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L’altra faccia del lunedì – Se il conservatorismo italiano è giovane

di Marco Gervasoni, in L'altra faccia del lunedì, Rubriche, del

Edmund Burke

Se solo cinque anni fa, una vita in politica ma un nulla per i tempi lunghi della società e della cultura, mi avessero detto che, in un intero lungo sabato pomeriggio di un novembre romano, per di più piovoso assai, una sala non piccola si sarebbe riempita, con posti in piedi, per una conferenza dal titolo L’Italia dei conservatori, avrei richiesto subito l’intervento dei barellieri con camicia di forza.

Invece è esattamente quello che è accaduto due giorni fa al convegno di Nazione futura. Ancora più sorprendente, secondo la mentalità ancora imperante fino a poco temo fa, che l’organizzazione sia guidata e composta in larga parte da giovani veri, a cominciare dall’ideatore Francesco Giubilei, con non poche donne, spesso al di sotto dei trenta, ma anche più vicini ai venti, in una società come quella europea, e italiana, in specie, in cui la gerontocrazia domina.

In più, per chi come me ne ha seguito le tappe più di recente, Nazione futura appare decisamente in crescita quantitativa e in rapida, virtuosa, trasformazione. Se pensiamo che solo un anno è passato dagli “Stati generali della cultura di destra” e pochi mesi dal convegno su “Europa sovranista”, possiamo misurare come i temi si siano allargati e al tempo stesso raffinati, il focus sia diventato più preciso, la critica più tagliente e al tempo stessa propositiva.

Ormai Nazione futura è il principale think thank conservatore italiano, grazie anche alle case editrici, Giubilei Regnani, Historica e Idrovolante, e al contempo un aggregatore retinico, per usare il linguaggio deleuziano, di iniziative sparse altrimenti prive di voce.

Capiamo le ragioni, tattiche e comunicative, per le quali i politici conservatori italiani non vogliano oggi definirsi tali; come la parola nazionalista, essa è ancora maledetta. Nazione futura dovrà quindi sempre più contribuire a fornire di significato autentico e al tempo stesso nuovo questi due concetti, di nazione e di conservazione; e diffonderli, facendoli diventare senso comune, in modo da alimentare un’egemonia conservatrice, che accompagni la crescita elettorale delle forze del cosiddetto destra-centro, che in realtà io preferisco definire “blocco nazionale”.

Ma non dimentichiamo mai che se il conservatorismo è un -ismo, come socialismo, liberalismo, popolarismo, non è una ideologia, o se lo è, mantiene e in ogni caso deve mantenere un basso tasso di ideologismo. Gli -ismi infatti vogliono cambiare il mondo e pure la natura umana: il conservatore invece vuole tutelarla, e per questo cura la tradizione, una catena che lega i morti con i vivi e a loro volta con i futuri nascituri. Non si potrà mai scrivere un libretto rosso, che in tal caso sarebbe azzurro, del conservatore, per la semplice ragione che egli non condivide un approccio costruttivistico al mondo, rifugge e anzi teme il razionalismo, soprattutto quando applicato in politica (il che non vuol dire ovviamente che sia un irrazionalista).

E, a proposito della politica, il conservatore sa che essa è un male necessario: la pratica o la teorizza e in ogni caso la segue, ma senza dimenticare neppure un momento la sua origine demoniaca. Il conservatore ha ben fermo nella mente Aristotele, quindi la politica come virtù, ma temperata dall’insegnamento di Cristo e dalla lezione di Sant’Agostino. Per questo non ha senso lamentarsi che in Italia non sia mai esistito un partito conservatore e una ideologia forte di questo tipo: al di là delle ragioni storiche specifiche, non è avvenuto perché il pensiero conservatore non poteva e non potrà mai diventare una ideologia forte, una religione politica secolarizzata, come invece lo sono state le grandi narrazioni seguite al 1789: socialismo, comunismo, fascismo e nazismo, cattolicesimo politico e, oggi, ecologismo. Il conservatore nasce anzi proprio in reazione alla Rivoluzione francese: i numi tutelari del suo pensiero sono Edmund Burke, Joseph de Maistre e, in Italia, Vincenzo Cuoco. Anche se le vicende della storia e della politica possono richiedere al conservatore di agire e di reagire con durezza: il conservatore non è un “moderato”, anche se tatticamente in alcuni momenti può diventarlo.

Ma poiché ogni conservatore, come ci hanno insegnato Jünger e Prezzolini, è in fondo pure un anarchico, il lettore conservatore può tranquillamente mandare a quel paese l’autore di queste righe, mentre sta cercando di spiegargli cosa si debba intendere con conservatorismo.

Marco Gervasoni


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