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“Trump was right”: i messaggi fra gli agenti confermano il ruolo di Obama. E l’FBI si è basata su una sospetta spia russa

Federico Punzi di Federico Punzi, in Rubriche, Speciale ItalyGate, del

Altro che “transizione pacifica”… Ecco come nel 2017 Obama tentò, in parte riuscendovi, di tendere una trappola al suo successore per delegittimarlo e porre le basi per l’impeachment, con la complicità dei vertici dell’FBI e del capo della CIA Brennan. L’FBI sapeva che la fonte principale del dossier Steele era una sospetta spia russa ma l’ha comunque utilizzato per sorvegliare la Campagna Trump

Mentre i nostri media stanno mettendo in croce Donald Trump, per una risposta un po’ troppo evasiva (“vedremo”) a chi gli chiedeva di assicurare una transizione pacifica in caso di sconfitta il 3 novembre, abbiamo una certezza: la transizione del 2016 non fu affatto pacifica. Il presidente uscente Barack Obama tentò, in parte riuscendovi, di tendere una trappola al presidente-eletto per delegittimarlo e porre le basi per l’impeachment del suo successore. Molti sono gli elementi già emersi per poterlo affermare, che Atlantico Quotidiano ha raccolto e riportato ai suoi lettori, ma quasi quotidianamente si aggiungono nuove tessere al mosaico, come i nuovi documenti declassificati pochi giorni fa di cui leggerete in questo articolo.

No, non c’è davvero bisogno di essere dei fan di Trump per riconoscere che il presidente Obama e la sua cerchia più ristretta, con la complicità dei vertici dell’FBI e della CIA, hanno cospirato per portare avanti il più possibile l’indagine-bufala, e la narrazione, del Russiagate.

Partiamo dalle note e dai messaggi di testo degli agenti FBI coinvolti nel caso che sono stati diffusi giovedì scorso, e che provano come fossero perfettamente consapevoli che quanto stavano accadendo era sbagliato.

“Trump was right”, Trump aveva ragione, riconosce addirittura uno di loro. Il messaggio fa parte di una serie del 5 gennaio 2017, guarda caso lo stesso giorno del meeting nello Studio Ovale – di cui abbiamo già approfonditamente parlato su Atlantico – tra il presidente Obama, il vice Biden, il direttore Comey, la vice AG Sally Yates e il consigliere per la sicurezza nazionale Susan Rice. Nei nostri articoli abbiamo riportato i diversi elementi che portano a concludere che proprio in quel meeting si sia convenuto di tenere aperta l’indagine sul generale Flynn (Obama in persona avrebbe ordinato di proseguirla, mettendoci le “persone giuste”), nonostante non fossero emersi indizi a suo carico e il caso fosse praticamente chiuso (per incastrarlo, osserverà un agente in una nota già divulgata mesi fa), e di non portare a conoscenza del team Trump l’indagine sulla Russia.

Ma su cosa, secondo quell’agente, aveva ragione Trump? Due settimane prima dell’inaugurazione, nella notte fra il 3 e 4 gennaio, Trump pubblica un tweet, per il quale come al solito verrà deriso dalla claque mediatica liberal, in cui suggerisce che l’FBI stava ritardando i suoi briefing come presidente entrante in modo da poter costruire prove contro di lui.

The “Intelligence” briefing on so-called “Russian hacking” was delayed until Friday, perhaps more time needed to build a case. Very strange!

Ebbene, quando due giorni dopo, il 5 gennaio, quell’agente viene a sapere dai colleghi che l’indagine su Flynn resta aperta e che dopo il meeting nello Studio Ovale l’agenzia è in fermento, “stanno cercando informazioni per supportare certe cose ed è un casino”, allora commenta: “Trump aveva ragione… perché ci facciamo questo? Cosa c’è di sbagliato in queste persone?”. Riporto l’intero scambio di messaggi del 5 gennaio senza ulteriori commenti.

“So Razor (il nome in codice dell’indagine su Flynn, ndr) is going to stay open???”
“Yep
Crimes report being drafted”
“F”
“What’s the word on how Obama’s briefing went?”
“Don’t know but people here are scrambling for info to support certain things and its a mad house”
“Jesus
Trump was right. Still not put together… Why do we do this to ourselves? What is wrong with these people?”

Una settimana dopo, in un’altra serie di messaggi, un agente avanza il sospetto che le informazioni top secret sulle telefonate di Flynn con l’ambasciatore russo Sergey Kislyak, uscite sul Washington Post, provengano direttamente dalla Casa Bianca. Anche qui, riporto senza commenti ulteriori.

“FYI – someone leaked the Flynn calls with Kislyak to the WSJ“.
“Published this morning by Ignatius (del Washington Post, ndr)”
“It’s got to be someone on staff
Presidential Daily Briefing staff
Or WH seniors”.

Gli agenti erano a tal punto preoccupati per il comportamento potenzialmente illegale dell’agenzia, che due settimane prima dell’insediamento di Trump molti di loro si sono precipitati ad acquistare un’assicurazione di responsabilità civile. “We all went and purchased professional liability insurance”, messaggia un agente il 10 gennaio 2017, lo stesso giorno in cui la Cnn riportava che il presidente eletto Trump era stato informato dal direttore dell’FBI Comey del dossier Steele. Che c’è di male, penserete. Il problema è che l’FBI già sapeva che quel dossier era inattendibile, non verificato e, peggio, frutto della oppo-research della campagna avversaria. Finanziato dal Comitato nazionale democratico e dalla Campagna Clinton e compilato da un ex agente straniero, Christopher Steele, che lavorava anche per un oligarca russo già sanzionato. Non solo: come vedremo più avanti, forse anche frutto della disinformatja russa. Eh già, la Campagna Clinton e l’FBI hanno probabilmente permesso ai russi di interferire nelle elezioni presidenziali, a danno di Trump…

Gli agenti erano a ragione preoccupati, perché conoscendo l’origine, le fonti e il contenuto di quel dossier, avevano capito che quel briefing era servito come pretesto per legittimarlo e fare in modo che uscisse sulla stampa.

Erano anche preoccupati che un nuovo Attorney General potesse andare a rivedere le azioni intraprese dall’agenzia contro Trump durante le indagini: “Il nuovo AG potrebbe avere alcune domande … e allora sì che siamo tutti fregati”.

Altri messaggi indicano che la decisione dell’FBI di chiudere l’indagine su Flynn potrebbe risalire già all’8 novembre 2016, il giorno del voto. Ma poi fu riaperta all’inizio di gennaio del 2017, con le modalità di cui abbiamo già parlato. “Abbiamo alcune questioni in sospeso da risolvere, e dobbiamo incontrarci tutti per discutere cosa fare di ogni caso (ha detto di chiudere Razor)”, scrive un agente, riferendosi a Crossfire Razor, il nome in codice del filone di indagine su Flynn. “Sono contento che stiano chiudendo Razor“, risponde un altro.

Nelle settimane successive gli agenti discutono della decisione di usare una procedura speciale chiamata National Security Letter (NSL), che non richiede il mandato di un giudice, per spiare le finanze di Flynn, osservando di non capire a cosa possa portare, se non a prendere tempo, dal momento che le ricerche già effettuate non avevano portato a nulla di sospetto. “Non ha senso”, commenta uno degli agenti.

Risalendo ai giorni immediatamente successivi all’apertura di Crossfire Hurricane, compare un messaggio dell’11 agosto in cui un agente nota esplicitamente che l’inchiesta è condotta da agenti politicamente motivati: “Fare tutte queste ricerche elettorali – penso che alcuni di questi ragazzi vogliano una presidenza Clinton”.

A questo punto bisogna ricordare che una revisione del caso Flynn condotta dal procuratore Jeff Jensen ha portato il Dipartimento di Giustizia a ritirare le accuse nei confronti del generale, avendo appurato 1) che prima che l’FBI all’inizio del 2017 decidesse di tenere aperta l’indagine, probabilmente su suggerimento della Casa Bianca, l’agenzia aveva già chiuso il caso perché non erano emersi elementi di alcun illecito; 2) ancora più grave, che l’interrogatorio a Flynn del 24 gennaio, per il quale sarebbe stato accusato di aver mentito all’FBI, non aveva basi legali e che gli agenti che lo avevano interrogato non ritenevano che avesse volontariamente mentito. Lo stesso giorno, in una nota scritta a mano, un agente – forse il capo della controintelligence Bill Priestap – si chiedeva quale fosse lo scopo dell’interrogatorio: “Verità/confessione o farlo mentire, così possiamo perseguirlo o farlo licenziare?”.

Nel frattempo, sono state divulgate anche le trascrizioni delle conversazioni telefoniche tra Flynn e l’ambasciatore russo Kislyak , da cui emerge chiaramente che i due non discussero delle sanzioni contro la Russia, né tanto meno fu avanzata dal generale alcuna offerta di revocarle.

Un’altra rivelazione, a conferma di quanto già emerso nei mesi scorsi, riguarda il dossier Steele ed è contenuta nei documenti dell’FBI diffusi giovedì scorso dal presidente della Commissione Giustizia del Senato, Lindsey Graham, e riportati da Catherine Herridge di Cbs News.

Nel dicembre 2016 – quindi prima che il dossier fosse in qualche modo “legittimato” dal briefing di Comey al presidente eletto Trump e passato alla stampa – i vertici dell’FBI non solo sapevano che era stato commissionato e pagato dal DNC e dalla Campagna Clinton, e solo incanalato attraverso l’ex agente Steele, ma sapevano anche che la “sotto-fonte primaria” del dossier, cioè la principale fonte di Steele, era stata oggetto di una indagine di controintelligence dell’agenzia dal 2009 al 2011 per i suoi contatti con agenti dell’intelligence russa. Insomma, era sospettata di essere una spia russa.

“Tra il maggio 2009 e il marzo 2011, l’FBI ha mantenuto un’indagine sull’individuo che in seguito sarebbe stato identificato come la sotto-fonte primaria di Christopher Steele”, si legge nella nota di due pagine dell’FBI. “L’FBI ha avviato questa indagine sulla base delle informazioni fornite dall’FBI che indicano che la sotto-fonte primaria potrebbe essere una minaccia per la sicurezza nazionale”. Nel dicembre 2016, continua la nota, “il team di Crossfire Hurricane (il nome in codice dell’indagine sulla Campagna Trump, ndr) identificava la sotto-fonte primaria usata da Christopher Steele e, in quel momento, apprese dell’indagine del 2009″. L’FBI chiuse l’indagine solo perché il sospettato aveva lasciato il Paese, ma affermando che “sarebbe stata presa in considerazione la possibilità di riaprire l’inchiesta nel caso in cui fosse tornato negli Stati Uniti”.

La sotto-fonte primaria fece in effetti ritorno negli Stati Uniti e fu interrogata nell’ufficio FBI di Washington nel gennaio 2017, definendo alcune delle accuse contenute nel dossier Steele come “rumor and speculation” e in altri casi, invece, disconoscendo le affermazioni.

Ricordiamo che il dossier fu utilizzato per la prima volta due mesi prima, nell’ottobre 2016, per ottenere dalla corte FISA un mandato di sorveglianza per l’ex consigliere della Campagna Trump Carter Page, e poi utilizzato in tre successivi rinnovi fino alla primavera inoltrata del 2017. L’FBI però, nell’utilizzare il dossier Steele per giustificare il mandato di sorveglianza, si guardò bene dal segnalare alla corte che la fonte di Steele era stata sotto indagine come sospetta spia russa, né che la CIA la aveva informata che Page era stato per anni un suo collaboratore. Dettagli che di tutta evidenza avrebbero reso più difficile, se non improbabile, l’autorizzazione della sorveglianza.

Insomma, l’FBI sapeva che si stava basando su informazioni provenienti da una sospetta spia russa per ottenere il mandato a sorvegliare la Campagna Trump! Come ha osservato Kimberley Strassel del Wall Street Journal, “la stessa FBI che si diceva preoccupata per l’interferenza russa nelle elezioni, stava usando le informazioni di una sospetta spia russa per indagare su una campagna presidenziale. La stessa FBI che sosteneva che Carter Page fosse un agente russo, stava portando avanti quel caso sulla base delle informazioni di un sospetto agente russo”. E ancora, si chiede la Strassel: “Non era compito di Mueller trovare fonti di disinformazione russa? Come avete mancato il tizio che potenzialmente la forniva direttamente all’FBI?”

Non solo, nel gennaio 2017 il direttore Comey e il vice McCabe hanno insistito affinché il dossier fosse incluso nella valutazione finale dell’Intelligence Community sulle interferenze russe, sebbene fossero a conoscenza almeno dal dicembre 2016 che la fonte principale del dossier era una sospetta spia russa (!).

Ma grazie a Paul Sperry, sappiamo che questa fonte risponde al nome di Igor Danchenko, dal 2005 al 2010 ricercatore alla Brookings Institution, un think tank vicino ai Democratici… Il che non fa che alimentare un altro sospetto, avanzato da Lee Smith: che un nome russo servisse proprio ad avvalorare il dossier contro Trump, ma che in realtà le informazioni venissero tutte confezionate negli Stati Uniti, da americani, dai Democratici, e successivamente veicolate all’FBI tramite un ex agente britannico come se fossero di provenienza russa, e per ciò attendibili sul materiale in possesso del Cremlino su Trump.

Che il dossier Steele possa essere non solo frutto di una operazione dei Democratici per screditare Trump, ma anche della disinformazione russa, era già emerso dalle note declassificate al rapporto dell’Ispettore Generale Horowitz, su cui già ci siamo concentrati su Atlantico. Dal rapporto infatti si evince che nonostante i molteplici segnali della potenziale disinformazione, le richieste FISA dell’FBI si sono basate in modo “essenziale” sul controverso dossier. Tra le segnalazioni, un rapporto della Intelligence Community indicava che due individui “affiliati” all’intelligence russa erano a conoscenza delle “indagini elettorali” di Steele per conto della Campagna Clinton già all’inizio di luglio 2016, cioè proprio quando il dossier arriva all’attenzione dell’FBI.

Dunque, l’amministrazione Obama ha usato un dossier commissionato e pagato dalla Campagna Clinton – pur sapendo altamente probabile che fosse in gran parte opera di disinformazione russa – per aprire un’indagine di controintelligence, con l’uso di strumenti di sorveglienza, sulla campagna del candidato alla presidenza del partito avversario, accusandolo di essere un agente russo. Roba al cui confronto il Watergate fu una ragazzata.

Tra l’altro, vale la pena di ricordare che in questi mesi è anche emerso come l’ex capo della Cia John Brennan avrebbe falsato in chiave anti-Trump la valutazione finale dell’Intelligence Community (ICA) riguardo l’interferenza della Russia nelle presidenziali del 2016, ottenendo che venissero escluse analisi secondo cui Putin preferiva in realtà che vincesse Hillary Clinton, in contraddizione con le conclusioni del rapporto secondo cui, invece, la Russia aveva interferito nel processo elettorale per aiutare Trump e danneggiare l’ex segretario di Stato. Conclusioni che furono usate per giustificare la prosecuzione dell’indagine sulla presunta collusione Trump-Russia e che ancora oggi Democratici e media liberal citano per insinuare il sospetto che Putin voglia aiutare Trump ad essere rieletto.

Giovedì scorso, una ulteriore conferma del ruolo dell’ex capo della CIA nella stesura di quel documento del 6 gennaio 2017 è arrivata da Paul Sperry, su RealClearInvestigations, che cita due alti funzionari dell’intelligence che hanno visto materiali classificati: Brennan “ha curato personalmente una sezione cruciale del rapporto” e “assegnato ad un alleato politico un ruolo guida nello scriverlo dopo che analisti di carriera avevano contestato l’opinione di Brennan secondo cui il leader russo era intervenuto nelle elezioni del 2016 per aiutare Trump”.

L’ICA è al centro delle indagini in corso del procuratore Durham sulle origini del Russiagate, per capire se i risultati dell’intelligence siano stati manipolati per scopi politici.

RealClearInvestigations ha appreso che uno degli agenti CIA che hanno aiutato Brennan a redigere l’ICA, Andrea Kendall-Taylor, ha sostenuto finanziariamente Hillary Clinton durante la campagna ed è uno stretto collega di Eric Ciaramella, identificato lo scorso anno da RCI come il “whistleblower” la cui denuncia ha portato all’impeachment di Trump, che si è concluso con l’assoluzione del Senato a gennaio scorso.

Secondo le analisi “dissenzienti”, “Mosca preferiva la Clinton perché pensava che avrebbe lavorato con i suoi leader, mentre temeva che Trump sarebbe stato troppo imprevedibile”. In fin dei conti, come segretario di Stato la Clinton aveva cercato un “reset” nelle relazioni con la Russia, mentre Trump aveva condotto una campagna sull’espansione delle forze armate Usa, che Mosca aveva percepito come una minaccia. Questi stessi analisti affermavano che “il Cremlino stava in generale cercando di seminare discordia e interrompere il processo democratico americano del 2016” e che “la Russia aveva cercato di interferire nelle campagne del 2008 e del 2012, molti anni prima che Trump entrasse in campo”.

Naturalmente, di tutto questo non troverete traccia sui media mainstream preoccupati delle interferenze russe…

Federico Punzi

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

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