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Non è il “razzismo sistemico” che combattono (e che, dati alla mano, non c’è), è un assalto alla civiltà occidentale

Rob Piccoli di Rob Piccoli, in Cultura, Esteri, O, America!, Quotidiano, Rubriche, del

La maggior parte degli osservatori e commentatori ha torto: il “razzismo sistemico” e “il peccato americano” della schiavitù c’entrano fino a un certo punto con il movimento dei decapitatori e distruttori di statue. I dati mostrano che la condizione socio-economica degli afroamericani è molto migliorata negli ultimi decenni. E solo il 17 per cento dei manifestanti erano neri, quattro su cinque si identificano con il Partito democratico. In realtà, si tratta di un assalto alla civiltà occidentale nel suo complesso e alle sue glorie e acquisizioni

Qualcuno forse ricorda quando, già nell’agosto 2017, il presidente Trump predisse (tweet, video) che i distruttori di statue non si sarebbero limitati al monumento del capo dei Confederati, generale Robert E. Lee, che avrebbero esteso la loro smania distruttrice alle statue degli ex presidenti e Founding Fathers George Washington e Thomas Jefferson. Quante severe critiche, nonché ironie e sberleffi a non finire ne seguirono sui media mainstream… Ebbene, meno di tre anni dopo, ecco che la profezia si è avverata: siamo passati dai vandalismi ai monumenti confederati alla deturpazione e distruzione – o alla pressante richiesta di rimozione – delle statue di Cristoforo Colombo, dell’ammiraglio David Farragut, dell’abolizionista Matthias Baldwin, del generale della guerra rivoluzionaria americana Philip Schuyler, di un capitano dei Texas Rangers, Jay Banks, del missionario cattolico San Ginepro Serra, di Ulisses S. Grant, comandante in capo dell’esercito dell’Unione, di Francis Scott Key, Abraham Lincoln, George Washington e Thomas Jefferson. L’ultimo misfatto in ordine di tempo è l’abbattimento della statua del colonnello Hans Christian Heg, nientemeno che un immigrato norvegese che morì combattendo per l’Unione e contro la schiavitù. E mentre scriviamo una statua dell’ex presidente Theodore Roosevelt sta per essere rimossa a New York City.

Molto più indietro nel tempo, un altro presidente, Abraham Lincoln, precisamente nel suo secondo discorso inaugurale (4 marzo 1865) fu profetico – oltre che poetico, come forse solo il sedicesimo presidente lo fu – quasi che avesse avuto una visione soprannaturale e prodigiosamente esatta della reale dimensione della tragedia che era stata la Guerra Civile americana. Le sue parole risuonano ancora oggi come un monito severo e di grande suggestione:

“Noi speriamo con tutta l’anima – e preghiamo con fervore – che questo temibile flagello della guerra possa finire presto. Tuttavia, se Dio vuole ch’esso continui sin che tutta la ricchezza accumulata dai negrieri in duecentocinquant’anni di lavoro non retribuito vada in rovina, e finché ogni goccia di sangue versato con la frusta sia pagata con un’altra versata dalla spada – come fu detto tremila anni addietro – così ancora oggi si dica: ‘Il giudizio del Signore è vero e insieme giusto’.”

E così, mentre l’America è sconvolta dagli attacchi della fazione belligerante del Black Lives Matter e dei soliti Antifa scatenati in seguito al barbaro omicidio da parte di un agente di polizia bianco dell’afroamericano George Floyd, il 25 maggio scorso, gli spettri del passato salgono in cattedra e rimettono in discussione praticamente tutto… Non importa se un bilancio onesto di tutta la vicenda storica suggerirebbe una lettura sensibilmente diversa da quella imperante non solo tra i facinorosi, ma anche nei media e nei dibattiti pubblici.

Proviamo a mettere dei paletti. Quante furono le vittime accertate della Guerra Civile americana? Tradizionalmente si parla di 618.000, ma quella cifra è stata recentemente portata a 750.000. Vogliamo confrontare quel numero con il numero totale di africani importati come schiavi negli Stati Uniti continentali durante la sua storia coloniale e nazionale? Lo storico americano Henry Louis Gates afferma che “tra il 1525 e il 1866, nell’intera storia della tratta degli schiavi nel Nuovo Mondo, secondo il database transatlantico sul commercio di schiavi, 12,5 milioni di africani furono spediti nel Nuovo Mondo. 10,7 milioni sopravvissero e sbarcarono in Nord America, Caraibi e Sud America. E quanti di questi 10,7 milioni di africani furono spediti direttamente in Nord America? Solo circa 388.000. Esatto: una piccola percentuale.” Quindi, dato il tasso di mortalità del 14,4 per cento di coloro che non sono sopravvissuti al “passaggio intermedio” (cioè al terribile viaggio di trasferimento dall’Africa al Nuovo Mondo), il numero di schiavi destinati ai porti americani sale a 443.000. Per questo, in un articolo del 16 giugno scorso su The American Thinker, Dan Truitt si sente in diritto di affermare, con più di qualche ragione, che “il debito per il peccato americano della schivitù è stato pagato molto tempo fa”. “Ho una domanda piuttosto cupa per voi,” scrive Truitt, “la morte di 750.000 americani e il mutilamento di altre migliaia, come conseguenza diretta della presenza della schiavitù in questo Paese, è un prezzo approssimativamente equo per l’importazione forzata di 443.000 africani in America, per duecentocinquanta anni di duro lavoro non retribuito, oltre a circa novanta anni di Leggi Jim Crow?” (le leggi Jim Crow furono delle leggi locali e dei singoli stati, emanate tra il 1876 e il 1964, che di fatto mantennero la segregazione razziale in tutti i servizi pubblici, istituendo uno status definito di “separati ma uguali” per i neri americani e per i membri di altri gruppi razziali diversi dai bianchi). Alla domanda, osserva opportunamente Truitt, solo Dio può rispondere, e tuttavia, esaminate da questo punto di vista, le cose appaiono sotto una nuova luce. Per non dire che la condizione dei neri americani è effettivamente migliorata negli ultimi decenni. Ed ecco che Kyle Smith ha scritto di recente sul New York Post:

“L’Istituto di politica economica ha scoperto che la differenza tra i tassi di diploma delle scuole superiori tra bianchi e neri è scesa dal 27 per cento nel 1962 al 5 per cento nel 2004. Lo scorso autunno, il tasso di disoccupazione dei neri e degli ispanici ha toccato un minimo storico. Dal 1980, la percentuale di adulti neri con titolo universitario è triplicata; nel 1970 l’aspettativa di vita degli americani bianchi superava quella degli americani neri di oltre sette anni; tale divario è stato ridotto della metà, a tre anni e mezzo. la percentuale di neri con un reddito di più di 75.000 dollari è più che raddoppiata (adeguata all’inflazione) tra il 1970 e il 2014, secondo il professore di Harvard William Julius Wilson, che studia la mobilità verso l’alto tra i neri americani”.

Quindi qual è il problema, ci si potrebbe chiedere? Se le cose sono cambiate così tanto in meglio, perché tutta questa rabbia? Una delle risposte possibili è quella che suggerisce lo stesso Pruitt, e cioè il fatto che l’agenda del marxismo culturale sia in costante avanzamento, con conseguente tsunami di political correctness ed espulsione dei conservatori dalle posizioni di potere e influenza. Questo spiega, tra l’altro, le parole sorprendenti – ma non poi tanto – di Andrew Cuomo, governatore dello stato di New York e stella di prima grandezza del firmamento liberal e progressista, il quale ha sentito la necessità di affermare che demolire monumenti storici è una “sana espressione di rabbia”. Parlando della richiesta di rimozione della statua di Theodore Roosevelt, Cuomo ha detto testualmente:

“Penso che sia una sana espressione della gente che dice: diamoci alcune priorità e ricordiamo il peccato e l’errore che questa nazione ha fatto, e non celebriamolo”.

Ma è assai probabile che sia Cuomo sia la maggior parte degli osservatori e commentatori abbiano torto a ritenere che dietro il movimento per abbattere o anche solo deturpare le statue ci sia soltanto o principalmente la febbre auto-flagellante prodotta dal “razzismo sistemico”. In realtà, più di qualcuno ha avanzato l’ipotesi, o meglio la certezza, che si tratti di un assalto alla civiltà occidentale nel suo complesso e alle sue glorie e acquisizioni. Forse la formulazione più estrema di questo punto di vista, come ha scritto Conrad Black sul National Review del 23 giugno scorso, è quella di Louis Farrakhan, leader di colore della Nation of Islam (come se l’Islam fosse stato ben disposto nei confronti dei neri…), che proclama che gli ebrei sono “termiti” e che Hitler era “un uomo eccezionale” (riferendosi tanto alle sue qualità morali tanto quanto ai suoi talenti). “Il Partito democratico – nota ancora Black – ha lasciato la porta sul retro aperta a questi estremisti antidemocratici ed è stato infiltrato. Si è atrofizzato moralmente ed è ambiguo tra il governo della folla e l’applicazione ragionevole della legge”.

È per questo che lo scrittore e saggista Victor Davis Hanson, senior fellow della Hoover Institution, ha dichiarato qualche giorno fa al “Tucker Carlson Tonight” che ciò che è in gioco nelle elezioni di novembre è la sopravvivenza della civiltà. “Non voglio andare sul politico, ma queste elezioni non riguardano più i tweet di Donald Trump”, ha detto Hanson al conduttore Tucker Carlson. “Non si tratta del deficit cognitivo di Joe Biden. Non c’entrano più niente il lockdown, il virus, l’economia. È una questione esistenziale, una scelta manichea…”. Insomma, “vogliamo la civiltà e crediamo che l’America non debba essere perfetta per essere buona (…), oppure riteniamo che il Paese sia intrinsecamente minato da un cancro, e dunque dobbiamo usare le radiazioni e la chemioterapia e fare fuori il paziente per uccidere il cancro? Questa è la scelta che abbiamo di fronte, ed io voterò per la civiltà”.

Gli ha fatto eco un paio di giorni dopo il presidente Trump promettendo di firmare un ordine esecutivo entro la fine della settimana per proteggere le statue pubbliche e i monumenti federali. “Non continueranno a distruggere e deturpare i monumenti. Stanno adocchiando [le statue di] Gesù Cristo, George Washington, Abraham Lincoln e Thomas Jefferson”, ha detto durante una conferenza stampa con il presidente polacco Andrzej Duda nella Giardino delle Rose alla Casa Bianca. Ma, ha tagliato corto il presidente, quello che hanno in mente, semplicemente “non accadrà”.

Ad avvalorare l’ipotesi che il “razzismo sistemico” e “il peccato americano” della schiavitù c’entrano solo fino a un certo punto con il movimento dei decapitatori e distruttori di statue c’è adesso un’indagine del Pew Research Center appena pubblicata, secondo la quale soltanto uno su sei dei manifestanti del Black Lives Matter sono effettivamente neri. In dettaglio la ricerca rivela che solo il 17 per cento di quelli che sono scesi in piazza erano neri, mentre il 46 per cento erano bianchi, il 22 per cento ispanici e l’8 percento asiatici. E per quanto riguarda l’affiliazione politica, quattro su cinque si identificano come democratici o simpatizzanti del Partito democratico, mentre solo il 17 percento si considerano repubblicani. Interessante, a questo proposito, il commento del magnate di colore Robert Johnson, cofondatore dell’importante rete televisiva via cavo BET (Black Entertainment Television), sui manifestanti bianchi: la maggior parte dei neri americani, ha detto in un’intervista con Fox News, “ride” dei bianchi che cercano di abbattere i monumenti e di cancellare tutto ciò che ritengono essere “razzista”. I bianchi “partono dall’errato presupposto che i neri siano seduti in circolo a tifare per loro dicendo ‘Oh, mio Dio, guarda questi bianchi. Stanno facendo qualcosa di così importante per noi. Stanno abbattendo la statua di un generale della Guerra Civile che ha combattuto per il Sud’”.

Insomma, le cose sono un po’ più complesse di quel che sembra a prima vista. Parafrasando una celebre frase di Ennio Flaiano, e adattandola alla realtà del Nuovo Mondo, potremmo dire che “la situazione politica in America è grave ma non è seria”. Del resto, un po’ tutto, di là dall’oceano, è per certi aspetti un’amplificazione e una rappresentazione un po’ hollywoodiana di ciò che affligge, allieta o semplicemente contraddistingue la vecchia Europa. Quel che è certo è che la posta in gioco, nel film che si proietta nella sale della realtà americana, è altissima. È appunto la civiltà occidentale: giudaico-cristiana, greco-romana e illuminista. E noi, come Victor Davis Hanson insegna, sappiamo per chi dobbiamo fare il tifo, tra circa quattro mesi, il prossimo 3 di novembre. God Bless America.

Rob Piccoli

Rob Piccoli

Europeo per nascita, Americano per filosofia www.srpiccoli.eu

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