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Quel confronto tra Di Maio e Boccia: lo stato qua, lo stato là, lo stato deve, lo stato può… E la liberta? La libertà d’impresa? L’iniziativa privata? Tutto soffocato dallo statalismo?

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La chirurgica precisione di Enrico Mentana, l’altra sera, ci ha consegnato su La7 un documento interessante (anche in futuro) per la comprensione dell’Italia del 2018: un bel confronto tra il vicepresidente del Consiglio e ministro del lavoro Luigi Di Maio e il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia.

L’origine del faccia a faccia era ovviamente legata al dissenso tra i due protagonisti su alcuni aspetti qualificanti del cosiddetto “decreto dignità”. E i due hanno espresso le rispettive posizioni con toni e argomenti per tanti versi seri, e assolutamente funzionali al “target” di ciascuno: Di Maio interessato a rivolgersi ai giovani “precari”, Boccia desideroso di non rompere con il Governo ma al tempo stesso di fare alcune puntualizzazioni. Fin qui, tutto prevedibile.

Ma, al di là della contingenza, ciò che colpiva era la sintonia di fondo dei due interlocutori sul ruolo dello stato, che qui scriviamo minuscolo, secondo la lezione einaudiana, ma che, nelle parole di Di Maio e Boccia, si è fatto sempre più maiuscolo, direi a caratteri cubitali.

Per un’ora e mezzo, è stato tutto un “lo stato deve, lo stato può, lo stato qua, lo stato là”, un luccichio di incentivi pubblici negli occhi di entrambi, l’idea che la politica debba intervenire, determinare, incidere.

Forse esagero? Può darsi. Ma mi pare sempre più chiaro che, dopo tanti anni, sia sostanzialmente sparita dai radar e dall’agenda politica italiana l’idea che lo stato debba fare di meno, debba ritrarsi, debba lasciare spazio al libero dispiegarsi dell’azione della società.

Intendiamoci bene. Nei tempi di incertezza che viviamo, è fatale che ci sia un desiderio generalizzato di “protezione”: che va compreso e interpretato. E’ umanissimo, è comprensibile. Ma voci coraggiose (nella politica e nell’imprenditoria) dovrebbero scoraggiare l’idea che la risposta giusta sia sempre e comunque un’azione governativa, un intervento ministeriale, o una legge, un decreto, una mossa dell’apparato pubblico.

Più che mai, l’Italia avrebbe bisogno di stampare in tutti gli uffici pubblici due massime della Thatcher e di Reagan. La prima amava ripetere che “non esiste il denaro pubblico: esiste solo il denaro dei contribuenti”; il secondo aggiungeva che le otto parole più pericolose pronunciabili da qualcuno sono le seguenti: “Sono del Governo e sono qui per aiutare”.

In questa estate italiana, Reagan e Thatcher faticherebbero a trovare ascolto: non solo presso i Cinquestelle (e questo si capisce), ma anche presso una Confindustria che, inclusi i suoi mezzi di informazione, sembra sempre più nettamente trasformata in una protesi dell’apparato pubblico.

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Daniele Capezzone


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