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Altre impronte di Obama sul caso Flynn: l’FBI non aveva alcun motivo legittimo per interrogarlo

Federico Punzi di Federico Punzi, in Rubriche, Speciale ItalyGate, del

Ulteriori impronte dell’ex presidente Obama vengono alla luce dalle ultime rivelazioni sul caso Flynn.

Innanzitutto, se come abbiamo già riportato su Atlantico Quotidiano sono molti i nomi “politici” tra gli alti funzionari dell’amministrazione Obama che chiesero l’“unmasking” del generale nei rapporti di intelligence, sembra che il nome di Flynn non fu mai “coperto” nei rapporti sulle sue conversazioni telefoniche con l’ambasciatore russo a Washington Sergey Kislyak, quelle del 29 dicembre 2016 che furono oggetto dell’interrogatorio del 24 gennaio 2017 in cui fu incastrato dall’FBI.

Un ex alto funzionario ha rivelato ieri al Washington Post che “fu l’FBI, non la NSA, a intercettare le sue chiamate con Kislyak e a creare sommario e trascrizione”. E “quando l’FBI ha fatto girare i rapporti, questi includevano il nome di Flynn dall’inizio”. Il nome di Flynn quindi non fu mai “coperto” nei documenti FBI sulle sue comunicazioni di dicembre con l’ambasciatore russo.

Una conferma arriva dalla testimonianza del 2017 del direttore dell’FBI Comey, allegata alla richiesta del Dipartimento di Giustizia di lasciar cadere le accuse contro il generale Flynn, documento ottenuto da Catherine Herridge di Cbs News. Alla comunità di intelligence, ricostruisce Comey, fu chiesto di capire il motivo della mancata reazione di Mosca all’espulsione dei diplomatici russi decisa dal presidente Obama a fine dicembre. E “saltarono fuori queste chiamate a fine dicembre – inizio gennaio”. Comey informò il direttore dell’Intelligence Nazionale Clapper, il quale nella prima settimana di gennaio informò il presidente Obama e il vice Biden. “I nostri giudicarono che fosse appropriato avere il nome di Flynn unmasked (in chiaro, ndr)”.

Si arriva quindi all’incontro chiave del 5 gennaio 2017 nello Studio Ovale. “Non avevo informato il Dipartimento di Giustizia di questo”, ricorda Comey, e nel corso di quel meeting “il presidente Obama menzionò questo …” ed “era la prima volta che il vice procuratore generale Sally Yates ne sentiva parlare”.

Dunque, almeno dal 5 gennaio il presidente Obama era a conoscenza delle telefonate. Il direttore Comey aveva volutamente aggirato il Dipartimento di Giustizia e ignorato la Yates, che dichiarò al team del procuratore speciale Mueller di aver appreso delle telefonate tra Flynn e Kislyak dal presidente Obama in persona, al termine di quella riunione del 5 gennaio, e di esserne rimasta “sorpresa”.

Dell’incontro esiste anche la versione dell’allora consigliere per la sicurezza nazionale Susan Rice, che però la Yates non cita tra i presenti. È notizia di ieri, che fu l’ufficio legale della Casa Bianca – il giorno stesso dell’insediamento del presidente Trump, il 20 gennaio, quindi ben due settimane dopo l’incontro – a dare istruzione al consigliere Rice di scrivere il memo in una email indirizzata a se stessa.

Il motivo è forse contenuto in un paragrafo chiave del memo della Rice declassificato martedì scorso, dal quale sembra che lo scopo fosse di scaricare sul direttore Comey la responsabilità della decisione di non mettere al corrente il presidente Trump e la sua squadra dell’indagine sulla Russia e delle telefonate di Flynn.

“Director Comey affirmed that he is proceeding ‘by the book’ as it relates to law enforcement. From a national security perspective, Comey said he does have some concerns that incoming NSA Flynn is speaking frequently with Russian Ambassador Kislyak. Comey said that could be an issue as it relates to sharing sensitive information. President Obama asked if Comey was saying that the NSC should not pass sensitive information related to Russia to Flynn. Comey replied ‘potentially’. He added that he has no indication thus far that Flynn has passed classified information to Kislyak, but he noted that ‘the level of communication is unusual’.”

Ma se davvero Susan Rice non era presente all’incontro del 5 gennaio, questa versione potrebbe essergli stata suggerita dall’ufficio legale della Casa Bianca per nascondere un ruolo ben più attivo del presidente Obama in quel meeting.

In ogni caso, da questo paragrafo emerge che al 5 gennaio, quando cioè era già noto il contenuto delle telefonate Flynn-Kislyak, non c’era “alcuna indicazione” (“no indication thus far”, per Comey), che Flynn stesse passando informazioni classificate a Kislyak, ma solo preoccupazione per il livello “inusuale” dell’interlocuzione.

Tra il 5 e il 24 gennaio nulla di nuovo sarebbe emerso da giustificare l’interrogatorio di Flynn. Lo sappiamo dalle note scritte a mano dall’agente Priestap sullo scopo dell’interrogatorio, in cui l’unica violazione ipotizzata è quella del Logan Act. Dunque, le telefonate Flynn-Kislyak non avevano fornito alcuna base per giustificare l’interrogatorio di Flynn del 24 gennaio, dal momento che l’FBI stessa già il 4 gennaio, nel suo rapporto conclusivo, aveva escluso un legame tra quelle conversazioni e l’indagine sulla collusione con la Russia.

In aggiornamento

Federico Punzi

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

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