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Il Covid-19 non ferma le indagini sullo Spygate. Barr: “Un intero schema di eventi per sabotare la presidenza Trump”

Federico Punzi di Federico Punzi, in Rubriche, Speciale ItalyGate, del

Il rapporto Steele contro Trump (pagato dai Democratici e dalla Clinton) basato sulla disinformazione russa. E l’FBI sapeva

L’emergenza Covid-19 che ha travolto anche gli Stati Uniti non ha fermato lo Spygate, anzi arrivano importanti sviluppi nelle indagini del procuratore speciale Durham sulle origini del Russiagate. Dove eravamo rimasti? A dicembre l’Attorney General William Barr aveva chiarito la diversa natura e il diverso scopo dell’indagine del procuratore John Durham rispetto a quella dell’ispettore generale del DOJ Michael Horowitz, che si è conclusa con il rapporto diffuso il 9 dicembre scorso e due audizioni dello stesso IG al Senato. Durham, spiegava Barr, “sta guardando non solo all’FBI. Sta guardando alle altre agenzie e anche ad attori privati, quindi è un’indagine molto più ampia”. Inoltre, sta indagando non solo sull’aspetto dei mandati FISA, ma su “tutta la condotta sia prima che dopo le elezioni” del 2016.

E aveva confermato anche la natura penale dell’inchiesta e uno degli interrogativi a cui sta cercando di dare risposta: se il caso Papadopoulos-Mifsud sia stato il “vero predicato” dell’indagine di controintelligence Crossfire Hurricane che ha dato avvio al Russiagate, almeno ufficialmente, o se invece non sia stato “nulla più che un pretesto” per dare corso ad un “preesistente desiderio di andare a indagare nella Campagna Trump”.

In una nuova intervista, giovedì scorso, per The Ingraham Angle di Fox News, Barr è andato molto più in profondità rivelando cosa sta emergendo dall’indagine:

“Ciò che è accaduto al presidente è una delle più grandi farse della storia americana. Senza alcuna base, hanno iniziato questa indagine sulla sua campagna. E ancora più preoccupante, in realtà, è quello che è successo dopo la campagna. Un intero schema di eventi, mentre era presidente, per sabotare la presidenza o almeno avere l’effetto di sabotare la presidenza”.

Siccome il rapporto Horowitz, ma anche l’ex direttore dell’FBI Comey, parla di “errori e negligenza” da parte dell’agenzia, Barr ha voluto precisare – ed è lecito supporre con cognizione di causa, essendo a conoscenza degli ultimissimi sviluppi delle indagini del procuratore Durham:

“La mia opinione è che le prove mostrano che non abbiamo a che fare solo con errori o negligenza, c’era qualcosa di molto più preoccupante qui; e ne arriveremo in fondo… E se qualcuno ha violato la legge, e possiamo stabilirlo che con delle prove, sarà perseguito”.

Il procuratore Durham, ha aggiunto, sta “cercando di portare davanti alla giustizia le persone coinvolte negli abusi se può dimostrare che sono stati commessi dei reati”.

Affermazioni molto impegnative per un Attorney General. Pur considerando la sua vicinanza al presidente Trump, difficilmente si sarebbe esposto così esplicitamente se non fosse a conoscenza di elementi molto solidi in questo senso.

Le sue affermazioni lasciano supporre che il procuratore Durham sia pronto a perseguire ex funzionari della comunità di intelligence – per esempio l’ex direttore della Cia John Brennan – che sarebbero coinvolti nella sorveglianza illegale della Campagna Trump nel 2016.

E nelle scorse ore il giornalista John Solomon ha confermato da Sean Hannity che sono state emesse numerose citazioni davanti al grand jury per conto del procuratore Durham.

A dicembre, in una nota diffusa pochi minuti dopo il rapporto Horowitz, Durham faceva sapere di “non concordare con alcune delle conclusioni del rapporto riguardo il presupposto e il modo con i quali l’indagine dell’FBI fu aperta”, cioè che vi fosse un motivo appropriato per aprirla.

L’IG Horowitz avrebbe poi chiarito durante un’audizione al Congresso che il suo ufficio non ha concluso che l’FBI non fu influenzata da un pregiudizio politico nella decisione di aprire l’indagine, ma che semplicemente non ne ha trovato una prova materiale.

Ma nella sua nota Durham ricordava anche che la sua indagine non si limita a elaborare informazioni interne al Dipartimento di Giustizia, come quella di Horowitz, ma comprende informazioni “da altre persone ed entità, sia negli Stati Uniti che fuori dagli Stati Uniti”. E qui troviamo la conferma che in quelle settimane Durham e il suo team avevano raccolto nuovi elementi di prova anche in altri Paesi, tra cui l’Italia, dove il 27 settembre scorso il procuratore, insieme all’AG Barr, aveva incontrato i vertici dei nostri servizi. Durham in particolare ha parlato con funzionari italiani e australiani dei contatti tra Papadopoulos e il professore della Link Campus Joseph Mifsud, tuttora irreperibile, che gli avrebbe parlato di “migliaia di email” di Hillary Clinton nelle mani dei russi – l’indiscrezione da cui sarebbe partita l’indagine dell’FBI.

Nel frattempo, è stata anche divulgata la trascrizione di una conversazione della fine di ottobre 2016 tra un informatore dell’FBI e George Papadopoulos, nella quale quest’ultimo nega che la Campagna Trump fosse coinvolta in qualunque modo nell’hackeraggio dei server del Comitato democratico. Ma anche questa prova a discolpa fu tenuta nascosta dall’FBI alla Corte FISA che doveva decidere sui mandati di sorveglianza richiesti nell’ambito dell’indagine sulla presunta collusione fra Trump e la Russia.

Horowitz ha annotato nel suo rapporto che l’intelligence aveva saputo da un “governo straniero amico” che Papadopoulos “lasciò intendere che il team di Trump avesse ricevuto dalla Russia un qualche tipo di suggerimento che avrebbe potuto aiutare questo processo con la pubblicazione anonima di informazioni durante la campagna che sarebbe stata dannosa per la Clinton”. Si tratta probabilmente dell’informazione arrivata dal diplomatico australiano Downer, amico della famiglia Clinton, che ebbe occasione di parlare con Papadopoulos nella primavera del 2016 ma se ne ricordò solo a luglio, dopo l’hackeraggio dei server democratici.

Ma in questi giorni sono state anche declassificate, in parte, anche alcune note che erano rimaste riservate nel rapporto Horowitz sugli abusi dell’FBI nelle richieste FISA. Queste note rivelano che il dossier Steele, elemento definito nel rapporto “centrale ed essenziale” nella richiesta di sorveglianza di Carter Page, membro della Campagna Trump, era in buona parte basato sulla disinformazione russa. Ricordiamo che si tratta del dossier, non verificato, compilato dall’ex agente britannico Christopher Steele, commissionatogli dalla Fusion GPS, società incaricata dal Comitato nazionale democratico e dalla Campagna Clinton di cercare materiale compromettente sul candidato avversario, Donald Trump.

Secondo i senatori repubblicani Ron Johnson e Chuck Grassley, promotori della richiesta di declassificazione, le note “rivelano che, dall’inizio e durante tutta l’indagine dell’FBI sul Russiagate, i funzionari dell’FBI hanno appreso che flussi di informazioni decisive che giungevano nel dossier erano probabilmente corrotte dalla disinformazione dell’intelligence russa”.

Ma nonostante le prove dimostrassero come lo spionaggio di Mosca avesse un ruolo nella diffusione di informazioni ingannevoli e false, l’FBI ha comunque “proseguito in modo aggressivo l’indagine, ignorando i meccanismi interni di supervisione e trascurando di segnalare i problemi di credibilità materiale ad un tribunale segreto” quale la Corte FISA. Al contrario, i funzionari dell’FBI coinvolti nell’indagine su Trump hanno continuato a usare la disinformazione russa per colpire la sua campagna e la sua amministrazione anche dopo aver scoperto che si trattava di informazioni palesemente false. Queste note, concludono i due senatori, “confermano che ci fu una diretta campagna di disinformazione russa nel 2016, e che ci furono legami tra l’intelligence russa e una campagna presidenziale – ma la Campagna Clinton, non Trump”.

In particolare, secondo la nota 302, nell’ottobre 2016, gli investigatori dell’FBI avevano appreso che una delle principali fonti di Steele era collegata al Russian Intelligence Service (RIS), e si diceva che fosse un ex ufficiale del KGB/SVR. Tuttavia, l’FBI ha trascurato di includere queste informazioni nella sua richiesta di sorvegliare Page, che la Corte FISA ha approvato lo stesso mese. Due mesi dopo, gli investigatori hanno appreso che Glenn Simpson, il capo della Fusion GPS, aveva dichiarato a un legale del Dipartimento di Giustizia di aver valutato che la stessa fonte “fosse un ufficiale RIS che aveva un ruolo centrale nel collegare Trump alla Russia”. A gennaio, il mandato fu rinnovato.

La nota 350 afferma che, nel 2017, l’FBI aveva appreso che i rapporti dell’intelligence avevano valutato che anche ciò che il rapporto Steele riportava delle attività di Michael Cohen (allora avvocato di Trump, ndr) “faceva parte di una campagna di disinformazione russa per denigrare le relazioni estere statunitensi”.

La stessa nota afferma che un rapporto separato, datato 2017, conteneva informazioni secondo cui anche i dettagli riportati pubblicamente delle attività di Trump durante una visita a Mosca nel 2013 erano falsi e un prodotto di una fonte del RIS.

Insomma, le indagini sulle origini del Russiagate, sul ruolo che hanno avuto agenzie di intelligence Usa, ma anche attori privati e governi stranieri amici, nel montare il caso della collusione fra la Campagna Trump e la Russia, proseguono e il procuratore Durham sarebbe pronto a muovere i primi passi. Le dichiarazioni esplosive, e molto impegnative, dell’Attorney General William Barr fanno pensare ad elementi molto solidi nella direzione di un tentativo di sabotaggio prima della candidatura, poi della presidenza Trump. E come saprete, se avete seguito il nostro lungo speciale, molte piste del Russiagate portano in Italia, a Roma.

Alcune domande, a cui Durham potrebbe aver già dato da tempo una risposta, restano aperte: che fine ha fatto Joseph Mifsud? Chi della nostra intelligence ha gestito la sua latitanza? Quale il ruolo e quali i rapporti della Link Campus University, da cui ricordiamo è uscito il ministro della difesa del primo governo Conte, con i nostri servizi?

Direttore dell’Aise all’epoca era Alberto Manenti, nominato nell’aprile del 2014 dal governo Renzi e pochi giorni fa primo ex direttore dei servizi a entrare nel board di una banca (Bpm). Ma la lunga primavera delle nomine nelle grandi società pubbliche e private e nei servizi è appena all’inizio e filtra una certa agitazione…

Federico Punzi

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

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