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“Skam Italia”: la banalizzazione del modello di oppressione dell’islam integralista

Avatar di Adriano Angelini Sut, in In Cold Blood, Rubriche, del

In una soporifera domenica pomeriggio di gennaio, ho avuto la sfortuna di imbattermi in una di queste serie tv italiane presenti su Netflix, una piattaforma ormai più dannosa che utile, ridotta a megafono del multiculturalismo, leggasi islamismo. Titolo “Skam Italia”. È la versione italiana, meglio dire, romana, della serie tv norvegese “Skam”. Tratta di vita adolescenziale, scolastica, festaiola e socialnetworkaiola dei ragazzi italiani che frequentano il liceo e sono alle prese con i loro, ormai inesistenti, riti di passaggio e crescita. Skam è disagio ma anche o soprattutto vergogna. Shame, come direbbero gli inglesi.

I primi due episodi risultano inguardabili, insopportabili, inutili come la vita degli adolescenti contemporanei. La recitazione è imbarazzante, i dialoghi una caricatura del linguaggio dei ragazzi. La trama inesistente. Il cincischio dei messaggini Whatsapp, i like su Instagram, il sospetto di corna di uno dei protagonisti, Giovanni, nei confronti della sua ragazza, Eva. Un gita al lago a Pasqua con gli amici. Le canne. Il Risiko. Il calciotto. Il vuoto cosmico delle loro vite. Non poteva mancare la canzoncina di Calcutta, questo nuovo Rino Gaetano dei poveri millennials progressisti, abbandonati dalla speranza di un domani migliore.

Al terzo episodio, quando ormai stavo collassando nell’abisso dei “ci” e dei “bella zi” e dei “te prego”, e dei superlativi assoluti che ormai i ggggiovani usano come dentifricio para-imbarazzo, ecco un sussulto. In un gruppetto di ragazze adolescenti che decidono di andare a una festa di maturità (che oggi chiamano il diciottesimo, nemmeno fossimo tornati ai tempi dei Borgia) e fanno inviti a destra e a manca, viene introdotta lei, la nuova star del mondo politicamente corretto, delle società “inclusive”, del pizzardone multicult, della bontà con l’occhietto eyeliner che sbatte la palpebra come nemmeno Betty Boop facendo svolazzare le trucidissime ali di gabbiano sulle sopracciglia: la velata del profeta, la donna dell’Islam, la ragazzetta immigrata fiera della sua religione; l’imbacuccata tutta nera (ma truccata, per dare un tocco di trasgressione). La cosa più fastidiosa e irritante del dialogo che segue all’introduzione della pargoletta è il tentativo, per me impensabile, di farla accettare come “normale”, anzi, l’unica ragazza che inizialmente si opporrebbe alla sua presenza e fa della timidissima (scusate gggiovani, vi frego un superlativo) ironia, viene prontamente messa in minoranza.

Ecco, io vorrei chiedere agli sceneggiatori. Ma vi sembra normale che una ragazza la cui femminilità è umiliata e repressa, nascosta e negata debba passare come modello “normale” da dover accettare e integrare? Nella seconda stagione, da quanto dice la trama, Martino, il miglior amico di Giovanni, si scopre gay. E giustamente gli episodi si sviluppano in maniera da far accettare la cosa agli altri. Ecco, la domanda sorge spontanea: ma lo sapete che i seguaci della religione della imbacuccata i gay li impiccano? Ma non vi sembra di essere entrati, come la sinistra “tollerante e accogliente” del resto, in un corto circuito senza fine? Ma davvero pensate che accettare l’omosessualità fra i ragazzi sia la stessa cosa che accettare una ragazza che fa dell’umiliazione della sua femminilità un vanto, visto che la dipingete come orgogliosa del suo velo e del suo abbigliamento?

Non solo, la ragazza musulmana integralista fa anche battutine sulla sua condizione. Cosa che reputo francamente disgustosa. Riporto il dialogo nei punti salienti dell’incontro fra ragazze:

Ragazza 1 a ragazza 2 che ha introdotto l’islamica (Sana) alle altre: “Come vi siete conosciute?”

“Ah non glielo ha detto”, fa Sana. Le altre si guardano. Sana aggiunge:

“Stiamo organizzando un attentato al Papa…”, ah ah ah risatina collettiva…

La ragazza che si pone un pochino di domande (ma giusto un po’) le fa:

“Ma se vieni alla festa, ci saranno un sacco di cose da bere, e a voi non vi…”

“Lapidano? No, ci fanno direttamente saltare in aria!”, risponde Sana.

Ecco, l’ironia su una questione oggi fondamentale come l’integrazione delle comunità islamiche nelle società occidentali non può mai e poi mai passare per la normalizzazione, per l’accettazione tout court e supina di modelli inaccettabili come quello di ragazze velate, anzi imbacuccate, in stile famigli di Suleimani. Andrebbe ricordato agli sceneggiatori che le donne in Iran stanno conducendo una battaglia di civiltà per liberarsi del velo, integrale o parziale. Andrebbe ricordato agli sceneggiatori che in Francia vige il divieto del burqa e del velo integrale nei luoghi pubblici, scuole comprese. Andrebbe ricordato agli sceneggiatori che se si vuole una scuola laica, e si chiede di togliere il crocifisso dalle aule, è necessario anzi vitale che questi modelli non vengano affatto accettati. È vergognoso far passare questa ragazza come “normale”, come un modello a cui dobbiamo abituarci. Sarebbe stato importante un personaggio che si opponesse a questa imposizione con argomentazioni che dovrebbero suonare come elementari in una società liberaldemocratica e laic . Senza arrivare a ricordare loro che per i maomettani integralisti la donna è poco più di un suppellettile e non va scoperta per non “provocare” gli altri uomini (a parte il marito, of course), sarebbe bastato appunto un personaggio che usasse gli argomenti del diritto. Non si può entrare in classe tutta imbacuccata, perché stai indossando un simbolo religioso integralista e noi siamo una società laica. Punto.

Ecco, io inviterei a boicottarla una serie tv del genere. Fra le tante cose necessarie per questo Paese, ci sarebbe bisogno di un Parlamento che legiferasse subito per vietare che nei luoghi pubblici possano essere ostentati simboli e vestiario religioso di chiaro stampo integralista. Io, da laico, sono anche disposto a togliere il crocifisso dalle aule; ma pretendo ed esigo che le musulmane non entrino con il velo. E che non si faccia passare per “normale” ciò che non possiamo rassegnarci a considerare normale.

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Adriano Angelini Sut


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