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Tria (contro lo choc fiscale) e Di Maio (con le chiusure domenicali): due mosse sbagliate verso lo zero virgola

Avatar di Daniele Capezzone, in Giuditta's Files, Rubriche, del

Qui ad Atlantico, come si sa, non abbiamo affatto pregiudizi negativi verso il governo. Anzi: ci siamo spesso ritagliati il compito, accanto a quello principale di diffondere idee liberali, di smontare la propaganda di una certa sinistra politica e mediatica, che fino a ieri ha fatto disastri, e oggi pretende di continuare a dare lezioni, in un derby tra i “competenti” (che sarebbero loro) e gli “analfabeti funzionali” (cioè gli elettori). Tutte cose, come sappiamo bene, che
hanno ridotto Pd e soci al lumicino.

Con la stessa franchezza, occorre dire che, nelle ultime 72 ore, dal Governo, in campo economico, sono venuti due segnali preoccupanti.

Il primo è generale e – starei per dire – “ideologico”. Intervenendo a Cernobbio, il ministro Tria si è dichiarato contrario a un provvedimento di choc fiscale, e – mischiando le pere con le mele – ha subito aggiunto che servirebbe a poco cercare miliardi in deficit per poi farseli bruciare dallo spread. La seconda affermazione è addirittura ovvia: ma non si vede cosa c’entri con un intervento di forte taglio fiscale, che il ministro purtroppo esclude, e che sarebbe invece l’unico vero passaporto per la crescita.

Fino allo sfinimento, continueremo a ricordare qui l’esempio di Trump. Il suo megataglio di tasse ha prodotto risultati spettacolari: crescita del secondo trimestre al 4.1 per cento, crescita attesa per fine 2018 sopra il 3 per cento, disoccupazione praticamente annientata (ridotta al 3.9 per cento), salari in crescita e domanda interna schizzata verso l’alto.

Come si fa a non capire che all’Italia serve qualcosa del genere, una “Trumpnomics” adattata al nostro caso? Siamo un Paese che continua a registrare risultati splendidi con l’export (benissimo!), ma, per una crescita vibrante e sostenuta del Pil, il rilancio dei consumi interni è una condizione assolutamente indispensabile. E come la vuoi realizzare, se non concentrando risorse per un forte taglio dell’imposizione fiscale?

Il secondo segnale preoccupante viene da Luigi Di Maio e dalla sua idea della chiusura domenicale del commercio. Non ripeterò qui argomenti liberali classici: il tema della facoltà di apertura e chiusura (contro le imposizioni di stato), il rischio di perdita di posti di lavoro, il rischio di qualche decimale di Pil perso. Ciò che è ancora più preoccupante è la visione del mondo espressa da Di Maio. Ma davvero non capisce che chi ha un posto di lavoro – oggi – deve essere considerato fortunato? E davvero – ancora più surreale – non sa che, con Amazon e con il commercio online, ognuno può continuare ad acquistare come e quando vuole, ogni singolo minuto? Una politica intelligente dovrebbe aiutare il commercio tradizionale (che personalmente amo, per mille motivi anche di storia familiare) a far tesoro delle buone pratiche del commercio online, ad essere più smart e più agile dei grandi centri commerciali, a percorrere tutte le vie che l’ingegno, la libertà, la cura personalizzata di ogni singolo cliente possono suggerire per restare competitivi.

Nel mondo anglosassone si fa esattamente questo. In questi mesi di boom dei consumi negli Usa, cresce ovviamente il monte delle vendite online, ma stanno ottenendo risultati meravigliosi anche i negozi. Solo nel secondo trimestre, negli Usa, sono stati aperti 165mila nuovi negozi, e pure le retribuzioni del lavoratori impiegati nel settore sono schizzate verso l’alto del 4,7 per cento. Non è difficile capire che, tra serrande abbassate e choc fiscali negati, qui rischiamo ancora una volta di rimanere al palo.

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Daniele Capezzone


2 risposte a “Tria (contro lo choc fiscale) e Di Maio (con le chiusure domenicali): due mosse sbagliate verso lo zero virgola”

  1. Avatar francesco vatalaro ha detto:

    Caro Daniele,
    non potrei essere più d’accordo! Nella – ahimè – troppo breve ma molto feconda stagione fondativa di Direzione Italia (ma perché non pensiamo ad un grande rilancio? Ce ne sarebbe un enorme bisogno…) abbiamo sostenuto la politica del “meno tasse, meno spesa pubblica”. Continuo a pensare che lo sperpero della spesa statale e, principalmente, della pletora delle società fiancheggiatrici (vedi Atac, Ama, solo per restare qui a Roma, ma anche decine e decine di altre in house sperperatrici, di cui manca persino un censimento) sia la vera tragedia dei conti nazionali. Certa demagogia imperante, ciancia di “meno tasse” ben sapendo che se non si interviene sulle gravi sacche di inefficienza, anche promuovendo una sana cultura digitale, non si esce dal circuito vizioso. Invece, dovunque ci si guardi intorno, il trend della spesa pubblica inefficiente cresce: ma, si sa, i voti si prendono dalle lobby (vedi caso Taranto, dove una parlamentare 5S viene inseguita perché “traditrice”).
    Sull’idea balzana della chiusura domenicale, non commento: è il solito approccio centralista, statalista, pauperista, illiberale, autoritario e persino un po’ “minculpop” che penalizza mercato e cittadini senza dare reali vantaggi a nessuno per come è proposta (fra l’altro in contro tendenza con i grandi paesi liberali). Caro Daniele, continua con le tue (nostre) battaglie liberali! Ce n’è un enorme bisogno! Francesco

  2. Avatar angelo federico bianco ha detto:

    D’accordo, ma relativamente. Purtroppo l’Italia non è l’America e soprattutto il livello di indebitamento in proporzione e molto maggiore. Quindi non sarebbe possibile praticare di colpo un taglio delle imposte alla Trump. Bisogna andare più cauti. Il problema è che tutti i governi susseguitisi non hanno fatto neppure questo. Tanto meno farà questo governo visti i presupposti. Vede, per parlare di crescita bisogna prima parlare di efficienza, e dove persiste una situazione di inefficienza massima data prima di tutto da centinaia di migliaia di posti di lavoro pubblico fasulli, forse un milione, e altrettante pensioni di origine politica e pseudo-sociale, se non si taglia questa idrovora di denaro dei contribuenti, che dovrebbe andare a diminuire il debito, nulla potrà mai essere risolto.

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