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Se un giorno d’estate un viaggiatore… si ritrovasse in un’Europa senza più musulmani

Avatar di Adriano Angelini Sut, in In Cold Blood, Rubriche, del

Prendo spunto dalla splendida intervista a Oriana Fallaci fatta per la televisione pubblica polacca nel 2005, riportata da Alessandro Gnocchi sul sito di Nicola Porro. La grande scrittrice fiorentina dice a un certo punto, a proposito dell’idea di esiliare i musulmani dall’Europa (alla luce degli attentati che nel 2005 colpirono Londra):

“L’esilio è una pena che già nell’Ottocento l’Europa applicava con le molle, e solo per qualche individuo. Ai nostri tempi si applica soltanto per i re e le famiglie reali che hanno perso la partita. In parole diverse, non si addice più alla nostra civiltà. Alla nostra etica, alla nostra cultura. E l’idea di trasformarci paradossalmente da vittime in tiranni, da perseguitati in persecutori, è per me inconcepibile. Mi fa pensare ai trecentomila ebrei che nel 1492 vennero cacciati dalla Spagna, ai pogrom di cui gli ebrei sono stati vittime nell’intero corso della loro storia. Naturalmente, se volessero andarsene di loro spontanea volontà, non piangerei. Anzi, accenderei un cero alla Madonna.”

Che bella quest’ultima immagine. Talmente tanto che a un certo punto ho avuto una visione. Ci sono io ragazzetto, anni ’80, giravo per le strade della mia Europa davvero multietnica, anzi multirazziale. Il continente era un crogiolo di razze, appunto, diverse. Diversi sono gli europei gli uni con gli altri. Un islandese e un siciliano sono come un caucasico e un africano. Ricordo Stoccolma, il ponte che da Gamla Stand, la città vecchia, porta a Drottniggatan, la via dello shopping. Ai lati, i vari ponti sul mar Baltico che s’insinua in città tramite i suoi rivoli e rivoletti, la luce violenta di un’estate (il 1983, per la precisione), in cui nel mio walk-man risuonavano “Bollicine” di Vasco Rossi e “Do You Really Want To Hurt Me” dei Culture Club. Il magnifico palazzo reale alle spalle, su Katarina Sofia. La civiltà occidentale che premia i bravi e meritori col Nobel. E le svedesi discinte, poppe al vento, capelli biondi e perenne ricerca, vana, di vestire all’italiana. L’alito delle spie russe trasportato della costante brezza gelida (ma le spie russe per me non erano contemplate all’epoca). Un salto quantico, eccoci a Salisburgo, la casa di Mozart, e alle spalle il fiabesco Park Kapuzinerberg; i ponti sul fiume Salzach. I colori anche qui, pastelli forti: i verdi, i turchesi, i blu; le passeggiate fra i cafè e i negozi di antiquariato. E Parigi, vorrete mica che non faccia un’escursione su a Mont Martre, fra i vicoli coi pittori che salgono fino alla chiesa del Sacre Coeur, i giovani arabi de-radicalizzati che offrono sguardi complici per una notte di sesso a maschi e femmine (più ai maschi che alle femmine).

Qualcuno aveva ancora i pantaloni a zampa d’elefante, retaggio di anni ’70 che non muoiono (per fortuna). Altri già si lanciavano nelle mode cotonate, le espadrillas ai piedi, gli shorts di jeans sfrangiati, i Persol al posto dei Ray Ban.

La mia Europa era un continente di vitalità, di fermento. Non vedevi in giro donne castigate da Maometto e costrette a indossare il velo o il Burqa. Ammiravo la capacità di Londra di aver saputo integrare i suoi africani delle colonie. I neri inglesi e i neri francesi che si stavano reinventando la pop music. Che recitavano nei film. Che popolavano scuole e università. Mi dicevo: guarda un po’, da noi non esistono tante razze. Da noi a Roma ‘negro’ lo usavi se volevi chiamarci qualche amico con la carnagione un po’ più scura. Il virus dell’Islam salafita, wahabita, dei ‘Fratelli Musulmani’ e delle canaglie degli ayatollah era una malattia che covava sotto pelle certo, come Oriana aveva già intuito in Inshallah (libro del 1982). Però sembravamo una popolazione (quella europea) destinata a grandi cose. Una volta sconfitti i comunisti, ci dicevamo, il futuro era in discesa. Invece i comunisti, già consapevoli della loro sconfitta, stavano preparando il terreno per la loro rivincita. L’alleanza col demonio. Un’alleanza che già negli anni ’70 si era delineata, dopo che Israele (che Dio benedica sempre Israele) aveva vinto la guerra del Kippur, seppur a fatica, e i musulmani avevano imposto l’embargo petrolifero ai ‘complici del sionismo’, causandoci non pochi problemi, come dire, di quotidianità.    

Francesco Cossiga lo disse in una sua grande intervista poco prima di morire: “Abbiamo sacrificato gli ebrei…”. Sì, l’Europa ha sacrificato gli ebrei portatori di civiltà, di commercio, di cultura e convivenza per far spazio ai suoi carnefici che da più di mille anni tentano di invaderla, sottometterla, depredarla.

Ma torniamo a quegli anni. Il Ponte Carlo, a Praga. Il gotico nel pulviscolo. Il cimitero ebraico, la meraviglia della mitologia del Golem, le lapidi ammucchiate, gli alberi e le radici e il prato all’inglese che lo adornano, lo scavano, lo pietrificano. E Kafka che ci ammonisce sulla presenza deformante dei padri che trasformano i figli in mostri. L’uomo e il suo Golem, il padre e il figlio senza lo Spirito Santo. E poi Copenhagen, e Berlino e la Svizzera. Ovunque andavi, le periferie erano libere da inopportune presenze. Brutte, come quella di Praga, dove casermoni sovietici ti davano un ferroso benvenuto, un grigio come sta? E una sgarbata indicazione su dove andare. Pallide, come quelle di Stoccolma. Esasperanti, come le parigine. Ma non c’erano le presenze, quelle che oggi deturpano il paesaggio, lo rendono distopico (e distonico); niente barbe, niente pastrani, niente donne coperte dalla testa ai piedi, niente aria mortifera. Perfino i nostri criminali, i nostri spacciatori, i nostri ladruncoli (e quando dico nostri dico di noi europei) avevano una loro umanità, una feroce, spietata umanità in cui la letteratura si buttava a capofitto per cogliervi quel barlume di divino che è in tutti e che, nel criminale, risalta in maniera più evidente (anche se distorto, screziato, un barlume di luce nerastra invece che argentea).

Ecco, il viaggiatore pensava che quel continente fosse un piccolo paradiso in divenire, imperfetto, caotico, e nevrotico, eppure sulla strada per la sua Damasco. Il ’68 e gli anni ’70 ci avevano liberato del bigottismo cattolico, la libertà gonfiava il petto (anche siliconato, che importa); i ragazzi si preparavano all’Erasmus che sarebbe arrivato. Il politicamente corretto, la nuova dittatura comunista imposta per dividere, separare e castigare, non era comparsa (forse la stavano mettendo a punto gli strateghi dell’Internazionale Islamico-Socialista), ma nessuno poteva immaginarla (sì d’accordo, Orwell, ma gli scrittori sono solo dei pazzi che farebbero meglio a trovarsi un lavoro, no?).

Ecco, quell’Europa senza musulmani non c’è più. (E io mi ci vorrei ritrovare ancora). Il paesaggio che oggi vedete in centro, non solo in periferia, è mutato. Attenzione, non sto parlando di arabi. Qualunque studente che abbia fatto la terza media con profitto conosce la differenza fra arabi e musulmani. Gli arabi della mia Europa, quelli che ti facevano l’occhiolino al Sacre Coeur, non ci sono, quasi, più. Oggi ci sono islamici con barbe sporche, pulciose, antiestetiche, da impotenti. Il loro membro è diventato una flemmatica parodia della scimitarra. E la vagina delle arabe è nascosta al cuore (al cuore sì) dei maschi occidentali. Il viaggiatore sogna il giorno di tanti anni fa ma si ritrova nella notte d’inverno calviniana, in cui una scena si interrompe per far sì che ne riparta un’altra. L’eterno incompiuto del nostro continente. L’eterno inverno dell’assenza di libertà che, fra dieci anni al massimo, per tutti noi sarà solo un lontano ricordo. Se mi sbaglio (e lo spero), diceva Papa Wojtyla, mi corrigerete.

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Adriano Angelini Sut


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