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E se il “centro” fosse il Movimento 5 Stelle?

di Federico Cartelli, in Politics App, Rubriche, del

L’Italia è l’unico Paese europeo dove le urne hanno sonoramente bocciato – e reso anche numericamente impossibili – le “larghe intese”: non è un caso che i grandi sconfitti delle ultime elezioni siano proprio i partiti che si erano resi protagonisti del patto del Nazareno. Il panorama politico italiano si muove così in controtendenza rispetto alle principali democrazie europee. In Francia, l’affermazione di Macron è stata, di fatto, una vittoria “centrista” che, al tempo stesso, ha svuotato i partiti tradizionali e saputo offrire un credibile punto di riferimento – e, soprattutto, un leader forte – alla cosiddetta “maggioranza silenziosa” moderata che (ancora) non si è fidata di Marine Le Pen. In Germania, seppur dopo una lunga ed estenuante trattativa, ha prevalso come di consueto il pragmatismo delle larghe intese che ha proposto la riedizione di un esecutivo tra CDU e socialisti sotto la guida, scontata, di Angela Merkel. In Spagna, Rajoy è dovuto scendere a compromessi con Ciudadanos e accettare l’appoggio esterno di una parte dei socialisti.

Questo trend che porta alla formazione di governi allargati o di coalizione si è verificato anche in Italia nel corso della legislatura appena conclusa, quando esponenti del centrodestra hanno accettato di far parte dell’esecutivo di Matteo Renzi. Si può sostenere, dunque, che il “centro” sia sostanzialmente ridimensionato rispetto a qualche anno fa, anche in prospettiva comparata rispetto ad altre realtà europee: ciò è parzialmente vero poiché, a differenza del resto d’Europa, in Italia è necessario analizzare un’ulteriore, scomoda variabile, il Movimento 5 Stelle. Un soggetto politico che ha le caratteristiche tipiche del catch-all party, ma che sta portando questo concetto verso un’ulteriore evoluzione: la sua capacità di istituzionalizzarsi e di essere camaleontico mutando rapidamente linguaggio, programma e front-man (da Grillo a Di Maio), nonché un’affermazione elettorale che l’ha visto sì trionfare al Sud ma registrare buoni consensi anche in alcune aree del Nord, ne fa paradossalmente il candidato più credibile in grado di occupare lo spazio lasciato vacante dall’area “moderata”, ricordando una sorta di Democrazia Cristiana 4.0. Uno scenario, questo, molto più realistico rispetto a fantasiose operazioni di fusione fredda fra “ribelli” forzisti e democratici che farebbe ben poca strada a livello elettorale.

Federico Cartelli


2 risposte a “E se il “centro” fosse il Movimento 5 Stelle?”

  1. Diego Banti ha detto:

    Sono d’accordo con te Federico. Quelli che credevano il contrario si sono schiantati contro il muro (Lorenzin, Cesa, Fitto).

  2. Luciano Mauro ha detto:

    Credo che ci sia ancora troppa opacità o, per converso, assai poca trasparenza sulla natura del M5S per azzardare con qualche certezza il suo effettivo posizionamento ideologico. Stando alle ultime boutade giacobine dei suoi pasdaran, come quelle del neo presidente della Camera, c’è di che dubitare di un posizionamento centrista, come ipotizzato nell’articolo. La stagione manettara di “mani pulite”, inaugurata agli inizi degli anni novanta dalla Procura di Milano dei Borrelli, Colombo, Davigo, Di Pietro e così via – che ha disintegrato il vecchio sistema partitico – ha segnato profondamente il corpo sociale di questo paese, alimentando in oltre vent’anni quel sentimento sordo e crescente di “rancore” di cui parla oggi il Censis. Un sentimento che il naturale beneficiario di quella sorta di golpe per via giudiziaria, unico superstite del vecchio sistema, ossia il PCI, in piena crisi ideologica dopo i fatti del 1989, la travagliata transizione della “cosa” occhettiana, fino alla sua evoluzione nel movimento radical-chic del progetto veltroniano del PD, appiattito nel solco dei liberals (che, a dispetto del nome, nulla hanno a che fare col pensiero liberale) americani, non ha saputo interpretare. Al contrario, la furba e geniale operazione della ditta Casaleggio-Grillo, che proprio sfruttando e alimentando la profonda e ormai affiorante avversione per la “kasta” e i suoi indifendibili privilegi – ma che sono ben misera cosa rispetto agli sperperi e agli sprechi che si annidano negli 830 miliardi di uscite del bilancio pubblico – ancor più nel corso della prolungata e durissima fase recessiva del ciclo economico dal 2008 in avanti, che ha distrutto imprese, posti di lavoro, redditi, facendo crescere in misura inusitata dal secondo dopoguerra l’area della povertà, interpretando quel rancore è riuscita a trasformare un movimento confusamente protestatario in quello che nell’articolo è giustamente definito un “cathc-all party”. A mio modesto parere, tuttavia, il balzo elettorale del M5S nella consultazione del 4 marzo scorso, è stato determinato dal travaso di una parte ragguardevole di consensi, dell’ordine dell’8-9%, dal PD al M5S, non solo guidata dall’anti-renzismo, ma per il sostanziale riconoscimento di quell’impianto statalista che permea i punti programmatici dei pentastellati, così connaturale e organico al DNA della sinistra. C’è tanto “pubblico”, tanto “bene comune” nella visione dei 5S, che non può non piacere alla sinistra. E, dunque, il M5S è l’interprete della “nuova sinistra” che banalmente definiremmo 2.0, cioè una sinistra a-ideologica quanto meno lontanissima da vetusti postulati gramsciani o marxiani, ma erede comunque di una visione economicista della storia, come contrapposizione tra ceti e gruppi sociali – la sintetica vulgata del preteso reddito di cittadinanza, ne è l’emblema – che è tipica della tradizione di sinistra. Resta allora da vedere, se mai nascerà un esecutivo nazionale a guida M5S, come si comporterà l’elettorato non di sinistra che gli ha conferito i suoi consensi, una volta caduto il velo della propaganda anti-kasta, che ha fatto sino ad oggi da collante dell’eterogeneo elettorato del “cath-all party”, per lasciare il posto al vero volto statalista e dunque fiscalmente vessatorio di una compagine con molti maggiori punti di contatto con i settori non renziani del PD e con LEU, piuttosto che con la Lega a guida Salvini.

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