• 08/12 @ 07:43, Fate pure con comodo. Manovra in ritardo, Camera umiliata: ma quest’anno la sinistra non insorge, di @jimmomo https://t.co/TkdqRUbUWL
  • 07/12 @ 11:15, “Shadow King”: Carlo fa il re in famiglia gestendo il caso del principe Andrew, Dario Mazzocchi https://t.co/RkuWfGLC2H
  • 07/12 @ 11:14, Non eravamo quelli del cappio e del Raphael: Giacomo Chiappori parla della Lega di Bossi, di Paola Sacchi https://t.co/IUF78TPZ7h
  • 07/12 @ 06:54, Forza e stabilità apparenti: i limiti delle politiche neo-maoiste di Xi Jinping, di Michele Marsonet https://t.co/G8ZDRmEU0W
  • 06/12 @ 20:37, Gli iraniani insorgono al grido libertà, l’Occidente non sa più cosa farsene, di Enzo Reale https://t.co/QKJa5JQsXx
  • 06/12 @ 15:45, Per Conte l’anno bellissimo si chiude con un incubo: il collante dell’antisalvinismo non basta, di @martinoloiacono https://t.co/IEoLLOhSvY

Minima Politica – Il finanziamento pubblico dei partiti presuppone una cultura politica che non abbiamo

Avatar di Dino Cofrancesco, in Minima Politica, Rubriche, del

La vicenda Open non ha solo riconfermato il ruolo politico della magistratura — ormai l’unico potere forte dinanzi al quale i ministri della Repubblica come Alfonso Bonafede continuano a genuflettersi — ma ha, altresì, riproposto il tema — o meglio il tormentone — del finanziamento pubblico ai partiti. Com’è noto, a introdurlo fu la legge Piccoli del 1974 e fu il Governo Letta ad abolirlo nel 2014. Nel suo articolo “Moscopoli, Casaleggio fondazioni. Era meglio il finanziamento pubblico” (Il Tempo del 30 novembre u.s.), Fabrizio Cicchitto ha ricordato “una legge non scritta, ma inesorabile che caratterizza da sempre la politica italiana: chi, pur essendo nell’establishment, a un certo momento ne disturba le forze fondamentali, politiche o economiche che siano, viene inesorabilmente colpito da qualche iniziativa giudiziaria, accompagnata e sostenuta da giornali e tv”. Cicchitto ha ragione: collegare la vicenda del finanziamento pubblico alla stagione antipolitica non è affatto arbitrario. Del resto, già Sofia Ventura — nell’articolo “Così la sinistra ha aperto la strada alla destra. Da Mani Pulite alla Casta, l’antipolitica ha finito per avvantaggiare i reazionari” (L’Espresso, 12 luglio 2018) — aveva fatto scritto:

“Il pluriennale racconto di una società corrotta a causa di una politica corrotta (che assolve i cittadini e identifica facili colpevoli) si trasforma nel frame dominante della ‘casta’ – alla quale opporre una politica anti-casta – con il travolgente successo (un milione e settecentomila copie in sette mesi) del libro di Stella e Rizzo, La Casta, appunto, pubblicato nel 2007, che rappresenterà un modello vincente per il racconto della politica”.

E tuttavia il calderone dell’anticasta non può diventare la notte in cui tutte le vacche sono nere (per citare la battutaccia di Hegel su Schelling). Innegabilmente, c’erano dei buoni motivi dietro la campagna radicale (sostenuta dal PSI e indirettamente dall’MSI) che aveva portato al fallito referendum abrogativo del 1978. A ispirare Marco Pannella era un’etica libertaria in base alla quale sostenere una formazione politica implicava disponibilità a sacrificare tempo e denaro per una causa — “nessun pasto è gratis” — e non si poteva imporre a tutti i cittadini di finanziare partiti e movimenti in cui non si riconoscessero. Una ideologia individualistica, come si vede, in linea col liberalismo antistatalista del compianto leader radicale.

Sennonché chi non è libertario ma liberale e ritiene liberalismo e libertarismo cugini ma non fratelli, non può non pensare (e non temere) che il discorso, svolto fino in fondo, possa condurre a giustificare il rifiuto di contribuire, con le proprie imposte, al finanziamento di una scuola in cui non si riconosce, di forze dell’ordine da cui non si sente protetto, di strade e ferrovie di cui non si serve etc. etc. Giungendo, semmai ai deliri di Murray N. Rothbard che avrebbe voluto privatizzare anche la polizia e i tribunali. Liberale ottocentesco credo, con Luigi Einaudi e con Benedetto Croce, che lo Stato sia l’arena istituzionale in cui vengono protetti i diritti e garantita la pacifica competizione degli interessi, pubblici e privati. Tutte le idealità politiche, scriveva Croce nel 1933 “hanno vigore solo in quanto possono far sentire la loro efficacia nella vita dello Stato” e fuori di esso perdono “la linfa che le nutre”.

E tuttavia Cicchitto e quanti rimpiangono il finanziamento pubblico dovrebbero riflettere sulla civic culture che lo rende possibile e che è impensabile senza la filosofia della Majesty’s Loyal Opposition, che ispirò la legge inglese del 1831 sul riconoscimento ufficiale del ruolo dell’opposizione parlamentare. Tale legge in sostanza, dettata da un alto senso dello Stato e della comunità politica, alla minoranza attribuiva un ruolo istituzionale di primissimo piano e, coerentemente, conferiva al suo capo la stessa dignità del premier (nel 1987 gli sarebbe stato assegnato un adeguato onorario). Si trattò, forse, del punto più alto raggiunto dalla civiltà del diritto pubblico reso possibile dalla legittimazione reciproca dei partiti in competizione e dalla fictio iuris che entrambi avevano a cuore l’interesse generale perseguito con modalità e programmi di governo diversi ma sempre nel rispetto della Costituzione (o delle leggi fondamentali che, nel caso inglese, ne facevano le veci). In fondo, si riteneva, era interesse dell’elettore laburista che il suo partito al governo venisse controllato da quello conservatore all’opposizione, e viceversa.

Ebbene, in Italia a rendere odioso, per molti, il finanziamento pubblico dei partiti era la profonda, insanabile, spaccatura del Paese in subculture rivali, ostili, portate a una delegittimazione continua, beffarda e sardonica. Quale cittadino di sinistra avrebbe accondisceso a sostenere sia pure indirettamente in virtù del prelievo fiscale, il partito di Giorgio Almirante? E quale liberale sarebbe stato portato a ritenere positiva e benefica la funzione dell’opposizione, anche se quest’ultima era monopolizzata dal partito di Stalin? Insomma, non meraviglia se, in assenza dell’idem sentire de re publica, il finanziamento pubblico venisse avvertito come un’imposizione partitocratica, che faceva venire in mente la divertente poesia di Trilussa sulla politica italiana: “Chi vò qua, chi vò là…Pare un congresso!/Famo l’ira de Dio! Ma appena mamma/Ce dice che so’ cotti li spaghetti/ Semo tutti d’accordo ner programma”. Quando poi su un sistema già fragile si abbatté la valanga di “Mani pulite”, al fastidio di dover dare del suo al “nemico”, si aggiunse la rabbia nei confronti di una classe politica corrotta e corruttibile, concausa del dissesto del bilancio pubblico.

Sarebbe davvero auspicabile il ripristino del finanziamento pubblico ai partiti nella nave italiana “senza nocchiero in gran tempesta” e non contribuirebbe, nel clima attuale, ad alimentare il tanto esecrato populismo con la sua antipolitica? È il finanziamento privato, invece, che va difeso oggi con le unghie e con i denti giacché vietare a un cittadino di dare i suoi soldi a chi vuole — a un partito, a un ente benefico, a un’associazione culturale — significa attentare a quel diritto di proprietà senza il quale non può esserci libertà politica (anche se la Costituzione antifascista non lo dice espressamente). Simul stabunt, simul cadent.

Avatar

Dino Cofrancesco


Cultora © 2019, Tutti i diritti riservati | Historica di Francesco Giubilei - Via P.V. da Sarsina, 320 - Cesena (FC) - P.I. 04217570409
Privacy Policy