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L’altra faccia del lunedì – La “pacificazione” proposta da Salvini oggi sarebbe una capitolazione

di Marco Gervasoni, in L'altra faccia del lunedì, Rubriche, del

I patti di pacificazione sono una delle opzioni della guerra, e della politica, che altri non è se non la prima, solo condotta con altri mezzi. Persino Mussolini nel 1922, in piena guerra civile, propose un patto di pacificazione con gli avversari, che tra l’altro gli facilitò mesi dopo l’arrivo al potere. Tanto più che la lotta contro il globalismo assomiglia alla guerra di trincea, lunga, logorante, con repentine avanzate ma anche con altrettanto rapide cessioni di terreno. Ma perché la pacificazione funzioni e sia efficace per chi la propone servono almeno tre condizioni: 1) la debolezza e la divisione nell’esercito avversario e la compattezza del proprio; 2) la possibilità di fidarsi dell’avversario; 3) la volontà effettiva delle truppe avversarie, e non solo dei generali, a scendere a patti.

Chiediamoci quindi se il patto di pacificazione, “un comitato di salvezza nazionale” proposto da Salvini al governo, e quindi a Pd e 5 stelle, una non belligeranza della Lega su pochi punti, in cambio del voto presto, possa riuscire. A prima vista nessuna delle tre condizioni pare al momento presente.

L’esercito avversario è certamente indebolito e diviso, ma non tanto da voler cedere terreno o spazi. Preservare il mantenimento al potere è fondamentale per i 5 stelle, che fuori dall’esecutivo sparirebbero, e dal Pd, un fascio di corporazioni che placano la guerra civile interna solo quando mangiano stando al governo e al sottogoverno. Inoltre, è così compatto l’esercito di Salvini, voglio dire: i Fratelli d’Italia lo seguirebbero su questa strada, proprio quel partito che sta crescendo grazie a una coerente opposizione a tutti gli ultimi esecutivi?

Fidarsi dell’avversario. Salvini si era già fidato di Mattarella, che in termini “militari” va considerato parte dell’armata ostile, e di Zingaretti in agosto. Non è finita bene. E non si vede perché ora dovrebbe andare diversamente. Non è solo perché i soggetti in campo possiedono un’etica da azzeccagarbugli da un lato e da giocatori delle tre carte dall’altro. Non ci si può fidare perché essi non controllano né i loro colonnelli e capitani, né tanto meno le loro truppe. Sono lontani i tempi in cui i Berlinguer e i Moro, padri della sinistra  post-cattocomunista, potevano far ingollare ai loro le svolte e gli scambi di campo. Casaleggio e Grillo controllano invece assai più i 5 stelle, ma i due sono divisi tra loro e troppo attraversati da logiche opache (extra politiche) per potersi fidare.

Infine, terza condizione, le stesse truppe non seguirebbero una eventuale pacificazione. Basti vedere come è stato facile per il Pd e per le sue casematte (Cgil, Anpi, etc) costruire un “movimento” come le Sardine il cui solo programma è battersi contro… l’opposizione; altro che pacificazione. Quanto al sentimento generale, la sinistra, anche piddina, è ormai indistinguibile dall’estremismo dei centri sociali. Un piccolo ma significativo esempio, le minacce persino di morte rivolte nei giorni scorsi a un ristoratore di Ferrara colpevole di ospitare una cena della Lega, cioè non di un movimento neonazista ma del primo partito d’Italia, e di Ferrara, dove la Lega esprime pure il sindaco. La sinistra non vuole che nelle piazze l’opposizione parli e neppure vuole che si cibi: di quale pacificazione stiamo parlando? Se poi la proposta coincidesse con un “why not?” su Draghi premier, più che di pacificazione dovremmo parlare di capitolazione.

Se Boris Johnson avesse proposto un patto di unità nazionale con i Remainers, la palude se lo sarebbe in breve inghiottito e il risultato di giovedì sarebbe stato una chimera. Prendere appunti.

Marco Gervasoni


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