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Il martedì di Capaneo – Cosa non si fa per travestire Ronzinante da Ribot. Lezione sul trasformismo a Cerasa

L’11 settembre u.s., Ernesto Galli della Loggia ha pubblicato sul Corriere della Sera uno dei suoi editoriali più ispirati, “Il Paese dei trasformismi”. “In un sistema politico paralizzato, di cui l’establishment non cessa di tenere ben salde le redini, il segno distintivo diventa l’immobilismo”. Così l’incipit dell’articolo. A garantire l’immobilismo, per lo storico romano, è l’union sacrée di tutte le forze impegnate, sotto la guida del Pd, nel frenare, in nome della Costituzione e dell’antifascismo, “la sempre risorgente minaccia della ‘Destra’, in un clima di ‘emergenza democratica’”. Presentandosi come il partito dello Stato, il coacervo di forze, di movimenti, di gruppi e gruppuscoli, che fanno capo al Pd, è riuscito a delegittimare “ogni identità diversa, ostacolando al massimo il funzionamento fisiologico del sistema politico parlamentare, fondato sulle alternative elettorali”. Garante dell’operazione destinata a segnare il virtuale disfacimento della democrazia liberale è il trasformismo.

“È ciò che sta accadendo oggi con la nuova maggioranza. Chi crede davvero che le sorti della democrazia italiana fossero a rischio, cioè che si fosse alla vigilia di non poter più tenere elezioni libere, stampare giornali contro il potere, che gli oppositori e gli organi costituzionali fossero sul punto di essere minacciati fisicamente, la magistratura manipolata e magari perfino sciolto il parlamento — perché questo significa ‘emergenza democratica’, il resto sono chiacchiere — chi crede davvero ciò fa benissimo a giustificare tutto, e dunque anche il trasformismo. Ma chi non condivide l’allarme ora detto ha il dovere di dire che invece si tratta solo di semplice, banalissimo trasformismo. (…) E così dopo poco più di un anno l’establishment italiano ha riportato la vittoria sulla dabbenaggine e sulla pochezza politica della coalizione giallo-verde, sul fare inutilmente smargiasso del capo della Lega e le velleità inconcludenti dei 5Stelle. Ma è una vittoria che non contiene la promessa di niente. (…) In un sistema politico paralizzato dal trasformismo e di cui l’establishment non cessa di tenere ben salde le redini, il segno distintivo diventa sempre di più l’immobilismo. Quell’immobilismo di cui il Paese sta lentamente morendo”.

 La critica di Galli della Loggia, pur nella sua asprezza polemica, a mio avviso, colpisce nel segno e scopre la falsa coscienza (l’”ideologia”, direbbe il vecchio Marx) di quanti, in nome della democrazia minacciata, vorrebbero mettere il bavaglio all’unico, legittimo, detentore della sovranità – il demos, appunto – e si affannano a scoprire sistemi elettorali che garantiscano alle minoranze virtuose di tenere sotto controllo le pulsioni irrazionali delle masse.

Divenuto da foglio controcorrente – con punte anti-risorgimentiste, in politica, e quasi lefebvriane in tema di etica sociale e di bioetica – quotidiano dell’establishment, il giornale diretto da Claudio Cerasa non poteva non reagire all’editoriale di Galli della Loggia. E lo ha fatto, con l’enfasi propria dei parvenus (Stampa e Repubblica si son guardate bene dal reagire: lo stile dei vecchi oligarchi non è acqua) con una lunga riflessione “In difesa del trasformismo”.

“La tesi dell’Italia gravemente malata di trasformismo – ha detto in sostanza il giovin direttore – è un grande classico del dibattito pubblico italiano (…) negli anni si è andato a sedimentare un vocabolario tendente a demonizzare ogni esercizio di libertà parlamentare: la Camera diventa casta, il compromesso diventa inciucio, il diritto a rappresentare il paese senza vincolo di mandato diventa inevitabilmente transumanza”. Di qui un crescendo rossiniano di esaltazione del trasformismo. Si comincia col dire che è possibile esercitarlo solo nei paesi in cui vi è libertà politica (che è come dire che si può peccare solo nelle società tolleranti, in cui il peccato non è reato), si continua col definirlo “uno dei pilastri su cui si fonda la libertà di un Parlamento” e si finisce per identificarlo con lo stesso spirito della democrazia liberale e con la sua weberiana etica della responsabilità.

A un certo punto Cerasa si fa storico e non esita a colpire Galli della Loggia (divenuto da qualche tempo il bersaglio mobile del Foglio: vedere l’attacco feroce di Maurizio Crippa, “Le risibili disavventure del terzismo”, del 20 agosto u.s.) sul suo terreno: “Chiediamo all’editorialista del Corriere: si può o no considerare irresponsabile quel ceto politico che da Cavour a Giolitti, nei primi cinquant’anni della storia dell’Italia unita, creò le condizioni per allargare il suffragio universale grazie soprattutto a formidabili politiche trasformiste?”. Oggi i cavalieri della tavola rotonda trasformista, mettendo da parte i rispettivi pregiudizi, stanno salvando la libertà, la democrazia, il legame con l’Europa e con l’Occidente e non si fanno scrupolo a tradire il proprio partito “per non tradire il proprio paese”. Si tratta di una guerra santa che ha avuto il merito di allontanare un partito come il M5S “dalle prassi eversive”, facendogli riscoprire “alcune virtù della democrazia rappresentativa”. Il trasformismo, insomma, diviene il lavacro salvifico che tollit peccata mundi e premia Barabba con un posto a tavola accanto agli apostoli.

Forse il paese non sta perdendo solo il senso della misura ma, quel che è peggio, anche quello del ridicolo. Sennonché non è l’involontario umorismo di Cerasa a far riflettere, bensì la confusione programmata che regna nei pennaruli (come li chiamava Ferdinando II di Borbone, caro agli amici neoborbonici di Giuliano Ferrara) che debbono, a tutti i costi, presentare Ronzinante—quale appare il bisConte, se si tiene conto, sine ira ac studio, della qualità e della competenza della squadra di governo—come un nuovo Ribot. In questa contraffazione, il Foglio, appioppando l’etichetta trasformista a tutti i grandi statisti italiani – da Cavour a Giolitti (peccato che sia troppo arduo includervi De Gasperi!) – rende, però, la categoria uno strumento concettuale inservibile. Giovanni Sabbatucci, parlando del “trasformismo” storico – quello reale della svolta 1882-1883 – scriveva nel 1998 che esso “non nasceva da una innata inclinazione al compromesso dei politici italiani, ma era il portato della debolezza originaria dello Stato unitario, della fragilità delle istituzioni e della cronica esiguità delle loro basi di consenso (…) era la risposta, forse sbagliata, a un problema reale”. Ma non si nascondeva che “il venir meno di ogni discriminante ideologica e programmatica fra i due maggiori schieramenti in campo (ossia la fine di quel sia pur imperfetto modello bipolare che aveva caratterizzato la scena parlamentare italiana nel primo ventennio postunitario) ebbe come effetti un visibile degrado del dibattito politico all’interno della ‘grande maggioranza’ costituzionale e il trasferimento delle funzioni proprie dell’opposizione a forze non pienamente legittimate (l’estrema radicale, repubblicana e poi socialista) oppure a gruppi eterogenei o marginali, pronti peraltro a rientrare alla prima occasione nel gioco delle combinazioni ministeriali (la pentarchia o l’ala più dura della vecchia Destra)”.

Se tale effetto negativo ebbe sull’opinione pubblica nazionale l’accordo tra giganti come Agostino Depretis e Marco Minghetti, tra la Destra e la Sinistra storica, tra uomini che avevano fatto il Risorgimento e che, nutriti di una solida formazione culturale di tipo liberalconservatore o liberalprogressista, avevano elaborato grandiosi progetti politici volti ad assicurare l’unità e la dignità della redenta patria italiana, come stupirsi se l’odierno “trasformismo” giallorosso, che vede alleati, da un lato, gli esangui eredi di vecchi partiti-chiesa e dall’altro, i masanielli-costole plebee del ’68, getti molti liberali in uno stato d’animo di cupa disperazione?

Certo, a rigore, il ricorso al termine “trasformismo” da parte di chi non concede alcun credito all’attuale governo è improprio (lo ha fatto notare giustamente, proprio sul Foglio Giuseppe Bedeschi nell’articolo “Dàgli al trasformista” del 18 settembre u.s.), ma lo è, a fortiori, anche da parte di chi riabilita il termine, astraendolo dalla storia italiana. E, in ogni caso, l’uso che fa Galli della Loggia della “brutta parola a cosa più brutta” (come Giosuè Carducci definiva il trasformismo), mettendo da parte Depretis, analizza un fatto concreto: un accordo spartitorio tra forze politiche eterogenee prive di una riconoscibile “filosofia politica”, interessate solo a preservare, per conto dell’establishment, l’esistente sotto la bandiera dell’antifascismo, dell’antirazzismo, dell’antipopulismo, dell’antisovranismo. Non si tratta di una “condanna a priori” del governo ma del legittimo sconcerto (lo si condivida o meno) per come è nato il Conte bis, per la composizione di un esecutivo “che inalbera un programma per il futuro che è un patetico libro dei sogni dove è elencato di tutto tranne i modi e i mezzi per fare qualsiasi cosa, e che è facile prevedere che non farà nulla”. 

Dino Cofrancesco


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