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L’altra faccia del lunedì – London Bridge: il terrorismo islamista passa alla terza fase mentre l’Europa pensa all’islamofobia

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Le reazioni emotive, soprattutto quelle filtrate dai media, dipendono dalla qualità più che dalla quantità. Un evento terroristico, ad esempio, può provocare sconcerto anche se fortunatamente è meno sanguinoso di altri. È il caso dell’accoltellamento sul London Bridge a Londra: niente a che vedere con Bataclan, Nizza o, per stare nel Regno Unito dei tempi recenti, Manchester. Eppure non solo in Uk ma ovunque il gesto è da giorni, come giusto, al centro dell’attenzione. Il terrore che un atto genera dipende da tanti fattori: in questo caso hanno contato modalità e tempistica. 

La modalità: sapere che ogni volta che usciamo di casa possiamo essere sgozzati da un terrorista è infinitamente inquietante perché, mentre procurarsi armi, esplosivo o noleggiare camion è comunque gravoso, comprare un coltellaccio da cucina non lo è. Sembra confermato l’ingresso nella terza fase del terrorismo islamista, quello diffuso. La prima era quella delle armi (Bataclan), la seconda quella dei camion (Nizza), la terza è quella dei coltelli. Per questa ondata non v’è particolare bisogno di organizzazione: basta qualche imam che predichi e inviti a una punizione degli infedeli, e serve ovviamente un vasto esercito di musulmani, che certo non manca nel Regno Unito, in Francia e ormai in pressoché quasi tutti i Paesi della Ue. E si badi che il terrorismo islamista ha già sperimentato questa strategia dello sgozzamento diffuso, del Terrorista Quotidiano, in Algeria durante la guerra civile negli anni Novanta. Sembra avverarsi la previsione del grande romanzo distopico di Jean Raspail, “Il Campo dei santi”, pubblicato nel 1973, che immagina la presa di possesso da parte dei musulmani del campo dei santi, cioè dell’Occidente, attraverso una mobilitazione di decine di migliaia di immigrati armati di coltello.

London Bridge colpisce poi per il momento in cui avviene. Si stava infatti diffondendo, sapientemente costruita dagli apparati ideologici del progressismo globalista, l’idea che il terrorismo islamista fosse una pagina chiusa e che quelle di Oriana Fallaci e di molti altri fossero solo dei deliri paranoici. Anzi, ci dicevano i ministri dell’interno francese, tedesco e persino italiano, il pericolo ora sta nel “suprematismo bianco” e, ovviamente, lasciavano intendere questi pseudo ministri che dovrebbero gestire la nostra sicurezza, la colpa era di quei propagatori d’odio dei “sovranisti”.

London Bridge sconvolge questa narrazione e più passano i giorni più gli stessi media mainstream sono costretti ad ammettere che nelle metro olandesi, belghe, francesi, inglesi, tedesche ma pure italiane ci sarà certo qualche sparuto sprovveduto e confuso, pure pericoloso, nostalgico di Hitler. Ma che sono molti di più quelli che, con la mente infiammata dalla predicazione di qualche imam, sono pronti a infilarti un coltello in pancia.

C’è consapevolezza in Europa? Direi di no. In molti Paesi si è introdotto o si vuole introdurre il reato di islamofobia, che punisce anche le opinioni (e questo pezzo temo vi rientrerebbe). A Parigi l’estrema sinistra di Melenchon sfila in piazza contro il “terrorismo anti-islamico “ (non ridete: hanno detto proprio così) e al grido di “Allah è grande” (ma in arabo). Per certi aspetti, nella sinistra e nei media, si è tornati indietro persino rispetto al periodo delle Torri Gemelle, basta vedere l’involuzione di un quotidiano come il Corriere della Sera, che nel 2001 pubblicava Fallaci e oggi invece fatica a pronunciare la parola Islam.

Per fortuna, al di là della autoreferenziale ridotta dei media e della sinistra, la maggioranza dei popoli europei sta dimostrando, con l’arma del voto, di aver capito.

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Marco Gervasoni


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