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Day by Day: passeggiare nel centro di Roma, evocando Margherita Sarfatti

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Che donna, Margherita Sarfatti. A Roma, a due passi da via del Babuino, la Galleria Russo propone capolavori di Medardo Rosso, Umberto Boccioni, Mario Sironi, Adolfo Wildt, Gino Severini e Achille Funi, nella mostra “Margherita Sarfatti e l’arte in Italia tra le due guerre”. La maggior parte delle cinquanta opere in esposizione proviene dalla leggendaria collezione di Margherita Grassini Sarfatti, sofisticata “Peggy Guggenheim italiana”, ma anche persona dotata di potere, capace di surclassare il ruolo di qualsiasi uomo nell’Italia degli anni ’20. Chi era la Sarfatti? Tutti dicono che era “l’altra donna di Benito Mussolini”, ma la mostra produrrà “l’effetto di ribaltare il punto di vista sulla questione”, come affermano gli organizzatori dell’esposizione, “intellettualmente assai più stimolante partendo dal presupposto che non lei, la geniale Margherita, fosse l’altra donna di lui, ma lui l’altro uomo di lei, anzi, uno degli uomini di lei, la grande pigmaliona, la talent scout dal fiuto infallibile, la prima donna europea critico d’arte militante”. Affermava, la Sarfatti: “Io sono nuova, io nasco ogni mattina, ciò che feci ieri non è la ragione determinante di quanto farò domani”. Nel ritratto che traccia di se stessa emerge quella tensione al nuovo che è il tratto saliente della sua azione. “Nel contesto internazionale delle donne del XX secolo che con la loro personalità hanno contribuito a costruire il mondo moderno, Sarfatti spicca come un astro di prima grandezza” scrive di lei Fabio Benzi, curatore della mostra nonché esperto tra i più accreditati di arte italiana della prima metà del ‘900, e, in effetti, la donna che aveva inventato il mito del Duce si collocava agli antipodi del modello di angelo del focolare raccomandato alla popolazione femminile dalla propaganda di regime. L’aspirazione alla modernità di questa progressista e femminista autentica è rivelata in modo palese dalle sue scelte di collezionista d’arte compulsiva e appassionata, di modo che a Fabrizio Russo, organizzatore della mostra e legato alla famiglia Sarfatti da un antico rapporto di parentela e amicizia, raccontare Margherita attraverso i capolavori della sua leggendaria collezione è parsa la scelta più logica.

In mostra non c’è solo l’Ecce Puer, una palpitante cera firmata da Medardo Rosso nel 1906 che trova il suo contraltare nell’inarrivabile eleganza dei marmi e dei bronzi di Wildt (tra essi La Vergine del 1924, opera amatissima da Margherita), non solo la sincopata Ballerina futurista di Mario Sironi (1916) o la Periferia del 1909 di un autore raro e di culto come Umberto Boccioni, in questa mostra c’è soprattutto il tentativo critico di ragionare su una vastissima e favoleggiata collezione purtroppo mai catalogata e pienamente studiata perché la sua stessa artefice cominciò a disperderla per finanziarsi la fuga dall’Italia nel 1938, quando l’istituzione delle leggi razziali la costrinsero a fare definitivamente i conti col fallimento di un progetto poltico in cui molto aveva creduto. Nel progetto curato da Benzi con l’intervento di Corrado Augias come autore della prefazione in catalogo e Rachele Ferrario, autrice di un corposo saggio critico, le assenze contano quanto le presenze. Manca Arturo Martini, il più grande scultore italiano del ‘900, scoperto e inizialmente favorito da Margherita e poi oggetto di scoperta ostilità quando lui si sottrae alla sua influenza aderendo al gruppo romano di Valori Plastici. Donna di potere, oltre che collezionista, le sue scelte d’acquisto sono talvolta suggerite da motivazioni di opportunità politica. La sezione della mostra dedicata alle acquisizioni di artisti romani come Francesco Trombadori, Virgilio Guidi, Quirino Ruggeri, Gisberto Ceracchini e Pasquarosa segnala lo sforzo di ricucire lo strappo con l’ambiente dominato dal suo rivale, Cipriano Efisio Oppo, vincitore finale dell’aspra partita per la leadership nelle politiche artistiche.

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Dopo una mostra in centro, non c’è niente di meglio di un “ristorante segreto”, riservato, tra gli antichi palazzi di Roma, ma lontano dal clamore della metropoli. Una cucina tradizionale di grande semplicità, freschezza, qualità, in un luogo pensato per essere condiviso. Arte avvolgente in tutti gli spazi, per dare agli ospiti non solo cibo ma anche cultura. Tutto questo è il bistrot “Donna E”: nato sulle terrazze e nei salotti dell’Elizabeth Unique Hotel Rome, è un’oasi di raffinata eleganza informale, piena di fascino e di calore. In via delle Colonnette, l’Elizabeth Unique Hotel a Roma è una residenza dove le storie antiche s’intrecciano a quelle odierne. Tra le mura di Palazzo Pulieri Ginetti, nel cuore della città e a pochi passi da piazza di Spagna, si celebra il viaggio come esperienza inedita e poliedrica, “unique” per vocazione. Un viaggio che continua nel suo Secret Restaurant Donna E, con la sua cucina italiana di tradizione, rivisitata in una chiave fresca e armoniosa.

Qui, in un continuo gioco di sovrapposizioni, i dettagli del palazzo convivono con le opere di artisti contemporanei, in una selezione di opere curata da Fabrizio Russo, titolare della omonima galleria. Donna E vuole accogliere ogni ospite come fosse a casa. Il nome del bistrot, Donna E, è ispirato ancora una volta all’ospitalità declinata al femminile, quella inconfondibile e tipica del sud e che rende omaggio a Donna Elisabetta, figura indimenticabile dalla famiglia Curatella. Un viaggio attraverso l’Italia alla ricerca delle eccellenze, da nord a sud, andando alla scoperta di aziende agricole e prodotti di grande valore. Una ricerca volta a contadini visionari e allevatori illuminati, rispettosi dei rituali antichi, dell’ambiente e degli animali, custodi e testimoni della massima qualità della cucina. Grazie a questa attenta selezione, al Donna E si possono assaggiare i polli dell’azienda agricola Pizzi di Roma, dove gli animali crescono nell’aia nutrendosi naturalmente e il Caciocavallo Podolico Lucano, presidio Slow Food prodotto dal latte delle mucche podoliche che pascolano sull’Appennino meridionale. E ancora, il miele Poeta, le prelibatezze di Dol (Denominazione Origine Laziale), le farine biologiche del Mulino Marino di Cossano Belbo, in provincia di Cuneo, per arrivare alle carni toscane di Chianina e Cinta Senese. Una cucina che unisce ricette nostrane e straniere, per comporre un menu poliedrico e trasversale, che rende omaggio alla tradizione italiana arricchendola con contrasti inaspettati e ispirazioni contemporanee.

Lo chef del Donna E è Riccardo Pepe, originario della Basilicata, arrivato a Roma per amore, studi alberghieri e, a seguire, tante esperienze in grandi brigate, in tutta Italia. Il grande amore per la sua terra e il forte legame con le sue origini hanno impresso un segno importante sui suoi piatti. Partendo dalle ricette delle figure femminili della sua famiglia è riuscito a trovare un giusto equilibrio tra antico e moderno, tra radici e innovazione. La cucina del Donna E è classica, italiana con influenze internazionali. I piatti sono ripresi dalla tradizione, senza grandi stravolgimenti, ma con tocchi che li arricchiscono e li fanno propri del bistrot. Una piccola cucina dove si cerca di fare il più possibile “a mano”, dal pane alla pasta, dai biscotti ai classici dolci. Tutto quello che non viene fatto in casa viene acquistato da aziende e produttori che hanno il massimo rispetto dell’ambiente e di ciò che producono. Il cibo non viene trattato troppo ma lasciato nella sua naturalezza per preservarne ogni principio.

La sala è affidata a Giovanni Olivieri, restaurant manager che alle spalle ha la direzione di sala di grandi catene alberghiere come il Marriott. Giovanni ha cercato di perfezionare il gruppo di lavoro in modo che tutta la squadra riuscisse a far vivere un momento unico al cliente. La novità è l’esclusiva sala Library, attigua al ristorante, un intimo e silenzioso luogo illuminato da un’alta porta finestra che affaccia su via del Corso, ideale per le coppie che desiderino organizzare una cena privata o anche disponibile per piccoli eventi di massimo 10 persone. La carta dei vini è opera di Luca Maroni, noto analista sensoriale,che ha studiato una selezione di ricercate etichette, premiate anche nel suo “Annuario dei migliori vini italiani”, edizione che da due anni a questa parte è stata presentata in anteprima a Roma proprio presso l’Elizabeth Unique Hotel. L’esclusività che caratterizza l’hotel e il Donna E viene impreziosita dall’atmosfera intima e discreta della dimora appartata nel centro storico di Roma, a pochi passi dall’ingresso principale. Il progetto architettonico riflette le scelte che lo Studio Marincola ha intrapreso nell’hotel, arricchendo il pregiato palazzo con dettagli contemporanei e arredi originali. La Mansion è composta da sei stanze, in grado di accogliere un massimo di sedici ospiti. Gli spazi comuni e le camere dell’Elizabeth Unique Hotel si arricchiscono di contenuti artistici: protagonisti della collezione sono alcuni artisti italiani, tra cui Enrico Benetta, che “scrive” sculture in cui le lettere ricevono un nuovo approccio narrativo, Veronica Montanino, con la sua pittura labirintica e ipnotica e Manuel Felisi, che firma macro collage in cui lo sguardo si appropria di un immaginario nordico, abitato da cieli e foreste. L’artista Michael Gambino decora le pareti con opere evanescenti e leggiadre, che sembrano scolpire il flusso armonico della materia organica. Luca Di Luzio espone elementi del progetto Atlas Ego Imago Mundi, in cui le parti del proprio corpo vengono rappresentate attraverso un atlante di isole immaginarie. Infine, Giorgio Tentolini realizza tele-sculture tessendo trame di metallo, come il ritratto di Bacharach.

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Gianfranco Ferroni


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