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L’altra faccia del lunedì – La piazza ferma Macron: rischio dittatura per fare le riforme che chiede l’Ue

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All’inizio del nuovo secolo Tommaso Padoa Schioppa, uno dei principali ideologi dell’Eurocrazia (nonché suo costruttore, come funzionario) pubblicò un libro che intitolò “Europa forza gentile”. Prevedeva che il vincolo esterno imposto dall’Unione avrebbe forzato, ma in maniera dolce, tutti i sistemi nazionali a diventare come la Germania, cosa che avrebbe richiesto “fare le riforme”, tra le quali ridurre il welfare di Paesi come Francia e Italia.

Molti anni dopo è facile verificare il fallimento totale di quella previsione. E anzi è più probabile avvenga un altro scenario, che per introdurre le riforme volute dalla Ue sia necessaria, se non una dittatura, una torsione autoritaria. Così, oltre al welfare, sarà stata eliminata pure la democrazia nei singoli Paesi (all’interno delle istituzioni Ue invece non c’è mai stata).

Abbiamo un esempio concreto di quanto andiamo dicendo con il fallimento della riforma Macron delle pensioni. Ma prima, chiariamo un equivoco storico. Si legge spesso che le politiche di taglio delle pensioni e in generale  del welfare siano frutto del thatcherismo. In realtà, la prima missione di Maggie non era eliminare il welfare ma depurarlo dal controllo dei sindacati, renderlo più efficace e quindi più egualitario. Chi invece si mise a tagliare lo stato sociale furono i partiti di sinistra ritornati al potere negli anni Novanta. Erano diventati tutti liberisti? Certo che no, ma erano tutti europeisti, quindi costretti da Maastricht a severi tagli per entrare nei parametri. Sono state la Ue e l’immigrazione che hanno contribuito ad ammazzare lo stato sociale, non il thatcherismo, che dagli anni Novanta era uscito di scena.

Il caso francese è però particolare. Lì è stata la sinistra con Mitterrand, dopo la svolta europeista dell’83, a ridurre lo stato sociale edificato da De Gaulle e dai gollisti. Ma servivano interventi più radicali, le riforme richieste dalla Ue: ci hanno provato tutti (o quasi, Hollande no) da Chirac a Macron passando per Sarkozy. E tutti hanno capitolato.

Perché, nonostante il silenzio della solerte stampa italiana amica, dedita a far spallucce al tempo stesso di fronte alle proteste contro Macron e a quelle contro gli ayatollah, di fallimento si può parlare. Macron ha investito quasi tutta la sua credibilità sulla capacità di “sbloccare” il sistema e di “modernizzare”, cioè di tagliare, il welfare. Non vi è riuscito, la sua grande riforma è diventata una réformette, pannicelli caldi, tipo quelli lasciati da Chirac e da Sarko.

Come allora, troppe le proteste, pure in un Paese che possiede il numero più basso di iscritti ai sindacati, troppe anche le manifestazioni violente. Il potere non ha blocchi o oppositori interni, perché il presidente decide, il Parlamento ratifica e il governo esegue. Ma poi deve confrontarsi con la rue. E qui serve il consenso, che Macron non ha mai conquistato e certo mai conquisterà. Per realizzare la sua grande riforma, il governo avrebbe dovuto impedire le manifestazioni, sciogliere i sindacati o almeno introdurre il divieto di sciopero. Cioè una misura autoritaria: ma consentita nell’ordinamento francese che consente, nello stato di eccezione, al presidente di sospendere tutte le garanzie costituzionali.

Nonostante oggi la polizia francese sia la più “turca” d’Europa per brutalità, Macron non poteva farlo e non lo farà, ma è possibile che nel futuro leader “democratici”, di fronte alla necessità di “fare le riforme richieste dall’Europa” saranno costretti a scegliere soluzioni autoritarie.

Lezione alle destre nazional conservatrici: cancellino dai loro programmi il taglio dello stato sociale, anzi, come insegna la recente campagna vittoriosa di Boris Johnson, lo dovranno ampliare, renderlo più giusto ed efficiente. E i nazional conservatori spieghino a tutti i cittadini che, proprio perché “ce lo chiede l’Europa”, non un anno di età pensionabile sarà alzato.

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Marco Gervasoni


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