• 16/10 @ 06:39, La professione antifascista della sinistra: una copertura per non fare i conti con la propria storia, di Franco Car… https://t.co/aMZlFtKxFD
  • 16/10 @ 06:38, La neolingua per giustificare il Green Pass: un ricatto diventa libertà, i ricattati diventano ricattatori, di Stef… https://t.co/ZFYoRc52iU
  • 10/10 @ 09:15, “Per una nuova destra”: la ricetta di Capezzone per riempire un vuoto nell’offerta politica, di Matteo Milanesi https://t.co/Cn7GbJGvF8
  • 10/10 @ 09:14, Pechino aumenta la pressione su Taiwan: il vero banco di prova della presidenza Biden, di Michele Marsonet https://t.co/5WOnTKSODq
  • 26/09 @ 18:07, Dopo il Covid un’altra minaccia dalla Cina: la bolla immobiliare spaventa i mercati e il Partito comunista, di Mich… https://t.co/uZuWueZRxM
  • 26/09 @ 18:06, Draghi si presenta agli industriali con la sua vecchia ricetta: svalutazione interna, di Musso https://t.co/s2vPwWJqsy

L’altra faccia del lunedì – Alla Prima della Scala l’élite globalista applaude il suo presidente

di Marco Gervasoni, in L'altra faccia del lunedì, Rubriche, del

Ormai l’opera lirica è diventata un genere museale, che attrae sempre meno melomani e sempre più turisti stranieri ed esponenti dei vari generoni delle diverse città italiane; entrambi, turisti e generoni, piuttosto ignari di tutto – basti vedere le loro espressioni tra il confuso e il disperato, anche di fronte a opere brevi e di quasi immediata fruibilità, e l’orrenda luce degli smartphone ormai imperversante durante le rappresentazioni, quasi più che al cinema.

Nonostante questo suo essere un’arte morente (o forse già defunta da tempo) l’opera ancora oggi è un discreto barometro per misurare il grado di legittimazione del potere. Da quando infatti nacque, nell’Italia del XVII secolo, che poi l’esportò subito, l’opera è sempre stata un mezzo di legittimazione simbolica dei detentori del potere, prima le monarchie d’ancien regime poi la borghesia nella sua fase alta di sviluppo, fino alla Prima Guerra Mondiale.

Oggi a noi sembra, con tutto il suo essersi trasformata in un’attrazione turistica non molto diversa da Disneyland, che l’opera sia ancora un mezzo di legittimazione per l’aspirational class, la ruling class della globalizzazione, come la chiama Angelo Codevilla, o i bobos secondo la definizione famosa di David Brooks. Con una grande differenza: che mentre i valori della nobiltà e della borghesia erano conservatori e attenti al rispetto delle tradizioni nazionali, la classe dominante della globalizzazione morente è anti tradizionalista, schifa la nazione e la religione, è progressista in politica e diversitaria, pro immigrazione selvaggia, pro lgbt, pro “società aperta”.

Questo spiega come mai oggi le opere, anche del canone, vengano stravolte in senso pro lgbt e femminista, intervenendo persino sulle trame, mentre i migranti spuntano ovunque, facendo di solidi conservatori e politicamente tradizionalisti come Verdi e Wagner quasi degli antesignani di Laura Boldrini e di Pippo Civati.

Non poteva sfuggire a tutto questo la Prima della Scala, da sempre un indice dei rapporti tra élite, politica e società. Il regista Davide Livermore ha per esempio spiegato, in conferenza stampa, che i fascisti in Italia devono essere messi fuori legge, dimentico forse che Puccini fu un convinto sostenitore di Mussolini, e che l’Inno a Roma, composto nel 1919, divenne uno degli inni del regime. Fascismo o no, in ogni caso il regista deve pensare che il crocifisso sia controverso, perché l’ha eliminato nella scena finale del secondo atto, quando Tosca lo avvicina al cadavere di Scarpia, da lei appena assassinato. 

La Prima della Scala ci ha mostrato anche l’inversione dei mondi, per cui non è strano che oggi, ovunque, lavoratori e operai votino a destra, e i ricchi a sinistra. Per molti anni, e nel lungo Sessantotto soprattutto, sindacati rossi ed extraparlamentari manifestavano contro la borghesia che sfilava alla Scala. Sabato c’erano dei lavoratori fuori, ma perché rischiano di perdere il posto di lavoro, mentre i rappresentanti politici di quello che un tempo era il movimento operaio stavano dentro il Teatro, insieme alla ruling class plaudente a Mattarella, unica barriera contro il “razzismo”, contro l’”odio”, contro il “fascismo”, incarnati a loro dire dai sovranisti, cioè dai partiti rappresentanti quasi la metà degli italiani e in ogni caso quella classe operaia che, progressista o meno, la classe dominante continua a disprezzare.

Anzi no: la vecchia borghesia nazionale, quella distrutta dal Sessantotto, e sostituta da una aspirational class mille volte peggiore, possedeva un rispetto e una considerazione per gli operai che i bobos macroniani e renziani, da parvenu, non dimostrano neppure un momento. In questo caravanserraglio della fine di un blocco di potere, non poteva che mancare alla Prima Patti Smith, ultra settantenne e incanutita, che ha continuato a ripetere “people has the power”. Solo che il people ora sono un anziano discendente di un’antichissima famiglia democristiana di Palermo, una classe politica serva della tecnoeurocrazia e gli attori della finanza globale. Giusto epilogo del Sessantotto.

Marco Gervasoni


Atlantico Quotidiano © 2021, Tutti i diritti riservati | Historica di Francesco Giubilei - Via P.V. da Sarsina, 320 - Cesena (FC) - P.I. 04217570409
Privacy Policy