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Quando il fact-checking è esso stesso fake-news: chi controlla i “controllori”?

Rob Piccoli di Rob Piccoli, in Media, O, America!, Quotidiano, Rubriche, del

I media americani hanno abbandonato il loro compito primario, che è quello di dare le notizie. Sono passati i tempi in cui si offrivano al lettore le famose 5 W: Who? (Chi?), What? (Che cosa?), When? (Quando?), Where? (Dove?), Why? (Perché?). Oggi bisogna dire alla gente cosa deve pensare, e questo dopo aver accuratamente filtrato le notizie attraverso diversi strati di pregiudizio e di faziosità. L’ultimo espediente che hanno escogitato è il cosiddetto “fact-checking” (letteralmente: controllo/verifica dei fatti), da applicare rigorosamente—e in tempo reale—soltanto al presidente Trump. Quando mai, infatti, si sono visti sui mainstream media dei fact-checking sulle parole di Barack Obama?

Diciamolo apertamente: è come se tutti i maggiori mezzi di informazione seguissero lo stesso copione. Anzi, forse è esattamente così che stanno le cose. O almeno, questa è l’ipotesi che un osservatore attento, Brian C. Joondeph, ha formulato qualche giorno fa su The American Thinker, fornendo a sostegno della sua tesi interessanti aneddoti nonché numerosi e circostanziati esempi. Non che sia una novità, ben inteso, tutt’altro, e del resto già qualche anno fa, nel marzo 2009 per l’esattezza, Politico Magazine aveva svelato nientemeno che l’esistenza di “uno spazio d’incontro online off-the-record” per operatori dell’informazione, chiamato JournoList. Malgrado i diretti interessati lo negassero (et pour cause!), JournoList assolveva appunto alla funzione di preparare in maniera riservata attacchi politici coordinati e simultanei, a dispetto del fatto che teoricamente gli organi d’informazione coinvolti fossero in concorrenza tra loro. Tutt’oggi, scrive The American Thinker, qualcosa del genere è facilmente ravvisabile nell’impressionante somiglianza dei titoli di giornale e nella simultaneità unidirezionale dei fact-checking. Prima che il presidente Trump apra bocca, ecco i “controllori dei fatti” che si fiondano sulla preda onde fornire in tempo reale l’immancabile contestazione di ogni parola pronunciata da quest’ultimo. Ora, un qualche “controllo dei fatti” è ragionevole e persino doveroso, ma qui evidentemente si sta esagerando…

E poi, detto en passant, chi controlla i controllori? Who fact-checks the fact-checkers? Perché diavolo noi dovremmo credere alla CNN o al MSNBC e ai loro presunti “controllori di fatti”? Questi sono gli stessi media che ignorarono le spudorate menzogne di Hillary sull’attacco al consolato di Bengasi, l’11 settembre 2012, in cui persero la vita l’ambasciatore Usa Chris Stevens e altri tre americani. O che si guardarono bene dal sottoporre a fact-checking le balle dei Democratici sull’Obamacare (“If you like your insurance and doctor, you can keep them”). Per non parlare delle omissioni nel racconto della vicenda del 17enne afro-americano ucciso il 26 febbraio 2012 da George Zimmerman, un vigilante bianco, allo scopo di far passare quest’ultimo per razzista. E che succede quando il fact-checking è esso stesso fake-news?

Seguono, nella meticolosa rassegna di Brian C Joondeph, numerosi altri “infortuni” dei soliti noti. Uno è quello della CNN che, dopo un recente discorso del presidente, twitta così: “Fact-check, Tump afferma ingannevolmente (misleadingly) che la droga ucciderà più americani della guerra del Vietnam”. Ebbene, secondo i National Archives i militari americani uccisi in Vietnam furono 58.220, mentre secondo i Centers for Disease Control, nel solo 2017 sono stati all’incirca 70.000 i morti per overdose. La guerra del Vietnam è durata vent’anni, ciò significa che ci sono stati più o meno 3.000 morti all’anno in Vietnam, cioè meno del 5 percento delle morti per droga ogni anno. Chi è ingannevole qui? Ovviamente alla CNN non sono capaci di fare una semplice ricerca o un modesto calcolo aritmetico. Se i “controllori di fatti” non possono cogliere Trump in fallo lo accusano di essere “ingannevole”. Prendiamo il Washington Post, che ha scritto: “266.000 aliens (stranieri)  arrestati negli ultimi due anni: il numero è giusto, ma è misleading”. E perché sarebbe ingannevole (o fuorviante)? Semplice, perché quel numero copre tutti i tipi di reato, inclusi l’ingresso o il rientro illegali. E Trump non ha specificato il motivo dell’arresto… Ora, siamo seri, cosa ci sarebbe di ingannevole? L’ingresso o il rientro illegali non sono forse dei reati?

Ma non basta. Quando i “controllori” non possono dire che Trump ha mentito, né possono obiettare che abbia detto una cosa vera ma ingannevole (o fuorviante), ecco che lo ricoprono con una montagna di fake news,  che tra l’altro, il più delle volte, fanno il gioco dello stesso Trump. Ecco un paio di esempi.

  1. Quando il presidente disse che una donna su tre subisce violenza sessuale durante il viaggio attraverso il Messico, la CBS, ansiosa di contraddire Trump, invece di accusarlo di esagerare confermò quanto asserito dal presidente, ma aggiungendo il carico da novanta: citando i dati di Amnesty Internationalfact-checkers rivelarono che la percentuale di donne violentate è in realtà assai maggiore, attestandosi tra il 60 e l’80 per cento. Poco male, direte, in fondo, a modo loro, hanno dato ragione al presidente. Neanche per sogno, infatti il tweet venne immediatamente cancellato dalla rete in quanto controproducente. Peccato che Internet “ricorda” tutto.
  2. Recentemente il beniamino della CNN, Jim Acosta, ha pensato bene di precedere il presidente in visita al confine meridionale. Per rendere l’idea posta su Twitter un video di se stesso davanti al muro che, in quel di McAllen, Texas, separa il Messico dagli States.  Il suo commento è che la comunità locale è abbastanza al sicuro. “Il povero Jim”, annota Joondeph, “non è abbastanza scaltro da trarre la logica conseguenza che avere un muro al confine rende più sicura l’America. Persino un muro che non si estende per tutta la lunghezza del confine rappresenta un deterrente all’immigrazione illegale e ai crimini ad essa associati. In altre parole, il muro funziona, esattamente come si presume che debba essere e come Trump asserisce.” Il più sveglio dei “giornalisti resistenti” senza volerlo ha dato ragione a Trump. In compenso ha trascurato di segnalare che la zona da lui visitata era sì sicura, ma “prima” della visita del presidente (bella forza, immaginatevi lo schieramento di forze dell’ordine!). E non ha neppure fatto notare che i guai e i casini nelle zone di confine si verificano col favore delle tenebre, e non in pieno giorno come quando Acosta ha fatto la sua passeggiata. Se avesse voluto essere onesto, ovviamente, egli avrebbe dovuto piantare una tenda dove non ci sono né muri né steccati, e viverci per un’intera settimana. E solo “dopo” questo esperimento avrebbe potuto, in buona fede e con cognizione di causa, decidere se le cose sono effettivamente così tranquille.

Come si vede, siamo di fronte ad una mistificazione sistematica della realtà, compiuta sotto parvenza di rigore e serietà, ma in realtà nell’arbitrio più sfacciato e odioso. E naturalmente a nessuno è mai venuto in mente di sottoporre a fact-checking tutti quei membri del Congresso e quegli operatori del Deep State che hanno ripetuto fino alla nausea che Trump è un nazista o un traditore. Alla faccia dell’obiettività e del rispetto della verità di cui i media fanno finta di essere i custodi.

Rob Piccoli

Rob Piccoli

Europeo per nascita, Americano per filosofia www.srpiccoli.eu

3 risposte a “Quando il fact-checking è esso stesso fake-news: chi controlla i “controllori”?”

  1. Avatar Giulio ha detto:

    In Italia l’informazione non va meglio, persino Mediaset tgcom24 è così. Da tre anni solo esclusivamente notizie contro Trump per creare una falsa percezione di unanimità contro il Presidente.

    • Avatar Rob Piccoli ha detto:

      Assolutamente. Gli interessi in gioco devono essere enormi e le lobbies pro-establishment sono scatenate. Qui come dall’altra parte dell’oceano. E’ una guerra, semplicemente.

  2. […] I media americani hanno abbandonato il loro compito primario, che è quello di dare le notizie. Sono passati i tempi in cui si offrivano al lettore le famose 5 W: Who? (Chi?), What? (Che cosa?), When? (Quando?), Where? (Dove?), Why? (Perché?). Oggi bisogna dire alla gente cosa deve pensare, e questo dopo aver accuratamente filtrato le notizie attraverso diversi strati di pregiudizio e di faziosità. L’ultimo espediente che hanno escogitato è il cosiddetto “fact-checking” (letteralmente: controllo/verifica dei fatti), da applicare rigorosamente—e in tempo reale—soltanto al presidente Trump. Quando mai, infatti, si sono visti sui mainstream media dei fact-checking sulle parole di Barack Obama? CONTINUA A LEGGERE […]

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