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L’altra faccia del lunedì – Del buon uso di una (relativa) sconfitta

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Ci sono sconfitte a cui uno metterebbe la firma. Tale ci sembra quella di Salvini, che oggi tutti i media mainstream a pagine e reti unificate decantano. Vittoria in Calabria e un 32 per cento in Emilia-Romagna, e non nel voto d’opinione e volatile delle Europee ma in quello più corposo delle amministrative, non sembrano esattamente segni di disfacimento. E però non dobbiamo nasconderci: l’investimento personale del segretario della Lega sull’Emilia-Romagna è stato tale che comunque di sconfitta, neanche di misura peraltro, si deve parlare. E su questa si deve meditare. Perché essere sconfitti non è una tragedia o una colpa, in ogni guerra accade di subirne, e  anzi esse possono essere salutari ai fini della vittoria, purché se ne comprenda il senso.

La cifra della sconfitta non va a nostro avviso tanto cercata nella candidata Lucia Borgonzoni, su cui ora molti tendono a scaricare la colpa. Un altro candidato, magari preso dai circoletti bolognesi di avvocati, imprenditori, o peggio ancora un tecnico o un professore universitario, avrebbero raccolto non più del 40 per cento ma meno della metà. Non è facile del resto trovare candidati in una regione che da sempre è stata dominata dalla sinistra, con in cui l’opposizione, prima la Dc poi il berlusconismo, era stato costretta sempre a venire a patti.

Poi ci sono quelli che imputano la sconfitta a Salvini stesso, al suo essere poco istituzionale, al suo baciare coppe e suonare citofoni. Dovrebbe essere più “moderato”, dicono, anche se non si capisce questo cosa voglia dire. La polarizzazione è la cifra dello stile politico di Salvini, come quella di Trump, di Bolsonaro, di Boris Johnson e cosi via. La polarizzazione consente di portare le persone in piazza e a votare, e porta la Lega al 32 per cento. Naturalmente, il rischio, anzi, la certezza della polarizzazione è che gli avverarsi si coalizzino tutti contro di te. A volte non vi riescono o demonizzando producono gli effetti opposti da quelli desiderati. In questo caso, invece, la polarizzazione anti Salvini, generata dalle Sardine, accoppiata alla difesa di un regime di governo regionale e a un sistema di potere, ha svolto il suo effetto.

Certo, Salvini avrebbe potuto non investire se stesso nella campagna emiliano-romagnola e fare come Berlusconi, che in qualche modo lasciava le regioni rosse ai post comunisti. Ma chi pretende di ritornare a quel modello da un lato non conosce Salvini, che è attratto dagli azzardi (e questo lo è stato certamente), dall’altro non si rende conto che il muro emiliano romagnolo sta già cedendo.

Quali lezioni trarre quindi da questa sconfitta? Una, che non bisogna mai sottovalutare gli avversari. Nessuno poteva prevedere che dal seno del Pd, della curia bolognese e di altri ambientini di provincia emiliani, ma influenti, potessero saltare fuori le sardine. Poi, come insegnano i manuali di tattica, meglio evitare di mettere spalle al muro l’avversario perché, come una bestia che si sente braccata, la disperazione lo spinge da un lato alla ferocia dall’altro all’astuzia. Terzo, che il leader carismatico deve guidare le truppe ma non deve sentirsi solo, mentre le truppe, cioè la classe dirigente locale, sul piano almeno della Lega, non sembrava pronta a questa sfida. E torna il problema della costruzione di questo ceto, che non riguarda solo l’Emilia Romagna. Lezioni magari da meditare per le prossime scadenze, regionali e, quando saranno, nazionali.

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Marco Gervasoni


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