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Bye bye Mou, non sarai tu il nuovo Sir Alex

di Daniele Meloni, in Atlantico Sportivo, Rubriche, del

“You’ll get the sack before Santa!”, “Ti licenzieranno prima che arrivi Babbo Natale!”, cantavano in tripudio i tifosi del Liverpool ad Anfield domenica, mentre la loro squadra faceva a fettine la rivale storica, il Manchester United. Josè Mourinho è sopravvissuto al lunedì post-batosta, ma, com’era nell’aria da tempo, è stato licenziato martedì mattina, con lo Utd a 19 punti dal Liverpool e a 11 dalla zona Champions League.

Dissapori sul mercato, forti contrasti con il Ceo della società, Ed Woodward, problemi nello spogliatoio e, soprattutto, risultati deficitari, hanno determinato l’esonero dello Special One dopo due anni e mezzo sulla panchina dei Red Devils.

Perché è andata a finire così? Sulla carta era il matrimonio perfetto: uno degli allenatori più vincenti del calcio moderno sulla panchina della squadra più vincente d’Inghilterra, in attesa di rilancio dopo anni di vacche magrissime, in seguito all’addio di Sir Alex Ferguson. Eppure non è andata così. Chemistry, direbbero gli inglesi. È mancata la chimica. Mourinho e il Manchester United non erano fatti l’uno per l’altro. Così come Mourinho e il Real Madrid. Lo Utd e il suo pubblico apprezzano un tipo di calcio molto diverso da quello portato avanti da Mou: intensità offensiva, squadra costantemente proiettata nella metà campo avversaria, continue sovrapposizioni sulle fasce, ali larghe capaci di esaltare i tifosi con dribbling e giocate fantasiose. Da Matt Busby a Ferguson – passando, per certi versi, anche attraverso Ron Atkinson – i Red Devils hanno sempre giocato così.

Senza scadere nella polemica sul difensivismo – che lascia il tempo che trova – lo Special One ha sempre portato un approccio più ragionato nelle sue squadre, votato prima di tutto al risultato, tralasciando, quando serviva, l’estetica, per ottenere il prezioso 0-0 in trasferta o la vittoria di misura che, a fine anno, “pesa” nell’economia di un campionato.

La grande virtù del portoghese è sempre stata quella di essere un motivatore, un allenatore di cervelli, prima che un allenatore. Molti suoi ex giocatori in passato, da Terry a Lampard, da Maicon a Zanetti, hanno dichiarato che per lui avrebbero fatto qualsiasi cosa. E la facevano davvero. Ricordate Eto’o all’ala sinistra nell’anno del Triplete nerazzurro? Ora sembra che con lo spogliatoio dello Utd questo “effetto guru” non sia scattato. Pogba è involuto, mentre ci sono stati problemi anche con il capitano, Valencia, e i giocatori più talentuosi come Sanchez, Rashford e Martial sono stati punzecchiati spesso e volentieri con accuse di pigrizia e di essere viziati e capricciosi.

Se Mou non riesce a entrare nella testa dei giocatori, non è Mou. Non è mai stato un grande selezionatore di giocatori sul mercato. Allo United i danni economici fatti dai suoi acquisti flop fanno impallidire quello di Quaresma, per cui si era battuto all’Inter. Bailly, Lindelof, Mkhitaryan e Sanchez hanno reso ampiamente al di sotto delle aspettative. Il club ha un patrimonio di calciatori svalutati da tutelare. Pogba, pagato a peso d’oro, non ha mai mostrato le qualità messe in campo con la Juve e con la nazionale francese.
Il gioco espresso non è mai stato soddisfacente. La squadra dimostrava carenze organizzative in difesa, dove finiva spesso in affanno, difficoltà a centrocampo nonostante la rotation applicata dallo Special One nel tentativo di trovare la quadra e poca fluidità offensiva.

Alla fine Mou se ne va con una Europa League, una Coppa di Lega, un secondo posto. Il migliore nell’era post-Ferguson, ma non abbastanza per cancellarne il ricordo e per essere, ancora, lo Special One. Good luck!

Daniele Meloni


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