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Minima Politica – Nemmeno Zalone si salva, il Torquemada collettivo colpisce ancora

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Anche l’Inquisizione antifascista quandoque dormitat come capitava al sommo poeta dell’Ur-Faschismus, Omero, apologeta della morale aristocratica e cantore degli eroi. Dormiva nel 1951 quando uscì il bellissimo film di Steno e Monicelli, Totò e i Re di Roma, interpretato dall’immortale principe de Curtis, in arte Totò, e sceneggiato, oltreché dai due registi, da Dino Risi, da Ennio De Concini, da Peppino De Filippo. Il film, liberamente tratto da due racconti di Anton Cechov, fu talmente massacrato dalla critica – Ugo Zatterin parlò di “facile spirito parodistico” di Totò, Franco Zannino di “scontata maniera farsesca e marionettistica” – che alcuni episodi di political uncorrectness passarono inosservati, ad esempio quello in cui l’archivista Totò, incaricato dal ministro di ritrovare un pappagallo – assai caro al defunto musicista di un piccolo paese dell’hinterland romano al quale il maestro elementare Palocco (Alberto Sordi), grande elettore del ministro, ha fatto dedicare un Museo – riceve la ferale notizia che il pennuto, nel 1944, era stato fucilato (sic!) dai partigiani che lo avevano sentito cantare “Giovinezza”! Proprio un pappagallo fascista, doveva capitare al travet romano! Nel clima che si respira oggi in Italia, la vicenda sarebbe stata sicuramente censurata giacché non si può ironizzare sui partigiani e sull’antifascismo che sta a fondamento della Costituzione repubblicana.

Forse gli “anni bui” di Scelba e della Celere erano più liberali e tolleranti dei nostri, se si pensa al coro di proteste sollevato oggi da Checco Zalone col suo video Immigrato diffuso per lanciare il film in uscita a gennaio Tolo Tolo. “Immigrato. Chi ha lasciato il porto spalancato? Ma non ti avevano rimpatriato?” è il divertente refrain della ballad del comico pugliese. Come c’era da aspettarsi, l’opera ha scatenato l’ira funesta della cultura politica mainstream. L’Huffington Post – Lucia Annunziata – ha ricordato “la canzone a sfondo umoristico dedicata agli ebrei” che si cantava nella Germania di Weimar. Non siamo al linciaggio di cui fu vittima Giuseppe Povia – che, al Festival di Sanremo del 2009, aveva avuto l’impudenza di presentare il brano Luca era gay e adesso sta con lei, suscitando la sacrosanta indignazione di Paolo Bonolis, dell’Arcigay, di Franco Grillini, di Roberto Benigni: ci si chiede se sarebbe stata la stessa se qualcuno avesse dedicato una canzone a un eterosessuale che “adesso sta con lui” – ma potremmo andarci vicino. Vedremo. Intanto una cosa è certa ovvero che rimane sempre attuale il vecchio adagio “scherza coi fanti lascia stare i santi!”, dove però, nelle varie stagioni della storia nazionale, non si capisce bene chi debba stabilire quali siano i fanti e quali siano i santi. Per quanto riguarda il nostro tempo aspettiamo fiduciosi che la Commissione Segre si sia insediata e funzioni a regime (e per i consulenti suggerirei sommessamente Corrado Augias, Gad Lerner, Maurizio Crozza, la citata Lucia Annunziata, Lilli Gruber, etc. etc.).

Temo che i nostri produttori di “sapere” abbiano come segreto, invidiato, modello il grande Torquemada e che, non potendo sperare nelle gratificazioni riservate ai politici che detengono il potere reale si sentano vivi e appagati ogni volta che possono denunciare gli atei e gli agnostici del credo ufficiale. L’uso critico della ragione, che dovrebbe essere il loro blasone, è da tempo un lontano ricordo. Non si spiegherebbe altrimenti il loro silenzio dinanzi a leggi inique che colpiscono la libertà di pensiero, come l’apologia di fascismo, dove fascismo comprende tutti i demoni vomitati dall’Inferno sulla terra: l’odio, il razzismo, il sessismo, l’ecocidio, lo specismo – inteso come dominio violento sulla natura e le altre specie viventi – etc. etc. Dipendesse da loro anche l’Associazione degli Odontoiatri dovrebbe sentire il dovere civico di condannare l’hate speech, di stigmatizzare nazionalismo e sovranismo, giacché, dinanzi al malum mundi, non si può restare indifferenti e trincerarsi dietro la neutralità della scienza e delle professioni liberali.

Il principio che un reato debba essere indicato con precisione non sfiora le menti di questi ayatollah del pensiero unico, ai quali basta qualche timido riconoscimento a regimi politici che, peraltro, tutti i democratici liberali combattono, per far risuonare la vibrata protesta. Vale per loro quel che si dice dei razzisti americani per i quali basta una goccia di sangue negro per fare un negro. Per i nostri ingegneri delle anime, è sufficiente sostenere che le bonifiche pontine furono un’opera grandiosa per subire la messa alla gogna da parte di un Filippo Filippi (l’autore di “Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo”, Ed. Bollati Boringhieri) o di alte cariche dello Stato che dichiarano inammissibile il rifiuto a vedere nel fascismo un blocco granitico di azioni infami. Ma cosa significa poi l’apologia di fascismo o di ogni specie di totalitarismo, compreso quello comunista? E un reato non dovrebbe consistere in un’istigazione a delinquere, nella criminalizzazione di un settore della popolazione (neri, ebrei, cattolici, induisti etc.) con espressioni così roventi da indurre i bravi cittadini ad appiccare il fuoco alle case dei “nemici del popolo”? Si pensi al classico discorso di Marco Antonio che, nel Giulio Cesare di Shakespeare, infiamma talmente gli ascoltatori da spingerli a cacciare da Roma Bruto, Cassio e gli altri congiurati delle idi di Marzo. Oggi se qualcuno si azzarda a scrivere che il fascismo fu il toccasana di mali antichi della nazione viene consegnato a quel Torquemada collettivo che è diventata la nostra cultura accademica e massmediatica, anche se sostiene – come il compianto Giano Accame, persona perbene e probo studioso – che le leggi razziali furono, comunque, un tragico errore e un vulnus alla nostra civiltà del diritto. Non nego, certo, che si possa ritenere plausibile la tesi di uno stretto rapporto tra l’ideologia del fascismo e l’antisemitismo ma purché si resti consapevoli che siamo sul piano di una interpretazione storica e che solo in base ad essa posizioni come quelle di Accame diventano contraddittorie. Sennonché dove sta scritto che la legge deve occuparsi della non contraddizione e stabilire che i valori politici, saldati da una ferrea logica e in virtù di  una terribile consequenziarietà, autorizzano, ad esempio, a stabilire un’equazione tra il fascino esercitato dai libri di Julius Evola e la legittimazione dei Lager? Certi villaggi del Nord America sono stati ripopolati da fanatici neo-nazisti: ci disgustano, d’accordo – e a me profondamente – ma finché la polizia non trova documenti che incitino a espellere gli ebrei dall’America o che esaltino il genocidio o il linciaggio di “negri” c’è una ragione per raderli (metaforicamente) al suolo? A me piacerebbe che lo Stato intervenisse con la massima determinazione e severità nei confronti della teppaglia che negli stadi o nelle periferie urbane compie atti vandalici contro persone o cose in nome delle loro farneticazioni ideologiche ma rispetterei la libertà di un docente “nostalgico” (ai miei tempi se ne trovava ancora qualcuno) che facesse adottare la Storia d’Italia e degl’Italiani del nazionalfascista Gioacchino Volpe. Michela Murgia ne proporrebbe l’espulsione da tutte le scuole della Repubblica ma il suo fascistometro non è stato ancora costituzionalizzato.

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Dino Cofrancesco


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