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Modena celebra l’inglese Talbot, inventore della fotografia su carta

di Gianfranco Ferroni, in Day by Day, Rubriche, del

L’Italia celebra un gigante della storia, l’inglese William Henry Fox Talbot (1800-1877), l’inventore della fotografia su carta, l’uomo che ci permette di vivere nella civiltà delle immagini. E che ha avuto uno straordinario rapporto con il Belpaese. “La fotografia è l’arte di fissare un’ombra” diceva: e a lui le Gallerie Estensi dedicano, dal prossimo 12 settembre al 10 gennaio 2021, la mostra “L’impronta del reale. William Henry Fox Talbot. Alle origini della fotografia”. Si tratta della prima grande retrospettiva italiana che documenta l’attività di questo pioniere della fotografia, mettendo a confronto il suo lavoro con quello di altri fotografi, artisti, scienziati, e documentando i suoi legami con l’Italia, in particolare con Modena. Attraverso oltre 100 opere esposte, fra cui disegni fotogenici, calotipi, dagherrotipi, incisioni da dagherrotipi, fotografie contemporanee, la mostra ripercorre le esperienze che portarono alla nascita di questa nuova forma di rappresentazione della realtà. La rassegna propone anche la straordinaria corrispondenza autografa tra William Henry Fox Talbot e l’ottico, matematico, astronomo e studioso di scienze naturali modenese Giovanni Battista Amici (1786-1863), mostrando alcuni strumenti scientifici che furono alla base del rapporto fra i due inventori. Talbot intrattenne, infatti, con lo scienziato modenese, considerato il più importante costruttore italiano di strumenti ottici del XIX secolo, una relazione testimoniata da una serie di lettere e da alcune ‘prove fotografiche’ conservate nella Biblioteca Estense, che l’inventore inglese donò ad Amici. Proprio il ritrovamento di questi materiali, avvenuto nel 1977, diede vita a una mostra curata da Italo Zannier che si tenne al Palazzo dei Musei di Modena. I materiali esposti provengono da importanti istituzioni internazionali e italiane: dal National Science and Media Museum di Bradford (Uk), che ha prestato preziosi calotipi (le prime immagini fotografiche su carta) e cianotipi (stampe fotografiche caratterizzate dal colore blu) della sua ricchissima collezione, fino alla Biblioteca Nazionale di Firenze da dove giunge il fascicolo di “The Pencil of Nature”, il primo libro illustrato con fotografie, donato da Talbot al Granduca di Toscana tramite Giovanni Battista Amici. La rassegna comprende altri importanti prestiti provenienti dall’Istituto centrale per la grafica di Roma, dalla Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, dall’Archivio della Biennale di Venezia, dalla Fondazione di Venezia, dall’Accademia di Brera di Milano, dal Centro Apice di Milano, dall’Archivio Ugo Mulas, dalla Fondazione Piero Manzoni, oltre che dalla Biblioteca Estense, dall’Accademia di Scienze, Lettere e Arti di Modena, dai musei universitari cittadini, dalla Fondazione Modena Arti Visive e da numerosi collezionisti.

In mostra, i primi rarissimi libri illustrati con fotografie, come The Pencil of Nature pubblicato da Talbot a Londra nel 1844, la rarissima raccolta di impressioni della flora inglese realizzata da Anna Atkins nel 1853, fra le prime donne a cimentarsi con l’arte fotografica, e i pionieristici esperimenti editoriali illustrati con fotografie dei nostri beni architettonici, archeologici e paesaggistici, che ebbero un ruolo importante anche per la formazione dell’i-dentità nazionale negli anni dell’Unità d’Italia. Durante tutto il percorso espositivo, come contrappunto, saranno proposti alcuni scatti di autori del Novecento e contemporanei, quali Paolo Gioli, Luigi Veronesi, Ugo Mulas, Claudio Abate, Man Ray, Karen Knorr, Gillian Wearing e Franco Vaccari, le cui immagini hanno connessioni, sia dal punto di vista tecnico che formale, con la fotografia delle origini.

“La mostra – afferma Martina Bagnoli, direttore delle Gallerie Estensi – mette in luce il rapporto stretto e proficuo tra arte e scienza nella prima metà del XIX secolo, celebrando la scoperta del negativo fotografico. Fu questa una scoperta fondamentale che rese l’immagine fotografica riproducibile, cambiando per sempre il nostro rapporto con le immagini. Per questo motivo la mostra è un momento imprescindibile per tutti quelli che si interessano alla storia e all’evoluzione della nostra cultura visiva. Frutto di oltre due anni di ricerca, la rassegna nasce dallo studio delle collezioni delle Gallerie Estensi, soffermandosi su un momento straordinario in cui la storia di Modena si interseca con quella delle grandi capitali europee. Attraverso le mostre e lo studio delle sue collezioni, il museo partecipa allo sviluppo della cultura visiva in maniera critica e propositiva. L’esposizione su Talbot, fa riflettere sul concetto di riproducibilità delle immagini, il desiderio di rappresentare e rappresentarsi e il rapporto strettissimo e imprescindibile tra immagine e memoria”.

Nell’occasione, la rassegna di Talbot è in dialogo con la personale di Mario Cresci dal titolo “La luce, la traccia, la forma”, presentata da Fondazione Modena Arti Visive nelle stesse date, presso Palazzo Santa Margherita a Modena.

William Henry Fox Talbot (1800–1877), nacque a Melbury, nel Dorset, figlio unico di William Davenport Talbot (1764–1800), ufficiale dell’esercito di Lacock Abbey, Wiltshire ed Elisabeth Teresa (1773–1846), figlia maggiore di Henry Thomas Fox-Strangways, secondo conte di Ilchester (1747–1802). Sebbene il suo cognome ufficiale sia Fox Talbot, si firmò quasi sempre Henry F. Talbot o H. F. Talbot. L’intuizione che diede la svolta agli studi di Talbot verso la fotografia avvenne nell’ottobre 1833, sulle rive italiane del Lago di Como, quando si trovò nella posizione frustrante di non riuscire a disegnare il paesaggio. Come ha affermato nell’introduzione al suo The Pencil of Nature del 1844:

“Uno dei primi giorni del mese di ottobre 1833, sulle incantevoli sponde del Lago di Como, in Italia, mi divertivo a prendere degli schizzi con la Camera Lucida di Wollaston; o, per meglio dire, tentavo di prenderli, ma coi più modesti risultati possibili. Infatti quando l’occhio si allontanava dal prisma – nel quale tutto appariva bello – scoprivo che la matita infedele aveva lasciato sulla carta solo delle tracce che mettevano malinconia a guardarle. Dopo diversi tentativi infruttuosi, accantonai lo strumento e giunsi alla conclusione che il suo uso richiedeva una precedente conoscenza del disegno, che io purtroppo non possedevo. Pensai allora di ritentare un metodo che avevo tentato molti anni prima. Questo metodo consisteva nel prendere una Camera Obscura e nel proiettare l’immagine degli oggetti su un pezzo di carta lucido trasparente, steso su una lastra di vetro posta nel fuoco dello strumento. Su questa carta gli oggetti si vedono distintamente, e possono esservi ricalcati a matita con una certa precisione, anche se non senza dispendio di tempo e fatica. […] Questo, dunque, era il metodo che io mi proposi di tentare di nuovo, adoperandomi – come in passato – a ricalcare con la matita i contorni dello scenario raffigurato sulla carta. E ciò mi indusse a riflettere sulla inimitabile bellezza delle raffigurazioni prodotte dalla pittura della natura, che l’obiettivo della Camera proietta sulla carta nel suo fuoco: raffigurazioni fatate, creazioni di un attimo, destinate altrettanto rapidamente a svanire. Fu tra questi pensieri che mi sovvenne un’idea… come sarebbe affascinante se fosse possibile far sì che queste immagini naturali s’imprimessero da sé in modo durevole, e rimanessero fissate sulla carta! E perché non dovrebbe essere possibile? Mi domandai”.

Nacque così il concetto di fotografia. Talbot non possedeva gli strumenti per sperimentare durante il viaggio e, al suo ritorno in Inghilterra, fu immediatamente riassorbito dai doveri parlamentari. Qualche tempo dopo, nella primavera del 1834, iniziò a trasformare il suo sogno in realtà. Rivestendo la normale carta da lettere con lavaggi alternati di sale da cucina e nitrato d’argento, riuscì a incorporare nelle fibre della carta il cloruro d’argento, sensibile alla luce. La carta così preparata, posta al sole, sotto un oggetto opaco come una foglia, si annerisce dove non è protetta dalla luce, producendo così una silhouette bianca dell’oggetto che vi è stato appoggiato. Talbot chiamò queste prime prove “sciagraphs”, disegni di ombre. Proseguì le sue ricerche a Ginevra durante l’autunno, dove riuscì a stabilizzare le sue immagini contro l’ulteriore azione della luce lavandole con una soluzione di ioduro di potassio. Incoraggiato dalla luce estiva, nel 1835, Talbot lavorò per aumentare la sensibilità delle sue carte al fine di utilizzarle all’interno di una Camera Oscura, il prototipo della macchina fotografica. I tempi di esposizione erano così lunghi che Talbot disseminava le sue piccole e ancora grezze macchine fotografiche di legno per tutto il giardino di Lacock, lasciandole anche per ore (portando Constance a battezzarle “trappole per topi”). Inoltre si rese conto che le immagini prodotte, sia quelle per contatto che quelle realizzate con la Camera, potevano essere stampate su carta sensibile, invertendo i toni e consentendo la produzione di più stampe positive da un negativo (i nomi positivo /negativo furono coniati in seguito da Herschel). Questo dimostra che i concetti fondamentali della fotografia erano già tutti alla portata di Talbot, appena due anni dopo la sua iniziale frustrazione sul Lago di Como.

Alla fine del 1835, sebbene avesse già raggiunto buoni risultati, le sue sperimentazioni erano note solo ai famigliari, perché desiderava migliorare ulteriormente il procedimento prima di pubblicarlo. Durante i tre anni seguenti, fu completamente impegnato in altri studi di ottica e nel perfezio-namento delle sue opere matematiche. Nel novembre 1838 Talbot tornò finalmente ai suoi esperimenti fotografici e iniziò a redigere un documento in vista della presentazione del procedimento alla Royal Society, da cui nello stesso anno aveva ricevuto la medaglia reale per gli studi in matematica. All’inizio del 1839 aveva pubblicato quasi trenta articoli scientifici e due libri, e altri due sarebbero seguiti entro l’anno. La notizia del 7 gennaio 1839 che a Parigi Louis Jacques Mandé Daguerre (1787-1851) aveva catturato le immagini della camera oscura, arrivò come un fulmine a ciel sereno per Talbot. Senza conoscere i dettagli (che furono resi noti successivamente), Talbot si trovò di fronte alla possibilità di aver perso la sua scoperta se il metodo di Daguerre si fosse rivelato identico al suo. A causa della cupa e debole luce invernale per Talbot era impossibile mostrare il proprio procedimento. Nell’affannosa ricerca di dimostrare che il suo metodo era precedente, lo aiutò Michael Faraday il 25 gennaio, mostrando alla Royal Institution alcune delle prove fotografiche di Talbot del 1835 che si erano ben conservate. Il 31 gennaio, Talbot lesse alla Royal Society il famoso discorso “Some Account of the Art of Photogenic Drawing” che venne poi pubblicato sulla Literary Gazette il 2 febbraio. Questo documento, sebbene scritto in modo affrettato, fu di ampia portata, diede un nuovo nome al procedimento, disegno fotogenico, ed esplorò molte delle implicazioni future della nuova arte. Tre settimane dopo, Talbot spiegò dettagliatamente il suo metodo davanti alla Royal Society.

Gianfranco Ferroni


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