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“I Love Capitalism!”: la causa del capitalismo nella storia italo-americana di Ken Langone

di Rob Piccoli, in Libri, O, America!, Recensioni, Rubriche, del

Ha pochi eguali Peggy Noonan quando vuol farci amare qualcuno. Columnist del Wall Street Journal e stella degli speechwriters presidenziali negli anni Ottanta (è lei che ha firmato i discorsi più memorabili di Ronald Reagan, tra cui quello per ricordare gli astronauti uccisi nell’esplosione del Challenger), Peggy Noonan sa come toccare le corde più intime dei suoi lettori di riferimento, cioè gli americani che si ostinano a onorare e rispettare profondamente i “valori americani”. Non a caso la sua rubrica – Declarations (Dichiarazioni) – è una delle più apprezzate del WSJ, e i suoi libri – dal primo, What I Saw at the Revolution, al più recente, The Time of Our Lives – si vendono come il pane nonostante lo stile leggermente old-fashioned di chi ha probabilmente dato il meglio di sé nella Reagan Era, o magari proprio per questo.

Stavolta, ha pensato bene di rendere omaggio, lei americana di seconda generazione e di discendenza irlandese, a un altro americano di seconda generazione, ma di discendenza italiana, Ken (all’anagrafe Kenneth Gerald) Langone, che come lei ha saputo farsi onore malgrado le umili origini: lei newyorchese di Brooklyn, figlia di un marinaio mercantile, lui di Long Island, figlio di un idraulico. L’occasione è la sua lettura in anteprima del libro autobiografico, intitolato I Love Capitalism!: An American Story (“Io amo il capitalismo. Una storia americana”), di questo figlio d’Italia che incarna alla perfezione l’American Dream: partito dal nulla, cresciuto in una famiglia che faticava ad arrivare alla fine del mese, piuttosto scarso come studente (ma con un chiodo fisso: “amavo far soldi, volevo diventare ricco”), è diventato un affermato uomo d’affari e un finanziere di grandissimo talento e successo. Tra l’altro è tra i co-fondatori di Home Depot, che, come ci assicura Wikipedia, impiega più di 355.000 persone e gestisce 2.164 Superstores distribuiti negli Stati Uniti, Canada, Messico e Cina. La rivista Forbes ha stimato che il suo patrimonio netto ammonti a 2,7 miliardi di dollari.

La giornalista, avendo deciso di scrivere qualcosa sull’imminente evento editoriale, ha interpellato telefonicamente l’autore e gli ha chiesto il perché di questo libro. La risposta di Langone è stata che lui semplicemente voleva esprimere la propria gratitudine ed essere di ispirazione per i giovani, per far loro comprendere che “il socialismo non è la strada giusta”. “Nel 2016,” le ha detto Langone, “ho visto Bernie Sanders e i ragazzi intorno a lui. Ho pensato: Questo è l’anticristo!” Noi abbiamo il più grande motore che ci sia al mondo e questi lo vogliono distruggere? Certo, i ricchi hanno l’obbligo morale di aiutare gli altri: dove saremmo tutti noi se la gente non condividesse la propria ricchezza? Il capitalismo è anche questo! Del resto Ken Langone è anche un grande filantropo che ha distribuito milioni di dollari in beneficenza, particolarmente nel campo dell’istruzione (11 milioni di dollari alla Bucknell University per un nuovo centro sportivo e ricreativo, e 6,5 milioni alla New York University per finanziare il Kenneth G. Langone Part-time Evening MBA program) e della ricerca medica (200 milioni al NYU Medical Center, che di conseguenza è diventato il NYU Elaine A. and Kenneth G. Langone Medical Center).

E’ preoccupato, l’ottanduenne uomo d’affari, circa il futuro della libertà economica: l’egoismo di alcuni uomini di successo è un serio ostacolo: vi è gente che non fa nulla per gli altri? Eccome se ce n’è, e dovrebbero vergognarsi. Se il sistema va in crisi, avranno la loro parte di responsabilità, ma attenzione, “non buttiamo via il bambino insieme all’acqua sporca!” Il capitalismo avrà un futuro? “Sì, ma dobbiamo essere più franchi e determinati nello spiegare che cos’è e quali sono i suoi benefici. Una marea che sale solleva tutte le barche.”

Tutti noi, commenta Peggy Noonan, dovremmo sostenere la causa del capitalismo, “soprattutto i nostri milionari idioti”, e in particolar modo quelli della Silicon Valley. Mark Zuckerberg, tanto per non far nomi, durante un’audizione, il mese scorso, non ha saputo far altro che dare una risposta balbettante e incerta al senatore Dan Sullivan che gli chiedeva se era d’accordo che Facebook, nata nel dormitorio di Harvard, è una di quelle invenzioni che “Only in America”. In risposta, Sullivan lo ha apostrofato con un secco “Lei dovrebbe rispondere sì a questa domanda.”

Il libro di Langone, chiosa ancora Peggy Noonan, è non solo utile, è anche divertente: non ti propina regole di vita, ma il lettore le può distinguere tra le righe. Eccone alcune: prendere sul serio la religione (è un porto sicuro nelle tempeste e ti rende capace di riconoscere le necessità degli altri); attribuire al matrimonio l’importanza che ha nella vita delle persone; i valori non si insegnano, si testimoniano; onorare il duro lavoro; i soldi risolvono solo alcuni problemi, è bene non aspettarsi più di quanto siano in grado di assicurare; essere entusiasti, mai soddisfatti; riconoscere la realtà, per poi cambiarla; se hai successo qualcuno storcerà il naso, bisogna imparare a convivere con gli invidiosi; non c’è sconfitta se non nell’arrendersi.

Nel frattempo, oggi 15 maggio I Love Capitalism è arrivato in libreria e su Amazon, sia in cartaceo sia in formato Kindle, e chi scrive si accinge a fare il suo dovere, perché di libri come questo, come si evince dalla recensione, c’è disperatamente bisogno. Così come c’è da augurarsi che l’appassionata difesa del capitalismo di Mr. Langone sia convincente come merita e contagiosa quanto basta. Di questi tempi sarebbe un regalo impagabile della sorte. Le parole del Cardinale Arcivescovo di New York, Timothy Dolan, riportate tra le Editorial reviews di Amazon.com, lasciano ben sperare in proposito: “Mentre il mio amore per il capitalismo può essere condizionato, il mio affetto per Ken Langone non lo è. Il suo coraggio ed entusiasmo, la sua energia e generosità sono leggendari.” Praticamente, il massimo sulla bocca di un paladino della dottrina sociale della Chiesa, che col capitalismo, come si sa, non è mai stata tenera.

Rob Piccoli


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