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Cadono le accuse contro Flynn, crolla un altro pilastro del Russiagate. E ora si mette male per Comey

Federico Punzi di Federico Punzi, in Esteri, Quotidiano, Rubriche, Speciale ItalyGate, del

Il caso Flynn è andato, chiuso. Ma non finisce qui, lo Spygate è solo all’inizio. Ieri sera il Dipartimento di Giustizia ha presentato una mozione al giudice federale Sullivan in cui ritira le accuse contro il generale Flynn, a seguito delle rivelazioni contenute nei documenti rilasciati nei giorni scorsi su richiesta della difesa, di cui abbiamo già parlato su Atlantico. Documenti da cui emerge uno schema meticolosamente pianificato per indurre il generale a dire qualcosa di sbagliato o di impreciso, per poterlo perseguire per falsa testimonianza o almeno farlo licenziare. In una parola: per incastrarlo.

L’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump va dunque verso il proscioglimento e la completa riabilitazione, mentre la posizione dell’allora direttore dell’FBI James Comey, come vedremo, si aggrava. Potrebbe presto essere chiamato a rispondere della sua condotta nel Russiagate.

Pesanti come macigni le frasi che si leggono nella mozione, che suonano come altrettanti capi d’accusa nei confronti degli ex vertici dell’FBI e del DOJ. “Dopo una ponderata revisione di tutti i fatti e le circostanze del caso, comprese le informazioni di recente scoperte e divulgate… il governo ha concluso che l’interrogatorio del signor Flynn era non collegato a, e non giustificato dall’indagine di controintelligence dell’FBI nei confronti del signor Flynn”. Una indagine che, si ricorda nella mozione, l’FBI era pronta a chiudere già il 4 gennaio perché, nelle sue stesse parole, non aveva portato ad alcuna informazione di illecito. “Il governo non è persuaso che l’interrogatorio del 24 gennaio 2017 fu condotto su basi investigative legittime e, quindi, non crede che le dichiarazioni di Flynn, anche se non vere, potessero valere come prova”.

Ma c’è di più. Non solo il DOJ dice che l’FBI non aveva una legittima ragione legale per interrogare Flynn, ma anche che non ci sono prove sufficienti che il generale abbia davvero mentito agli agenti durante l’interrogatorio illegale di quel 24 gennaio: “Inoltre, non crediamo che il governo possa provare oltre ogni ragionevole dubbio le false dichiarazioni”. L’intera indagine su Flynn era basata “unicamente sulle sue telefonate con Kislyak”, l’ambasciatore russo a Washington. E le chiamate erano “del tutto appropriate”.

Poco prima della presentazione della mozione, si è dimesso dal caso il procuratore Brandon Van Grack, che aveva fatto parte del team Mueller e aveva ottenuto l’ammissione di colpevolezza di Flynn, minacciando di perseguire il figlio se non avesse firmato e nascondendo numerose prove a discolpa, quelle che stanno venendo fuori nelle ultime settimane.

Ma la decisione del DOJ di ritirarsi non chiama in causa solo Van Grack. I passaggi della mozione che vi abbiamo riportato, i documenti già declassificati e quelli usciti ieri, che vedremo tra breve, indicano che dall’allora Attorney General ad interim Sally Yates, al direttore dell’FBI Comey e al vice McCabe, fino agli agenti Strzok e Page, hanno tutti inventato una ragione fasulla per interrogare Flynn e mentito sulle sue risposte per incastrarlo.

Testimoniando al Congresso il direttore Comey ricordò che nonostante non avessero notato i segnali tipici di chi sta mentendo, “la conclusione degli investigatori era che lui stava chiaramente mentendo”. “Non c’è dubbio che stava mentendo”. E confermava che con “mentire” intendeva proprio l’intento di ingannare: “Sicuro”.

Nella mozione del DOJ questa versione viene smentita: “Dopo l’interrogatorio – si legge – gli agenti espressero incertezza sul fatto che Flynn avesse mentito. Gli agenti riportarono alla loro leadership che Flynn aveva mostrato ‘un atteggiamento molto sicuro’ e ‘nessun indicatore di inganno’. Entrambi gli agenti avevano l’impressione in quel momento che Flynn non avesse mentito o che non ritenesse di dichiarare il falso”. E quando al direttore Comey fu chiesto se Flynn avesse mentito, riporta il DOJ, lui rispose: “I think there is an argument to be made he lied. It is a close one”.

Sempre Comey ha confermato al Congresso l’esistenza di un rapporto degli agenti FBI sull’interrogatorio di Flynn del 24 gennaio, ma non è mai stato fornito fino ad oggi da FBI o DOJ, che anzi hanno affermato che non esiste.

Da un altro documento declassificato ieri, emerge che la vice AG Sally Yates dichiarò all’FBI di aver appreso delle telefonate di dicembre tra Flynn e Kislyak, e che avevano riguardato anche le sanzioni, dal presidente Obama in persona, al termine di una riunione nello Studio Ovale il 5 gennaio, sullo scadere quindi della transizione tra le due amministrazioni, e di esserne rimasta sorpresa. Il presidente chiese se bisognava trattare Flynn diversamente e il direttore Comey, anche lui presente come il vicepresidente Biden, fece riferimento al Logan Act ma non ad una indagine su Flynn, sempre secondo la versione della Yates, non smentita.

Il 6 gennaio Comey, come ricorderà lui stesso, aggiornò Sally Yates e da quel giorno “niente, per quanto ricordi, accade fino al 13 gennaio”, quando David Ignatius pubblica sul Washington Post un pezzo in cui riporta delle telefonate Flynn-Kislyak e parla della possibile violazione del Logan Act.

Ricapitoliamo: del 4 gennaio è il rapporto dell’FBI che chiude l’indagine su Flynn perché non aveva prodotto nulla. Almeno dal 5 gennaio il presidente Obama sa delle telefonate e del loro contenuto (le sanzioni), anche se come l’FBI stessa scriveva nel rapporto conclusivo non c’era nulla di illecito o inappropriato. Del 24 gennaio l’interrogatorio alla Casa Bianca in cui Flynn viene incastrato – e dello stesso giorno le note in cui l’agente Priestap si chiede se lo scopo è farlo confessare o indurlo a mentire per poterlo perseguire o almeno farlo licenziare.

Il 4 gennaio, con il coinvolgimento del “7° piano” (dove sono gli uffici di Comey e McCabe), l’agente Strzok aveva ottenuto di tenere aperta un’indagine praticamente chiusa, ma da quel giorno non succede niente fino al 13 gennaio, cioè fino al leak (illegale) a Ignatius, che a questo punto appare evidente sia servito, facendo esplodere pubblicamente il caso, a “giustificare” la prosecuzione dell’indagine e l’interrogatorio.

Dai documenti declassificati ieri, sappiamo anche che le trascrizioni delle telefonate Flynn-Kislyak furono opera dell’FBI, che per Comey “erano tenute molto strette”, e che della stessa FBI fu la decisione di rivelare il nome di Flynn in esse. Il che restringe di molto il cerchio per quanto riguarda il nome di chi può averle passate a Ignatius.

I motivi per cui l’FBI aveva deciso, fin dall’agosto 2016, di aprire un’indagine di controintelligence su Flynn emergono da un altro documento e appaiono davvero debolucci: Flynn viene “nominato consigliere del team Trump su questioni di politica estera nel febbraio 2016; ha legami con varie entità affiliate allo stato russo, come riportato da informazioni pubbliche; ed è stato in Russia nel dicembre 2015, come riportato da informazioni pubbliche”.

Va ricordato anche che nel 2014 il presidente Obama aveva licenziato Flynn, allora a capo della Defense Intelligence Agency. All’epoca il generale sosteneva che non si combattesse abbastanza il terrorismo islamico e aveva prodotto un rapporto in cui si avvertiva come il caos in Siria avrebbe favorito la nascita dell’Isis. Denunciava incompetenze e fallimenti dell’intelligence, sostenendo la necessità di una sua riforma di sistema. Note anche le sue posizioni intransigenti sull’Iran, in particolare la sua totale contrarietà all’accordo sul programma nucleare. Da consigliere per la sicurezza nazionale di Trump avrebbe potuto contribuire a spazzare via la principale eredità di politica estera di Obama – cosa che è comunque avvenuta.

Ieri sera, intervistato dalla CBS, l’Attorney General William Barr ha spiagato la decisione del Dipartimento di ritirare le accuse contro Flynn: “Voglio assicurarmi di ripristinare la fiducia nel sistema. C’è un solo standard di giustizia. E credo che… la giustizia in questo caso richieda di respingere le accuse contro il generale Flynn”. A dimostrazione della condotta non in buona fede degli investigatori, “una cosa che le persone vedranno quando guarderanno i documenti, è come il direttore Comey abbia volutamente aggirato il Dipartimento di Giustizia e ignorato il vice procuratore generale Yates”. Barr ha ribadito comunque che sulle origini del Russiagate, sia prima che dopo le elezioni, sta indagando il procuratore Durham e se emergeranno comportamenti penalmente rilevanti, gli autori verranno perseguiti.

Molto più duro il presidente Trump sul caso Flynn:

“È stato preso di mira dall’amministrazione Obama. E fu preso di mira per cercare di abbattere un presidente. Quello che hanno fatto è una vergogna e spero che verrà pagato un prezzo alto. Un alto prezzo dovrebbe essere pagato. Non c’è mai stato niente di simile nella storia del nostro Paese. Ciò che hanno fatto, ciò che l’amministrazione Obama ha fatto è senza precedenti. Non è mai successo. Mai. Una cosa del genere non è mai accaduta prima nella storia del nostro Paese e spero che molte persone pagheranno un prezzo enorme. Perché sono persone disoneste, corrotte… Sono feccia. Feccia umana. Il Dipartimento di Giustizia dell’amministrazione Obama è stato una vergogna e sono stati beccati… È tradimento, è tradimento”.

Insomma, il caso Flynn è stato montato sulla base di un interrogatorio illegittimo e le telefonate incriminate erano “del tutto appropriate”.

Non c’era fondato motivo nemmeno per mettere sotto sorveglianza Carter Page e, tramite lui, la Campagna Trump.

Furono nascoste alla Corte FISA prove a discolpa sia di Page che di Papadopoulos.

Il falso dossier Steele, pagato dai Democratici e dalla Clinton, pieno di disinformazione russa.

Cosa resta del Russiagate? Zero. Ma non leggerete nulla di tutto questo sui giornali italiani che nel 2017 fecero da megafono alla più grande bufala della storia americana, mentre in realtà si consumava il più grande scandalo politico dai tempi del Watergate.

Federico Punzi

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

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