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Se uno su mille ce la fa, gli altri 999 si devono divertire

di Francesco Mezzatesta, in Atlantico Sportivo, Rubriche, del

Nel nostro primo approfondimento sui problemi della Nazionale di calcio italiana abbiamo sfiorato il problema dei settori giovanili nostrani. Oggi cerchiamo di approfondire questo argomento, descrivendo cosa succede nelle scuole calcio dove portiamo i nostri ragazzi. In tutta Italia ci sono tantissime società dilettantistiche che propongono la scuola calcio per i nostri figli e le nostre figlie.

Come sono organizzate, o come dovrebbero esserlo, queste scuole calcio? La maggior parte di esse nasce all’ombra dei club più o meno storici dei quartieri e dei paesini. Ogni famiglia paga per il bambino una quota annuale, che in genere parte dai 300 euro, e partecipa alle attività ludico-didattiche che la scuola organizza. Ogni scuola deve avere un responsabile certificato oppure diplomato Isef e degli istruttori che si suddividono i bimbi per fasce d’età. Si considerano appartenenti alla scuola calcio tutti i bambini dai 5 ai 12 anni da compiere. La quota annuale, oltre a dar diritto di partecipare ad un paio di sedute a settimana comprende una borsa da calcio, un paio di tenute per l’allenamento, due tute (una da “lavoro” e una di rappresentanza), una giacca a vento per le giornate più fredde e qualche altro capo d’abbigliamento sportivo.

Tutto ciò fa del calcio, anche oggi, lo sport più popolare da poter praticare per i ragazzi. I bambini delle scuole calcio non partecipano ad attività agonistiche, ma, seguendo il calendario scolastico, durante l’anno partecipano a dei festival (organizzati con altre scuole calcio), fra pari età per dare un senso a tutti gli allenamenti. Detta così sembrerebbe un’isola felice, dove un bimbo ha l’opportunità di divertirsi per tutto l’anno, facendo una sana attività sportiva all’aria aperta, oltretutto ad un basso costo per i genitori. Purtroppo non è sempre così e ci sono tanti aspetti che, oltre a non divertire il ragazzo, lo portano ad allontanarsi dallo sport. Non sono un pedagogo, sono semplicemente dell’idea che i bambini fino ai dieci anni si debbano divertire. La scuola sta cominciando a dar loro i primi insegnamenti e li fa entrare mentalmente nell’idea di dover fare qualcosa oltre a giocare e oziare. Proprio perché è un primo passo verso una vita impegnata dovrebbe essere graduale. Perché dunque portare un bambino a seguire altri insegnamenti, dopo che è già stato sette/otto ore in una classe? Mi si potrebbe obiettare che il bambino va lì per giocare. Questo è sicuramente vero, ma deve sempre farlo all’interno di alcune regole. Inoltre, per quanto qualche genitore sia convinto del contrario, un fanciullo di sei o sette anni non ha la minima idea di cosa voglia dire impegnarsi per un anno in uno sport e, se ve lo dice con convinzione, state pur certi che vi sta comunicando altro, magari vi sta chiedendo più attenzioni e spera che, seguendo le vostre orme di calciatore, voi possiate passare più tempo con lui.

Eh sì, possiamo dirlo tranquillamente, uno degli aspetti che turba quell’isola felice, è rappresentato spesso e volentieri proprio dal genitore: quel papà, o quella mamma, e ultimamente anche quei nonni, che sono convinti che il figlio sia il migliore dell’universo e non per amore genitoriale, bensì per ottusità allo stato puro. Quella stessa ottusità che si trasforma in chimerica speranza di veder il figlio calcare i palcoscenici più famosi e guadagnare fanta-milioni. Sarebbe bene che tutti i genitori familiarizzassero con il concetto: mio figlio fa sport per divertirsi insieme ad altri ragazzi all’aria aperta e nulla più. I ragazzini si devono divertire. Per arrivare a palcoscenici più importanti ci vuole molto di più e non è detto che ogni ragazzo ce la faccia. Assistendo alle partite dei più piccoli si ha spesso la spiacevole occasione di assistere a scene da stadio: dalle tribunette il popolo delle famiglie-allenatori si scaglia contro l’incapacità dei tecnici che non fanno giocare il loro pupillo o lo schierano in un ruolo non adeguato alle sue capacità. Poi ci sono quelli che prendono da una parte l’allenatore e, come se fossero esperti dal settore, sussurrano: “mio figlio deve giocare ala sinistra, perché è rapido e quando si accentra calcia bene di destro”. Gli si potrebbe rispondere che il suo figliolo ha sette anni e a stento riconosce la destra dalla sinistra e viene al campo per divertirsi con i suoi amici, non per vincere il mondiale. E questo è solo un esempio di possibili ingerenze dei genitori sulla “vita sportiva” dei figli. L’unica aspettativa che un genitore dovrebbe avere è che suo figlio si diverta, imparando ad esser parte di un gruppo. Questo gli servirà nella vita a prescindere se vestirà la maglia della nazionale o la tuta da meccanico.

Se un genitore non si convince con questo ragionamento si può tranquillamente fare un computo statistico: in Seria A ci sono circa 500 atleti, approssimativamente il 50 per cento è cresciuto in Italia, il che vorrebbe dire che c’è spazio per 250 atleti potenzialmente cresciuti nei vivai italiani. In Italia ci sono circa settemila scuole calcio (quasi una per ogni scuola media). Già con questi numeri possiamo dire che una scuola calcio su 175 ha la possibilità di far uscire un giocatore di Serie A. Se poi consideriamo che fra le settemila scuole calcio menzionate sopra ci sono anche quelle delle società professionistiche (per le quali ovviamente la quota di iscrizione è della fascia più alta, ossia intorno ai 900 euro l’anno), che hanno o dovrebbero avere istruttori più preparati, si può facilmente considerare che è molto molto difficile che un bimbo della scuola calcio sotto casa arrivi ai massimi livelli.

Ma il male delle scuole calcio non è solo nei genitori che puntano sui propri figli per realizzare i propri sogni irrealizzati, ma nelle scuole calcio stesse. Sempre più spesso vengono prediletti i bambini fisicamente più sviluppati a discapito dei più piccolini, anche trascurando le capacità di questi. Tutto questo perché molti allenatori hanno l’obiettivo di vincere fin da subito, non quello di insegnare calcio. Per diventare un calciatore ci sono molti fattori che contribuiscono: sicuramente serve un po’ di talento, e questo c’è o non c’è, non ci si può far niente, come la crescita fisica che è nel Dna dei ragazzi, ma sono anche importanti la maturazione atletica, la conoscenza tattica e la crescita tecnica.

Sul Dna e il talento, come detto, non si può intervenire, ma sugli altri fattori dovrebbero lavorare gli allenatori, e non con l’obiettivo di far crescere nuovi campioni, ma di far divertire i ragazzi insegnando loro che, anche se non siamo nati tutti uguali, con il sacrificio e la passione si possono raggiungere dei traguardi, che magari non saranno per tutti vincere il mondiale, ma anche un torneo fra amici. I ragazzi hanno il diritto di imparare a migliorarsi e gli allenatori dovrebbero esser bravi a capire in quale ruolo possono dare il loro meglio, dovrebbero far sentire importante il difensore centrale come la prima punta. Trasmettendo l’importanza del gruppo, dell’essere parte di un insieme di ingranaggi che, solo lavorando in sinergia, può raggiungere qualcosa di grande, ma non confondere il “qualcosa di grande” con la vittoria finale di un torneo.

La vera vittoria dovrebbe essere quando un ragazzo, guardandosi indietro, si ritrova cambiato, migliorato e lo ha fatto divertendosi con degli amici. Per questo, cari genitori e cari istruttori, non pensate ai milioni che si potrebbero guadagnare o ai trofei che potreste alzare, pensate che chi gioca a calcio, giochi, che si diverta, che abbia il sorriso sul viso alla fine dell’allenamento o della partita, nonostante la stanchezza, nonostante la sconfitta, perché se il ragazzo ha dato il meglio di se’, non ha perso, ha incontrato qualcuno più bravo di lui e magari gli trasmettete che, forse, mettendoci ancora più impegno, la prossima volta le cose potrebbero andare diversamente. La vostra vittoria cari istruttori e cari genitori sarà proprio quel sorriso sul viso del bimbo, che probabilmente non resterà su nessun almanacco sportivo, ma sicuramente sarà un mattone importante nella sua vita, che non diventerà campione del mondo, ma deve diventare uomo.

Francesco Mezzatesta


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