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Il martedì di Capaneo – Comunismo equiparato al nazismo: la pugnalata di Strasburgo al doppiopesismo della sinistra

Uno stimato storico delle dottrine politiche, Danilo Breschi, nel suo blog, ha scritto di recente:

“È con apprezzamento da autentici europeisti che si dovrebbe accogliere la risoluzione approvata lo scorso 19 settembre ad ampia maggioranza (535 voti a favore, 66 contro e 52 astenuti) dal Parlamento europeo di Strasburgo. La risoluzione reca il seguente titolo: ‘Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa’. E subito sono scoppiate polemiche, ma perché? Nel testo della risoluzione si parla del ‘riconoscimento del retaggio europeo comune dei crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo’.”

E più avanti prosegue sottolineando come “i regimi nazisti e comunisti hanno commesso omicidi di massa, genocidi e deportazioni, causando, nel corso del XX secolo, perdite di vite umane e di libertà di una portata inaudita nella storia dell’umanità”. In effetti, le polemiche non potevano mancare. Intervistato dal Tg2, Luciano Canfora, un accademico tra i maggiori indignados, ha ripetuto quanto aveva detto a Vittorio Bonanni nell’intervista del 5 marzo 2003 su Liberazione. Invitato a esprimere la sua opinione su quanti, “ormai i più, accomunano stalinismo e nazismo come i grandi totalitarismi del ventesimo secolo”, aveva tagliato corto:

“Queste cose le dicono le persone ignoranti e per una ragione molto semplice: che il nucleo, il fondamento del nazismo è la nozione di razza mentre nel comunismo staliniano c’è una idea durissima del conflitto di classe. Il nemico di classe non ha nessuna garanzia e può essere liquidato in tutti i modi. Si può essere d’accordo o no, ma non ha niente a che fare con la biologia animalesca del nazismo. Le persone ignoranti, specie se sono anche in mala fede, confondono i due fenomeni”.

Oggi è il Parlamento di Strasburgo che confonde i due fenomeni e agli ignoranti che ne occupano i seggi Canfora ha ricordato l’alta stima in cui Stalin era tenuto da Pietro Nenni, da Alcide De Gasperi e da altri statisti. Canfora si riferiva al discorso tenuto da De Gasperi il 23 luglio 1944 al Teatro Brancaccio di Roma, in cui lo statista trentino aveva detto:

“Ai polacchi, a questi nobili cavalieri della libertà e del Cristianesimo, auguriamo che questa guerra non lasci ferite nello spirito e confidiamo ed esprimiamo la viva speranza che Giuseppe Stalin, grande maresciallo, grande condottiero di popoli, trovi il modo di conciliare gli interessi della difesa delle proprie frontiere con la libertà, con l’unità della Polonia”.

Un modo davvero scorretto di addurre argomenti a sostegno della propria tesi, giacché come fece rilevare Sergio Romano il 22 gennaio 2012 a un lettore che citava l’elogio democristiano del dittatore sovietico, si deve pensare al momento in cui vennero pronunciate le parole sulla Polonia e su Stalin:

“È evidente che De Gasperi voleva spezzare una lancia per la restaurazione della Polonia unita e cattolica, un obiettivo particolarmente sentito in quel momento dalla Chiesa romana. Avrebbe potuto farlo senza appellarsi alla collaborazione dell’Unione Sovietica? Avrebbe potuto sperare in qualche risultato senza rendere omaggio a Stalin, vale a dire a un uomo che aveva certamente il merito di avere diretto la Russia in uno dei momenti più tragici della sua storia?”.

“I discorsi politici, concludeva Romano, politici vanno letti e interpretati ricordando il contesto storico in cui vennero pronunciati”.

Altro indignado è Guido Crainz (vincitore anni fa del Premio Benedetto Croce!!!). Nel suo commento, “Ma la politica non riscriva la storia” (la Repubblica del 23 settembre u.s.), scrive che “ha una storia nobilissima la discussione sui totalitarismi, e ci aiuta a far emergere questioni enormi”. Lo storico teramano sembra avere una memoria corta: non ricorda che il “totalitarismo” è stato considerato un concetto da”guerra fredda”, proprio per l’equiparazione di nazismo e comunismo, e che la discussione al riguardo non fu certo “nobilissima”.

È giusto il principio che la politica non debba riscrivere la storia purché, tuttavia, venga preso sul serio e seguito onestamente. La politica ha a che fare con l’identità di un popolo e l’identità è fatta anche di miti e di simboli che impongono rispetto. Debbono essere, però, miti e simboli ampiamente condivisi, che accomunino e non dividano e, soprattutto, che non demonizzino i perdenti ma ne riconoscano, quando è il caso, il valore e la sincera “dedizione alla causa”. Non meraviglia che una civic culture matura come quella nordamericana abbia coltivato (sin troppo, a mio avviso) la leggenda del Sud eroico e cavalleresco e abbia prodotto l’epopea di Via col vento, il film nostalgico, tratto dal romanzo omonimo di Margaret Mitchell (1936) e diretto nel 1939 da Victor Fleming. Nessun dubbio che Abraham Lincoln stesse dalla parte della ragione e dell’Umanità, ma ciò non toglie l’ammirazione per quanti lottavano pro aris et focis e, difendendo un istituto abietto come la schiavitù, combattevano (a ragione o a torto) anche per non diventare sudditi dei ricchi e industriali stati del nord. Quando Crainz si chiede: “Che Europa pensiamo di costruire se ai ragazzi viene insegnata una storia vittimistica e vendicativa?” potrebbe anche aver ragione se la domanda comportasse la messa al bando di ogni doppiopesismo. Ma in Italia, a un accurato e scrupoloso segugio come Giampaolo Pansa, che ha ricostruito i crimini commessi sia dai repubblichini che dai partigiani, è sconsigliata la presentazione dei suoi libri, per motivi di ordine pubblico. Solo dei libri che rievocano i delitti della RSI si può parlare nelle scuole e nelle piazze, reali o virtuali come quelle televisive: è vietato, invece, alla storia essere “vittimistica e vendicativa”, quando dà voce ai perseguitati del totalitarismo rosso.

Gli storici di parte come Crainz si rivoltano al pensiero che dei grandi eventi come la Rivoluzione francese o la Rivoluzione d’ottobre si mettano in luce solo le “vittime”, dimenticando le grandi realizzazioni sociali e gli istituti civili che ne derivarono, ma se qualcuno racconta che il regime fascista realizzò grandi opere, dalle bonifiche a Cinecittà, invocano le leggi Scelba e Mancino che condannano l’apologia di reato.

Qualche collega che stimo molto ha rilevato che la Dichiarazione di Strasburgo sulla memoria europea per il futuro dell’Europa, pecca, semmai, per l’equiparazione tra nazismo e fascismo, una identità che dopo decenni di storiografia revisionista, avrebbe perso ogni plausibilità. Sennonché sarebbe stato, a mio avviso, pretendere troppo dai parlamentari europei. Evocando i due diversi totalitarismi, essi non erano tenuti a distinzioni “interne”, che, giuste sul piano delle scienze storiche e sociali, avrebbero attenuato la portata etico-culturale del discorso simbolico. E inoltre, diciamocela tutta, sarebbe stata una provocazione per l’Italia che della vulgata antifascista ha fatto il collante di legittimità delle varie anime dell’establishment.    

Nell’intervento alla cerimonia commemorativa del 74esimo anniversario della Liberazione (Vittorio Veneto – Teatro Da Ponte, 25 aprile 2019) così la più alta carica dello Stato ha definito il ventennio fascista:

“Non libertà di opinione, di espressione, di pensiero. Abolite le elezioni, banditi i giornali e i partiti di opposizione. Gli oppositori bastonati, incarcerati, costretti all’esilio o uccisi. Non era permesso avere un pensiero autonomo, si doveva soltanto credere. Credere, in modo acritico e assoluto, alle parole d’ordine del regime, alle sue menzogne, alla sua pervasiva propaganda. Bisognava poi obbedire, anche agli ordini più insensati o crudeli. Ordini che impartivano di odiare: gli ebrei, i dissidenti, i Paesi stranieri. L’ossessione del nemico, sempre e dovunque, la stolta convinzione che tutto si potesse risolvere con la forza della violenza. E, soprattutto, si doveva combattere. Non per difendersi, ma per aggredire. Combattere, e uccidere, per conquistare e per soggiogare. (…) Non erano questi gli ideali per i quali erano morti i nostri giovani nel Risorgimento e nella Prima Guerra Mondiale”.

Cosa mancava a un regime siffatto per essere considerato, pleno jure, “totalitario”, negazione di quanto di bello e di nobile ci aveva lasciato l’Italia dei nostri padri risorgimentali? È questa la storia non colonizzata dalla politica che si dovrebbe insegnare a scuola, la storia che hanno in mente Guido Crainz e l’Anpi, il Torquemada del “fascismo eterno”?

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Dino Cofrancesco


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