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L’altra faccia del lunedì – Vecchio e nuovo antiamericanismo: ma sarà poi così nuovo?

di Marco Gervasoni, in L'altra faccia del lunedì, Rubriche, del

Sarà che è normale quando si comincia a invecchiare, sarà che è più o meno lo stesso periodo (anche allora era gennaio), ma in questi giorni sono colpito dai flashback che mi riportano alla cosiddetta prima guerra del Golfo, provocata dall’annessione irachena del Kuwait (1990-1991). E mi ritorna in mente la Pantera, che occupava le università a colpi di falce e martello e di “fuori i privati dagli atenei”, schierarsi contro l’”imperialismo yankee”,  quindi al fianco di Saddam che certo sì, era considerato un dittatore, ma popolare e anti imperialista, mica come quel “fascista” di George Bush padre. E mi ritorna in mente una tv pubblica schierata per il non intervento dell’Italia, tra il Tg1 Dc ambiguo e vigliacco e Telekabul, la Terza rete, che propagandava con il già direttore di Radio Praga, e ora direttore del Tg, Sandro Curzi, e Lucio Manisco inviato dagli Usa. A rintuzzarli, solo la eroica Maria Giovanna Maglie, inviata in Medio Oriente per la seconda rete, e presa di mira (allora non c’erano i social, ma già c’era l’odio) dal Manifesto e dal suo ex giornale, L’Unità, nonché da diversi deputati.

Quali? Ma quelli del PCI ovvio. Botteghe Oscure aveva annunciato che avrebbe cambiato nome ma ancora non aveva scelto quale, però Occhetto si definiva già un “liberale”. Il che non gli impedì però di mettere a disposizione l’ancora imponente apparato comunista per le manifestazioni anti Usa delle “masse” (in realtà panterini, autonomi, centri sociali, militanti comunisti, più i soliti cattolici progressisti, poi ribattezzati cattolici adulti, meglio definibili come cattocomunisti). Ma a fare il pesce in barile era anche la Dc, di cui un giovane esponente, Roberto Formigoni, andò nientemeno che a trovare Saddam, si diceva allora inviato dal presidente del Consiglio Andreotti. E a scendere in piazza contro gli Usa vi furono anche diversi esponenti dell’allora Msi, mentre il francese Jean Marie Le Pen, come Formigoni del resto, riuscirono a portarsi a casa anche qualche ostaggio, dopo essere stati da Saddam. Unico ad avere una posizione chiara, a favore della partecipazione dell’Italia, il PSI di Craxi, che pure era notoriamente filo-palestinese: e ricordo il valoroso ministro degli esteri, Gianni De Michelis affrontare il circo tv di Santoro, e far fuori tutti i leoni.

Situazione ovviamente molto diversa oggi, ma con una costante: la persistenza dell’antiamericanismo. I tempi corrono veloci ma le culture politiche danzano a ritmi più soft e lenti. E nell’Italia del 2020 di fronte allo strike trumpiano ho visto i cascami del Novecento, l’antiamericanismo cattolico e fascista degli anni Trenta, poi quello social comunista della Guerra Fredda, poi di nuovo quello cattolico del Concilio Vaticano II. Ci vorrà ancora molto tempo prima di scrollarsi di dosso tutto ciò, anche se almeno per ora ci sono risparmiate le manifestazioni antiamericane, forse perché non esiste più la macchina organizzativa comunista e post comunista, che ancora stava dietro a quelle durante la seconda guerra del Golfo (che fu invece un errore, detto per inciso).

Ancora assai presente è l’antiamericanismo di derivazione social comunista, ora indistinguibile da quello cattolico. E questo si divide in due tronconi, quello dei vertici e quello della base. Quello dei vertici, figlio dell’opportunismo del comunismo storico, distingue bene quando alla Casa Bianca v’è un repubblicano da quando v’è un Dem. Nel primo caso, nessun problema a gridare contro “i mangiatori di hamburger” e a mobilitare le masse (che un tempo aveva), nel secondo caso silenzio, se non addirittura subalternità, come si vide con il governo D’Alema e la guerra contro la Serbia. Naturalmente non riuscendo più a controllare la “bestia” che avevano nutrito per decenni, gli eredi del PCI e della sinistra Dc spesso sono spiazzati dall’antiamericanismo della base, che a volte è saltato fuori anche quando alla Casa Bianca c’era un Dem e loro erano al governo. Incidenti del mestiere.

C’è tuttavia anche un antiamericanismo lontano erede di quello fascista degli anni Trenta, anche se per slogan non sembra tanto diverso da quello bianco-rosso, cioè marxista e cattolico. Un antiamericanismo nazionalista: a cui dovremo spiegare che nazionalismo è una cosa, autarchia è un’altra. E che il nazionalismo o è occidentale o non è: sogni evoliani, filo arabismi e persino filo islamismi alla Guénon o alla “spada dell’Islam” di mussoliniana memoria, è meglio finiscano per sempre dove devono finire, cioè in soffitta.

Marco Gervasoni


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