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L’altra faccia del lunedì – Di fronte al carolismo, non possiamo che dirci conservatori hard

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Edmund Burke

Avrei voluto dedicare la rubrica alla copertina dell’ultimo numero dell’Economist, dedicata alla fine del conservatorismo e alla crescita della New Right. Poi è arrivata l’ennesima barca ong in spregio ai nostri confini, Alexa, seconda in ordine di tempo di un progetto di attacco e ricatto all’Italia che, temiamo, avrà ulteriori emuli. Ma a ben vedere però un rapporto tra i due casi c’è, eccome.

Per l’Economist il conservatorismo, quello dei repubblicani bushiani in Usa, dei Tories in Uk e del Ppe nell’Ue è morto ed è stato rimpiazzato da quella che il settimanale chiama new right: tanto sarebbe stato multilaterale, multiculturalista, pro mercato, anti-protezionsta il primo, tanto sarebbe nazionalista, anti immigrazione, dirigista, protezionista la seconda. Il conflitto è ideologico: la vittoria di Joseph De Maistre, cioè dei reazionari, su Edmund Burke, cioè sui conservatori.

Peccato che nella storia non siano mai esistite queste due linee. L’immagine di De Maistre e di Burke è caricaturale: De Maistre non è mai stato cosi “reazionario” come scrive l’Economist, né Burke cosi “liberale”. L’ultimo Burke, passato dai Whigs ai Tories nel Parlamento inglese durante la guerra contro la Francia, in diversi discorsi parlamentari arrivò, per combattere l’”orda” del giacobinismo e per tutelare la Corona (cioè lo Stato), a chiedere la sospensione dei diritti, per Burke sacri non perché scritti su un pezzo di carta ma in quanto parte organica della tradizione del “popolo” inglese. Ma ancora più sacra per Burke era la tutela del corpo della comunità, quel little platoon, “al quale tutti noi apparteniamo” come scrive nelle “Riflessioni sulla rivoluzione francese“, il testo fondante della tradizione conservatrice europea, assieme alle Considerazioni sulla Francia di De Maistre, uscite poco dopo.

Quella descritta dall’Economist non è quindi la vittoria di una destra “reazionaria”, termine polemico, inventato dai giacobini e dai liberali all’inizio dell’Ottocento per screditare tutti i conservatori: ma è la trasformazione del conservatorismo, da quello dell’Età delle Illusioni (1989-2008) a quello dell’Età del Pericolo e della Paura, la nostra. Per difendere e tutelare la comunità e la tradizione, che è la ragione per cui un conservatore è impegnato in politica (anche se molti se ne erano dimenticati), non si possono oggi utilizzare gli stessi mezzi dei tempi di Reagan e di Thatcher, e meno che meno quelli di Bush. Sarebbe come, nel XVI secolo, affrontare eserciti ormai dotati di polvere da sparo con le frecce e gli archi degli eserciti dei secoli precedenti.

Alla fine Alexa, la presa per i fondelli delle decisioni del governo e delle leggi, lo sghignazzamento sulla nave che dribbla l’alt della Guardia, le Carole e il loro Circo Barnum di contorno, spiegano più di mille teorie perché, qui da noi, Forza Italia, il centrodestra della Età delle Illusioni, siano morti e perché il Conservatorismo avrà sempre più le fattezze di un Trump, di un Salvini, di un Orban, di una Le Pen.

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Marco Gervasoni


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