paesi del Terzo e Quarto Mondo, ma anche da nazioni avanzate quali Giappone, Spagna, Australia, Nuova Zelanda e dagli stessi Stati Uniti d’America. Alla fine è stata firmata una dichiarazione comune che riconosce al governo di Pechino – e quindi al Partito Comunista – di aver creato un Paese virtuoso, nel quale domina la concordia sociale e la volontà di promuovere il progresso collettivo (in quanto contrapposto a quello individuale).

Non si tratta quindi di un organo paragonabile al Comintern o al Cominform di sovietica memoria. I cinesi, oltre a non essere interessati ai Partiti comunisti di altri Paesi, insistono sull’assoluta originalità (e sul successo) del loro approccio ai problemi della politica, della società e dell’economia.

Alcuni Stati africani finanziano i viaggi in Cina di loro funzionari per apprendere i segreti del “miracolo” cinese. E il Dipartimento per lo Sviluppo dianzi menzionato sostiene di avere contatti con circa 600 organizzazioni politiche di 160 Paesi. Numeri davvero enormi, che fanno capire quanto sia insidiosa – in particolare per l’Occidente – la strategia propagandistica di Pechino.

E, ormai lo sappiamo, tale strategia trova menti e orecchie attente pure in Italia e in Europa, con conseguenze che potrebbero ben presto diventare rilevanti. Dulcis in fundo, uno dei temi più trattati in tali incontri internazionali è proprio quello della pandemia. Anche se nessuno ha ancora capito come, i cinesi affermano di aver definitivamente sconfitto il coronavirus proprio mentre il resto del mondo è tuttora bloccato dalla sua diffusione. Ben pochi sembrano disposti a sostenere che Pechino mente in questo e in altri casi. Il caos istituzionale creatosi negli Stati Uniti dopo le ultime elezioni non giova certamente a contrastare le menzogne cinesi, favorendo l’immagine di un Occidente in piena crisi e di una Cina sempre più rampante.

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Michele Marsonet


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