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Day by Day: a Lucca, l’Iran del 1979 visto con le fotografie di Abbas

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A Lucca la mostra “The Iranian Revolution 1979” documenterà, attraverso l’obiettivo di uno dei reporter più accreditati e riconosciuti, la violenza scatenatasi durante i disordini scoppiati a Teheran e in tutta la nazione nel 1979. Lo sguardo sulla fotografia iraniana contemporanea si completerà con la rassegna “Inerzia e forza. Una seconda Rivoluzione”, che getta la luce sul nuovo corso della fotografia nel Paese medio-orientale. Dal 16 novembre all’8 dicembre 2019 il Palazzo Ducale di Lucca, una delle sedi di Photolux Festival 2019, accoglierà due mostre che consentono al visitatore di gettare uno sguardo approfondito sulla fotografia iraniana contemporanea.

La prima, “Abbas – The Iranian Revolution 1979”, curata da Enrico Stefanelli, in collaborazione con Magnum Photos, ripercorrerà la storia della rivoluzione del 1979, quando la monarchia di Reza Pahlavi venne rovesciata per instaurare una repubblica islamica guidata, allora, dall’ayatollah Khomeini, attraverso l’obiettivo di Abbas (1944-2018), uno dei rappresentanti più accreditati e riconosciuti della fotografia iraniana, scomparso lo scorso anno a Parigi. Abbas giunse nel suo Paese d’origine nel 1978 per documentare i disordini che si stavano succedendo. Inizialmente sostenitore della sommossa, il fotografo Magnum rimase ben presto disilluso, in virtù della violenza che stava documentando. “C’era stata una dimostrazione a favore di Shapur Bakhtiar, nominato dallo scià primo ministro del governo. Militanti circondarono lo stadio e iniziarono a colpire le persone che uscivano da esso. Tra questi, ho catturato l’immagine drammatica di una donna attorniata da rivoluzionari pronti a linciarla”. Colleghi e passanti lo implorarono di non pubblicare quella fotografia per non gettare ombre sulla sollevazione popolare. Abbas rifiutò. “Sono un giornalista”, aveva affermato, “uno storico del presente, quindi devo mostrare queste immagini adesso”. E così fece per i giorni seguenti, anche dopo l’arrivo dall’esilio parigino dell’ayatollah Khomeini. Abbas lasciò il Paese nel 1980 senza farvi ritorno fino al 1997. Il suo libro “La Révolution Confisquée”, proibito in Iran, una delle testimonianze più lucide di quei fatti, documenta tutto quello che aveva visto.

L’altra esposizione, “Inerzia e forza. Una seconda Rivoluzione”, curata da Simindokht Dehghani, direttrice della AG Galerie di Teheran, rivolge uno sguardo approfondito sul nuovo corso della fotografia in Iran. Accanto a quella documentaria, che ha avuto il momento di maggior slancio durante la Rivoluzione del 1979 e gli otto anni di guerra con l’Iraq (1980-1988), si è sviluppato il desiderio di far diventare la fotografia una disciplina universitaria. Tra le voci più autorevoli di questo cambiamento vi è Bahman Jalali (1945-2010), capostipite di una generazione di artisti che rappresenta la voce emergente della nuova fotografia iraniana, che si concentra oggi sulla calma forza di una seconda rivoluzione utilizzando i linguaggi e i dispositivi dell’estetica contemporanea. Gli artisti in mostra sono: Abbas Kowsari (Teheran, 1970), Ali Mobasser (Maryland, USA, 1976), Ali Zanjani (Teheran, 1986), Behzad Jaez (Teheran, 1975), Ghazaleh Rezaei (Teheran, 1990), Matin Abedi (Teheran, 1989), Mehrali Razaghmanesh (Teheran, 1983), Parnian Ferdossi (Teheran, 1986), Peyman Hooshmandzadeh (Teheran, 1969), Parisa Aminolahi (Teheran, 1978) e Shahrzad Darafsheh (Teheran, 1982).

Ma chi era Abbas? Nato a Khash, Iran, nel 1944, e scomparso a Parigi nel 2018, fotografo iraniano trapiantato a Parigi, ha dedicato la sua carriera a documentare la vita politica e sociale delle società in conflitto. Si è occupato di guerre e rivoluzioni in Biafra, Bangladesh, Irlanda del Nord, Vietnam, Medio Oriente, Cile, Cuba e Sudafrica durante l’apartheid. Dal 1978 al 1980, Abbas ha fotografato la rivoluzione in Iran, dove è tornato nel 1997 dopo diciassette anni di esilio volontario. Il suo libro “Iran Diary 1971-2002” è un’interpretazione critica della storia iraniana, fotografata e scritta come un diario privato. Durante i suoi anni di esilio Abbas ha viaggiato costantemente. Tra il 1983 e il 1986 attraverso il Messico, con l’intento di raccontare un paese come un uno scrittore avrebbe potuto farlo in un romanzo. La mostra e il libro che ne sono derivati, “Return to Mexico: Journeys Beyond the Mask”, hanno contribuito a definire la sua estetica fotografica. Dal 1987 al 1994 si è concentrato sulla diffusione dell’Islam nel mondo. “Allah O Akbar: A Journey Through Militant Islam”, un libro e una mostra, hanno raccontato ventinove Paesi e quattro continenti e attirato un’attenzione speciale dopo gli avvenimenti dell’11 settembre. Il libro successivo, “Faces of Christianity: A Photographic Journey” (2000), diventato poi anche una mostra, si concentra invece sul Cristianesimo come fenomeno politico, rituale e spirituale.

Nel 2002, in occasione del primo anniversario dell’11 settembre, ha iniziato a lavorare a un nuovo progetto a lungo termine sullo scontro di religioni, viste come fenomeni culturali piuttosto che dogmi di fede, e soprattutto ormai quasi assimilate a ideologie politiche e dunque causa delle lotte strategiche del mondo contemporaneo. Dal 2008 al 2010 Abbas ha viaggiato nel mondo buddhista, fotografandolo sempre con occhio critico. Nel 2013, ha concluso un progetto simile sull’induismo. Più di recente, poco prima della sua morte, Abbas stava lavorando alla documentazione dell’ebraismo in tutto il mondo. Componente di Sipa dal 1971 al 1973, poi di Gamma dal 1974 al 1980, Abbas è entrato a far parte di Magnum Photos nel 1981 ed è diventato membro nel 1985. È morto a Parigi il 25 aprile 2018, a 74 anni.

Photolux Festival 2019 di Lucca, diretto da Enrico Stefanelli, ruota attorno al tema Mondi – New Worlds, con oltre 20 mostre, diffuse in sette sedi espositive del centro della città, conferenze, workshop, letture portfolio, incontri con i protagonisti della fotografia internazionale.

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Gianfranco Ferroni


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