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Minima Politica – Dal ’68 alle Sardine, il nodo irrisolto della nostra democrazia

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Sono sconcertato e anche avvilito. 100/200 balordi – che debbono al compianto Franco Basaglia la libertà (non) condizionata di cui godono – rivolgono ingiuriose minacce a un’anziana, rispettabile, Signora, tra i pochissimi scampati al genocidio nazista, e le piazze si scatenano, cortei, assemblee, manifesti contro l’odio si levano da ogni parte d’Italia mentre le colombe volano in cielo a predicare la pace, l’amore, la fraternità dei popoli e delle razze, anzi, pardon, delle etnie! Immagino come si sentano fieri e orgogliosi le canaglie fanatizzate che hanno scatenato questo putiferio: una goduria superiore a quella dei piromani che appiccano il fuoco e, da lontano, stanno “a vedere l’effetto che fa”. Vivere in un Paese in cui non si trova ridicolo (e non ci si vergogna di) questo desolante spettacolo politico mi fa venire in mente Il Rinoceronte (1959) di Eugene Ionesco, in cui tutti, tranne il protagonista Berenger, finiscono per essere affetti da rinocerontite e alla fine diventano ungulati omeotermi. Perdere una battaglia per una nobile causa può alimentare il nostro pessimismo ma affondare nella melassa buonista è qualcosa alla quale non ci si rassegna giacché non dà diritto neppure all’onore delle armi. Come non lo dà il gesto dell’aviatore protagonista, all’indomani del crollo delle Twin Tower, di una vignetta, molto politically uncorrect, apparsa su un noto quotidiano francese: “Terrorista belga si lancia contro la Tour Eiffel, una vittima!”.

Gli slogan che si sono letti e sentiti sono sconfortanti: “Siamo dalla parte delle persone che non ne possono più di questo clima di odio, noi vogliamo la pace per tutti”. A Milano si sono riuniti ben seicento sindaci per ribadire la condanna dell’odio, dall’Alpe a Punta Raisi: tra loro Leoluca Orlando, il grande accusatore di Giovanni Falcone. “L’odio separa, l’amore lega”. È vero che ogni regola ha la sua eccezione e che, per taluni, è ampiamente giustificato l’odio per chi odia. Come ha scritto un’autorità religiosa del nostro tempo:

“L’odio di per sé e le parole di odio non è detto che siano sempre eticamente inaccettabili. Vi possono essere oggetti di odio accettabile: es. odio i razzisti, odio i nazisti. Il giudizio etico negativo è legato in gran parte alla natura dei bersagli”.

E Vittorio Feltri, dal canto suo, ha rivendicato il diritto all’odio:

“Intanto vorrei puntualizzare che detestare una persona o un partito o un gruppo di individui non è vietato. Infatti non esiste il reato di odio per cui ciascuno di noi è libero di disprezzare a piacimento chiunque senza incorrere nei rigori della legge”.

Qui, però, non si tratta di diritti riconosciuti dalle leggi ma del dovere morale di condannare razzismo, antisemitismo, sessismo, ecocidio etc. etc. e tale dovere non può non trovare tutti d’accordo. E allora se siamo tutti d’accordo, qual è il senso del continuo “pestare l’acqua nel mortaio”, come amava dire il grande Gaetano Salvemini?

In realtà, questa grande mobilitazione delle “anime belle” (e buone) fa venire un sospetto ovvero che il candore degli “umili di spirito” che ripropongono nelle piazze il discorso delle beatitudini non sia così bianco e che i meeting francescani siano se non organizzati certo strumentalizzati da media sempre meno letti e da partiti sempre meno votati. La via giudiziaria alla vittoria è fallita e la giustizia a orologeria ha disgustato tutti (tranne Il Fatto quotidiano) ma si potrebbe riprovare con i “movimenti spontanei”, che già nel ’68 dimostrarono che la battuta del vecchio Pietro Nenni (“piazze piene urne vuote”), non sempre era verificata dalla storia (il quasi sorpasso del PCI nel 1976 si dovette alla capacità di far rifluire nel proprio mulino le acque agitate della contestazione).

In realtà, non si può non avvertire, frammisto al profumo d’incensi, uno spiacevole odor di truffa allorché si agita lo spettro del fascismo di ritorno e si accusano di razzismo, di nazionalismo, di sovranismo leader come Matteo Salvini o Giorgia Meloni: la truffa è il cavallo di Troia che nasconde l’esprit totalitarire ovvero il diritto di certe famiglie ideologiche di stabilire l’ordine del giorno dell’agenda politica, trasformando gli avversari in nemici mortali, le leggi che non piacciono in violazioni della Costituzione, i valori che non si condividono in reati. Quando le sardine espongono uno striscione in cui spunta un uomo impiccato – “Lega Salvini e lascialo legato” – , quando Maurizio Crozza tuona contro il “capitano” affermando che Liliana Segre sfuggiva alle SS mentre Salvini le corteggia (“senza odio”, però!) questo significa che non hanno nessun diritto di cittadinanza quanti chiedono una politica severa dell’immigrazione, avanzano riserve sull’Unione europea, vogliono rivedere il MES, propongono leggi durissime sulla legittima difesa etc. etc. Non vorrei essere equivocato: la mia posizione su quei temi è quella di Luca Ricolfi, di Carlo Nordio, di Giovanni Orsina e di tanti altri amici liberali, non è quella degli economisti di Salvini (come Alberto Bagnai) o dei sovranisti (sia pur deboli) come l’amico e (stimato) collega Paolo Becchi.

Ma il vero problema, sempre eluso dai nostri maîtres- a-penser, è un altro: è legittimo o no pensarla in maniera diversa senza per questo essere accusati di delitto contro l’umanità? Lo stesso slogan “Prima gli Italiani” va criminalizzato o esprime una preoccupazione (legittima) che molti hanno e altri no? Ha scritto, con amara ironia, Carolin Emcke in “Contro l’odio” (La Nave di Teseo, 2017). “Il cittadino preoccupato ormai è sacro”. Forse l’uomo della strada sbaglia nel preoccuparsi ma preoccupazione e paura non sono sentimenti legittimi che svaniscono grazie ai fatti non in virtù di sermoni buonisti? Il rapporto parlamentare Jo Cox, (dal nome della europarlamentare britannica uccisa da un fanatico tre anni fa) presentato qualche mese fa a Montecitorio, ha messo in rilievo che “solo il 17 per cento degli italiani è animato da sentimenti positivi e di amicizia verso chi fugge da guerre e miseria per tentare di raggiungere le nostre coste”. Perché non dire che è lo stravolgimento di paesaggi urbani, culturali, spirituali come effetto di una emigrazione di massa ciò che si teme e che il razzismo non c’entra ben poco? Il timore può essere fondato o non fondato ma solo la mens totalitaria può farne un capo d’imputazione.

Il fatto è che dal ’68 alle sardine, il nodo irrisolto della nostra convivenza civile è sempre lo stesso: la destra (la tradizione, i valori ereditati dal passato, le sue etiche familiari, il suo perbenismo, se si vuole) ha diritto di far sentire la sua voce o deve chiedere il nulla osta all’Anpi, a Laura Boldrini, a Michela Murgia, a Corrado Augias e oggi a Mattia Santori, leader delle Sardine che non odiano nessuno?

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Dino Cofrancesco


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