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L’altra faccia del lunedì – Per le manette ma contro la polizia: antropologia del giustizialista italiano

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Si può essere contemporaneamente giustizialisti, ma che dico giustizialisti, adepti dell’estetica delle manette, del carcere, del crucifige, fino a godere degli arresti e delle condanne, ma al contempo disprezzare le forze dell’ordine, la polizia, i carabinieri, cioè gli esecutori materiali delle misure repressive?

In passato e in Paesi in cui la mala giustizia non ha deturpato il Paese come da noi, no. Legge e ordine partono infatti dal rispetto della divisa del poliziotto: tanto è vero che i movimenti anti-repressione degli anni Sessanta e Settanta in tutto il mondo contestavano al tempo stesso poliziotti e giudici; e anzi, nella logica “di classe” che li animava, erano molto più duri con il giudice, “borghese”, e molto più comprensivi nei confronti dei poliziotti “proletari”.

Ma oggi, almeno in Italia, non è così. Il Fatto Quotidiano, che negli ultimi giorni ha messo in copertina almeno due volte le manette, di fronte al massacro dei due poliziotti a Trieste ha dato la notizia sobriamente, nelle pagine centrali del giornale, senza enfasi, e ha anzi sottolineato il carattere “disturbato” del presunto (noi siamo garantisti) assassino, quasi a voler, se non giustificare, attenuare.

Un piccolo segno che ci dice molto di cosa sia oggi il giustizialismo, condiviso dalla forza politica preferita dal giornale di Marco Travaglio, cioè i 5 Stelle. Che nei confronti delle forze dell’ordine alterna disinteresse a sospetto, quando non un malcelato disprezzo, mentre esalta a non finire i pm e la loro opera di lavacri giustizieri.

Come è possibile? Lo comprendiamo riflettendo sulla storia della magistratura italiana. Dagli anni Settanta i pm, anche con l’aiuto dell’infiltrazione comunista tramite apposite correnti della magistratura, si presentarono come giustizierei del proletariato in lotta, spesso contro lo stesso Stato “fascista” che in teoria dovevano tutelare. Il problema è che questo Stato era incarnato, in prima istanza, proprio dai poliziotti e dai carabinieri, i primi soprattutto organizzati secondo gli schemi che negli anni Cinquanta il ministro dell’interno Scelba aveva introdotto.

Finché a cadere sotto i colpi dei terroristi e della criminalità organizzata erano insieme giudici e poliziotti, la contraddizione non emerse. Ma a partire da Tangentopoli, il popolo della sinistra cominciò a identificarsi totalmente nei pm, considerati la forza in grado di abbattere l’odiato “regime democristiano”. Tanto che persino reduci del lungo Sessantotto italiano, che avevano fatto carriera assalendo la polizia e firmando appelli per l’assassinio di vari commissari, abbracciarono l’azione purificatrice dei magistrati, che peraltro venivano dal loro stesso ceto sociale, mentre continuarono a nutrire sentimenti di avversione nei confronti degli “sbirri”.

Ecco perché, negli ultimi decenni, gente che portava il santino di Di Pietro e di Davigo nel portafoglio si alzava a gridare contro la “polizia cilena” non appena l’occasione si presentava. Il caso Cucchi, in cui alla polizia, tutta presentata come violenta e corrotta, si è contrapposta l’azione di pulizia dei magistrati, è solo l’ultimo in ordine di tempo esempio della serie. 

Ai 5 Stelle, che sono figli del giustizialismo nato con Mani Pulite e della cultura dei centri sociali e della sinistra radicale, e ai giustizialisti tout court si deve perciò continuare a rispondere come mezzo secolo fece Pier Paolo Pasolini:

“Avete facce di figli di papà / Vi odio come odio i vostri papà / Buona razza non mente. / Avete lo stesso occhio cattivo. / Siete pavidi, incerti, disperati / (benissimo!) ma sapete anche come essere / prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati: / prerogative piccolo-borghesi, cari. / Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, / io simpatizzavo coi poliziotti./ Perché i poliziotti sono figli di poveri.”

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Marco Gervasoni


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