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Minima Politica – Legge Zan: se la retorica della dignità serve a mettere il bavaglio

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Intervenendo recentemente sulla legge Zan (che “getta il cuore oltre l’ostacolo”, tanto per citare i bei tempi che furono…) Monica Cirinnà scrive che “Qualcuno teme di non essere più libero di odiare” (il Riformista, 18 luglio). Per la Rosa Luxemburg della nuova sinistra, divenuta a tutti gli effetti quel “partito radicale di massa” che prevedeva Augusto Del Noce, quanti hanno avanzato delle riserve nei confronti della nuova legge, autorevoli costituzionalisti liberali, filosofi del diritto e della politica,
opinionisti, leader politici, erano motivati solo dal diritto a odiare i “diversi”. Er sentimento de certe… avrebbe commentato Trilussa. Una legge ritenuta giusta dai suoi proponenti, desiderosi di estendere l’area dei diritti, può solo essere condivisa: se la si critica si è fuori dalla convivenza civile.

“Si è e si resta liberi di parlare, di esprimere opinioni, convinzioni religiose, di esprimere giudizi anche critici su esperienze e stili di vita: non si è liberi di odiare, di incitare alla discriminazione e alla violenza, usare le parole come pietre capaci di colpire e ferire le persone, solo per ciò che sono”.

Calma, calma, Cirinnà, non confondiamo. La libertà di odio non me la leva nessuno e, del resto, a sinistra, contro sovranisti e populisti, se ne usa ed abusa (basta leggere gli articoli di Claudio Cerasa o di Giuliano Ferrara su Il Foglio). L’incitazione alla violenza, invece, è un diritto che nessuna democrazia liberale può riconoscere: anche se si tratta di menar le mani contro le persone più spregevoli di questa terra. La legge di Lynch non è ammessa più neppure nel vecchio West. E quanto ai “giudizi critici”, chi stabilisce quando diventano pietre? Ritenere che il matrimonio gay e l’adozione gay, che tanto stanno a cuore alla generosa Cirinnà, siano “contro natura” (e qui non è in questione la fondatezza di tale convincimento) non è poi tanto lontano dal dire che disgustano, proprio in quanto “contro natura”. Ma se questo è vero, chi è oggetto di disgusto non potrebbe appellarsi alla nuova legge per tutelare la propria “dignità”?

In una società aperta, nei luoghi pubblici e negli esercizi pubblici, s’incontrano solo individui unencumbered, cioè svuotati delle loro appartenenze di qualsiasi tipo (di genere, di religione, di correnti filosofiche, in senso lato, di affinità di gusti etc.). Lì uomini e donne contano solo come utenti, clienti, consumatori, discenti, docenti, venditori, compratori etc.: con chi vanno a letto è affar loro. Ma per il resto sarà possibile, ad esempio, a un circolo privato, a una scuola privata, a una qualsiasi associazione volontaria vietare l’accesso a persone che hanno (e ammettiamo pure, in virtù dei nostri pregiudizi) comportamenti sessuali che non ci piacciono? E non sarebbe tale divieto un esempio palese di discriminazione?

Sul quotidiano della CEI (ma lo è ancora?), Avvenire, il magistrato Fabrizio Filice ha tranquillizzato i critici liberali di Zan:

“Evitando il reato di propaganda si è voluto escludere in radice la sola possibilità teorica che possa essere oggetto di repressione la legittima manifestazione di tutte le opinioni, ivi comprese quelle di quanti ritengano di riconoscere legittimità ai soli modelli relazionali, familiari e genitoriali fondati sull’unione eteresosessuale”.

Oh gran bontà dei cavalieri antiqui, e dei vescovi italiani, ma chi “riconosce legittimità ai soli modelli relazionali, familiari e genitoriali fondati sull’unione eteresosessuale” come può evitare argomentazioni che agli orecchi di gay, trans e lesbiche suonano come offese alla loro diversa “normalità”? Anche in tema di apologia del fascismo, e delle leggi Mancino-Fiano – spesso richiamate da Zan & Co – si ripete ossessivamente che non si puniscono le opinioni ma solo l’apologia di reato e l’incitazione a delinquere. Sennonché, stando alla più alta carica dello Stato, dire che “il fascismo ha fatto anche delle cose buone” significa porsi decisamente al di fuori della democrazia. Ne consegue che non dovrebbero entrare nelle scuole non solo i libri del massimo storico italiano della prima metà del Novecento, Gioacchino Volpe, convinto sostenitore della necessità del fascismo nell’Italia del primo Dopoguerra, ma neppure quelli di James Gregor o di Renzo De Felice, o degli altri storici liberali che hanno scritto
pagine obiettive sulle grandi opere del fascismo, pur ribadendo sempre, e non certo per omaggio del vizio alla virtù, che le realizzazioni di una dittatura non compensano mai la perdita della libertà politica.

Cari Zan, Cirinnà, Filice etc… fate pure diventare legge il politically correct ma lasciate perdere la “libertà di opinione” e la rassicurazione ipocrita che nessuno pensa a manometterla.

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Dino Cofrancesco


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