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L’altra faccia del lunedì – Ritorno al proporzionale fallimento di una classe politica, ma anche rischio del colpo di grazia

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Pochi giorni prima delle commemorazioni del ventennale della morte di Craxi, la Consulta ha bocciato il referendum per il maggioritario. Non c’è naturalmente alcun nesso tra i due eventi ma spesso la storia offre delle sincronie casuali che ci permettono di vedere meglio. E ci fanno capire come, vent’anni dopo la morte di Bettino, la Seconda Repubblica inaugurata dopo il suo esilio sia stato un esperimento inutile e dannoso, se i suoi stessi superstiti protagonisti seppelliscono oggi quello che ne è stato uno dei dogmi fondamentali, il sistema elettorale maggioritario.

È sbagliato fare delle leggi elettorali, che in fondo sono solo strumenti, dei totem. Ma altrettanto superficiale sarebbe pensare che dietro a ciascuna modalità di scrutinio non vi sia anche una visione del mondo e della politica. E quello della “falsa rivoluzione” che, da Segni a Occhetto ai magistrati di Mani pulite a Banca d’Italia e Confindustria, animò a suo tempo la caccia ai partiti di governo, era improntato sul principio maggioritario. Lo stesso che in precedenza aveva sorretto la campagna del referendum Segni sulla preferenza unica, nel 1991, a cui Craxi unico si oppose anche in nome della difesa del sistema proporzionale.

Il ritorno al proporzionale segna quindi il fallimento generalizzato di una classe politica. E segna anche la definitiva debacle intellettuale degli intellettuali di sinistra, post comunista, catto comunista, dossettiana, per anni cantori persino fanatici del maggioritario come luce e bene contro il proporzionale-male, quasi fossero novelli seguaci del profeta persiano Mani. Nel giro di poche settimane, dopo aver siglato il loro partito, il Pd, una imbarazzante e strumentale alleanza con i 5 stelle, molti (alcuni dei quali siedono anche in Parlamento) da pasdaran del maggioritario fin da quando erano ragazzini, si sono trasformati in sostenitori del proporzionale. A confronto i loro avi, che nel 1956 in capo a una settimana passarono dall’adorazione di Stalin alla sua condanna, appaiono degli inquieti meditabondi.

Fallimento di una classe politica. Fallimento di una classe intellettuale, quella dei costituzionalisti-chierici-esperti di sinistra. Nessuno piange sulle ceneri della prima, figuriamoci su quelle dei secondi. Resta il fatto però che  il proporzionale, semmai vi si giungerà, può essere una disgrazia ma al tempo stesso un’ancora di salvezza.

Una disgrazia perché, su un corpo debilitato e in buona sostanza morente, come il sistema politico italiano, il proporzionale non funzionerà da stabilizzatore ma aumenterà i fattori di disordine e di entropia. Aspettiamoci nascita di nuovi partiti, dal Pd, dai 5 stelle, ma in realtà anche dal centrodestra, che a questo punto veramente finirà di esistere. Forza Italia si dividerà in due, forse tre micro partiti, mentre la concorrenza tra Lega e Fratelli d’Italia sarà destinata ad aumentare e a diventare conflittuale. Tutto ciò si riverbererà sul governo: nel caso fosse composto dai partiti di destra, la frantumazione interna sarà tale da rendere pressoché impossibile al presidente del Consiglio prendere decisioni.

Dove sta la salvezza? È una salvezza per modo di dire, perché potrebbe produrre esiti drammatici. Ma proprio perché il sistema politico (e con questo intendo anche quello costituzionale) sono essenzialmente moribondi, il proporzionale potrebbe dare loro il definitivo colpo di grazia. In fondo ricordiamo che nell’Europa del secolo scorso sempre le democrazie sono cadute mentre erano (non) governate da un sistema parlamentaristico proporzionalistico: per citare i casi più famosi, Italia 1922, Germania 1933. E solo per un soffio la Quarta Repubblica francese, il non plus ultra del parlamentarismo e del proporzionalismo, nel 1958, non divenne una dittatura militare. Ora i tempi sono cambiati, non vi sono Mussolini e Hitler all’orizzonte, ma neanche ahinoi dei De Gaulle. Ma la siringa del proporzionale è comunque destinata ad uccidere le istituzioni e ad aprire l’orizzonte ad uno sbrego costituzionale e, in caso di emergenza economica, ad uno situazione di stato di eccezione: da cui potrà uscire di tutto.

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Marco Gervasoni


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