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L’altra faccia del lunedì – Perché la “rivoluzione conservatrice” di Maggie ci interpella ancora

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Quarant’anni e non sentirli. Sono quelli passati dal maggio in cui Margaret Thatcher vinse le sue prime elezioni, con un vantaggio non amplissimo, ma con una campagna dai contenuti rivoluzionari e con un dato interessante, che pochi allora colsero: lo spostamento di una discreta quota di voti operai sui Conservatori – anche se esisteva già un working class torysm.

Ma in questo lunedì non voglio soffermarmi, anche perché in questa sede già ha scritto molto bene Daniele Meloni, sull’importanza di quell’evento. Né sulla questione se Maggie, oggi, sarebbe pro o anti Brexit. Per quanto sia sempre astratto strappare un personaggio dal proprio contesto storico e chiedersi come avrebbe agito in uno diverso, nel caso di Thatcher le sue posizioni sull’integrazione europea erano ben chiare negli ultimi anni di Downing Street e nei libri successivi, in particolare lo splendido “Statecraft”, uscito nel 2002. Chi conosce questi testi non può che convenire: Maggie è una delle grandi ispiratrici della Brexit. Qui vorrei invece riflettere sull’attualità di Thatcher, che a me pare, tra le tante figure di notevole spessore degli anni Ottanta e primi Novanta, quella che, assieme a Bettino Craxi (per ragioni diverse) rappresenta ancora oggi un giacimento di pensiero e di azione da cui attingere, molto più persino di un Ronald Reagan, inquadrabile in un’epoca ormai del tutto tramontata.

Il giacimento di pensiero e di azione di Thatcher sta nella rivoluzione conservatrice che la sua leadership seppe incarnare. Un termine che fu adottato allora, non solo dagli avversari, per descrivere l’ondata angloamericana che cambiò le sorti del mondo e della società occidentale. Era una rivoluzione certo, ma era soprattutto conservatrice. La figura di Maggie appartiene a tutti gli effetti alla galassia tory, e questo è il termine che si deve usare per connotarla, mentre quello di liberista o neo-liberista appare riduttivo. Purtroppo in Europa, e in Italia in modo particolare, lo scarso interesse nei confronti della storia inglese ha fatto recepire Thatcher come una specie di fanatica dell’individualismo, della finanza globale e selvaggia, del darwinismo sociale. E a controprova viene citata la sua famosa battuta “non esiste una cosa chiamata società”, estrapolata però da un’intervista (a una rivista femminile, “Woman’s Own”, dell’autunno 1987) che andrebbe letta interamente.

Come scrive il massimo biografo di Maggie, Charles Moore, per lei era esattamente il contrario, la società esisteva, eccome. Ed era la società con i suoi costumi, le sue tradizioni, il suo tessuto comunitario, che il conservatore deve proteggere e tutelare. Anche nei confronti dello stesso libero mercato. Potrei produrre molti esempi ma qui mi limito a uno, tratto da un suo speech alla Chiesa di St Lawrence Jewry di Londra, il 30 marzo 1978, quando Thatcher era solo il segretario dei Tories e il capo dell’opposizione al governo laburista. Dopo aver citato Edmund Burke, Thatcher spiegava:

“Come Cristiana, rifuggo dalle Utopie terrene e riconosco che non c’è nessun mutamento nella condizione sociale dell’uomo che lo lasci perfettamente buono e perfettamente felice. Quindi ritengo che neppure il sistema della libera impresa in sé sia automaticamente in grado di produrre questi effetti. Credo che la libertà economica sia una condizione necessaria ma non sufficiente per il nostro recupero e per la nostra prosperità. C’è infatti un’altra dimensione – ed è quella morale. Per una nazione nota per la sua operosità, onestà, responsabilità e giustizia, il suo popolo ha bisogno di un’etica, a cui lo Stato non può provvedere. Questi valori possono venire solo dall’insegnamento di una fede. E la Chiesa deve essere lo strumento di questo lavoro. … La libertà distruggerà se stessa se non sarà esercitata all’interno di una sorta di cornice morale, di un corpo di credenze condivise, di un’eredità spirituale trasmessa dalla chiesa, dalla famiglia e dalla scuola. La libertà distruggerà se stessa se non saprà proporre altro che se stessa”.

Parole piuttosto chiare. Il conservatorismo di Thatcher, come per aspetti diversi anche quello di Reagan, concepiva il libero mercato al servizio della società, non il contrario. Libero mercato che era garanzia di libertà, prima ancora che di prosperità, ma che doveva essere spontaneamente “regolato”  dalla comunità e dalla sue tradizioni. Ben diverso invece sarà l’atteggiamento dei successori di Thatcher, e di Reagan-Bush, cioè Tony Blair e Bill Clinton. I quali, non conservatori ma progressisti, cresciuti ai “valori” dell’individualismo narcisista sessantottesco e post sessantottesco, ereditarono le riforme liberali dei loro predecessori ma non ebbero remore a scatenare le potenze faustiane del denaro e della finanza, senza più che alcuna “cornice morale” si premurasse, come diceva Thatcher, di salvare la libertà da se stessa.

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Marco Gervasoni


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