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#Muro30 – 13. Fuga dalla prigione DDR: le vittime e gli “indesiderabili”

di Enzo Reale, in #Muro30, Rubriche, del

La costruzione del Muro si effettua in quattro fasi (chiamate “le quattro generazioni”). La prima consiste nella sostituzione del filo spinato con una barriera solida. Inizialmente si tratta di pannelli di cemento mischiato con ghiaia, che è quello che passa il convento all’epoca dei fatti. Contemporaneamente comincia la distruzione degli edifici in prossimità della linea di divisione e di quelli che semplicemente permetterebbero di osservare al di là del Muro. Le famiglie vengono avvisate all’ultimo momento e ricollocate il più lontano possibile dalla zona. Nel corso della seconda fase l’agglomerato di cemento e ghiaia è rimpiazzato da pannelli di cemento armato. Nel corso degli anni fanno la loro comparsa i cani poliziotto e i dispositivi di controllo più disparati: mine antiuomo, filo spinato elettrificato, pali metallici all’altro lato della barriera, distesa di sabbia in grado di registrare eventuali impronte. A metà degli anni ’60 – la terza fase – sono già più di duecento i bunker costruiti sul confine e le postazioni di tiro blindate: una torretta ogni chilometro, come in un campo di concentramento. All’inizio degli anni ’70 l’opera è completa. Lunghi tratti di Muro vengono rinforzati sotto forma di striscia continua di cemento sigillata nella parte superiore da un’ulteriore rete metallica: in effetti, alla fine, sarà una doppia muraglia, la principale davanti a Berlino Ovest alta tre metri e mezzo, e dietro un’altra un po’ più bassa visibile solo da Berlino Est.

Un’enorme prigione, dalla quale si può provare ad evadere solo a proprio rischio e pericolo. E infatti fin dall’agosto 1961 il Muro produce i suoi primi morti. Il 19, sei giorni dopo la chiusura, Rudolf Urban salta da una finestra di un edificio sul confine e si sfracella al suolo. Il 24 Günther Liftin corre verso il filo spinato con l’intenzione di scavalcarlo ma viene ucciso da uno sparo poco prima di raggiungerlo. Sono loro le prime vittime. Continueranno ad essercene fino al 1989. Il 13 febbraio dell’anno della liberazione Chris Geffroy, vent’anni non ancora compiuti, viene abbattuto dalle guardie di confine con un proiettile al petto. L’anno prima Winfried Frundenberg muore di freddo nella carlinga del pallone aerostatico che ha costruito per raggiungere Berlino Ovest dal cielo. Una lunga lista di caduti il cui numero è ancora oggi incerto, perché i registri ufficiali erano tenuti dalla Stasi. Le cifre più prudenti parlano di 138 persone, quelle più verosimili di 270, a cui vanno aggiunte tutte le vittime che da altri punti del confine tra le due Germanie provano la fuga con i mezzi a disposizione.

Due soli gruppi sociali fanno eccezione: ai pensionati, a partire dalla fine degli anni ’70, vengono concesse agevolazioni di transito per andare a trovare le famiglie ad ovest. La DDR non li considera più come forza lavoro attiva e l’eventuale perdita di questa categoria di popolazione è considerata assumibile e in certi casi addirittura auspicabile. E poi gli “indesiderabili”, persone che – benché il regime non li consideri oppositori diretti (quelli sono perseguitati o in carcere) – vivono in una posizione di passività la loro disconformità: quote annuali di “emigrazione” retribuite sono stabilite d’accordo con la Repubblica Federale Tedesca. La patria dei lavoratori vende i suoi cittadini “di scarto” al nemico capitalista. Dal punto di vista occidentale è come se Bonn pagasse un riscatto per la loro liberazione.

Enzo Reale

Da Barcellona

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