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Alla Berlinale il mondo alla rovescia, dove gli ebrei fuggono da Israele per una Francia record di attacchi antisemiti

Avatar di Adriano Angelini Sut, in In Cold Blood, Rubriche, del

L’edizione conclusasi sabato della Berlinale, la 69esima edizione del Festival del Film di Berlino, non ha sorpreso soltanto per il premio al film “La paranza dei Bambini”, di Claudio Giovannesi, tratto dal libro omonimo di Roberto Saviano, il quale ha pensato bene di dedicare il riconoscimento ottenuto, quello alla miglior sceneggiatura, alle ong (ça va sans dire), ma soprattutto per l’Orso D’oro. È andato al film “Synonymes”, dell’israeliano Nadav Lapid. La storia parla di un israeliano che abbandona le sue radici e si trasferisce in Francia. Aiutato dal suo bel dizionario, si integra all’interno del tessuto francese con lo scopo di dimenticare il suo passato. Sapete perché? Perché, secondo la visione del regista, Israele sarebbe uno stato cattivo, autoritario, che addirittura costringe le persone a emigrare in cerca di una vita migliore. Non sappiamo come sia il film, chi scrive non l’ha visto. Ma non è questo il punto. Potrebbe trattarsi anche di un capolavoro assoluto; la domanda che personalmente viene da farmi è questa. Ma davvero si premia un film in cui si dipinge l’unico stato democratico del Medio Oriente come un luogo da cui scappare? Ma non si rende conto questa gente che molti ebrei oggi sono costretti a fuggire dall’Europa (dalla Francia in particolare) e a riparare proprio in Israele per paura di un antisemitismo di ritorno, alimentato dagli immigrati islamici sparsi per l’Europa e dai loro silenziosi complici di estrema sinistra (e per il timore più che fondato di una ovvia recrudescenza dell’antisemitismo nazista)? Ma davvero l’ideologia politica anti-israeliana che domina in lungo e largo nei circuiti artistici internazionali (propagandata, c’è da dirlo, anche da numerosi intellettuali ebrei di sinistra) porta a simili corto-circuiti? Eppure la Berlinale aveva dimostrato, in passato, una buona sensibilità nei confronti di registi provenienti da paesi teocratici, che negano le libertà e i diritti fondamentali dell’uomo (come l’Iran). Il caso del regista iraniano Jafar Panahi, arrestato dal regime degli ayatollah nel 2010 e costretto a non girare più film (se non in clandestinità), ne è un esempio.

Berlino, nonostante l’interdizione a Panahi voluta dal regime islamista sciita, lo ha premiato nel 2015 con l’Orso d’Oro per il film “Taxi Teheran”. E dunque? Perché questa recrudescenza anti-israeliana, in un’Europa sempre più esposta al pericolo islamista (sunnita in particolare)? Perché si continua a non capire, a non vedere, che l’immigrazione di massa dai paesi islamici è oggi un pericolo per gli stati europei e invece Roberto Saviano dal palco della Berlinale si permette di dedicare il suo premio alle ong, le carrette del mare che prelevano gli immigrati clandestini dalla Libia e da altri paesi per scaricarli come un gregge schiavo in Europa? Sarebbe interessante chiedere alla giuria: se magari si fosse trattato di un film in cui un arabo, mettiamo un qatariota, un pakistano, un saudita, decideva di trasferirsi in Europa, lasciare tutto, dimenticare il suo passato e la sua terra natale accusata di essere uno stato dittatoriale, infame e di sopprimere la libertà, l’avreste premiato?

Quale meccanismo scatta in molti intellettuali, soprattutto legati alla sinistra, nel momento in cui devono confrontarsi con problematiche che esulano dagli schemi ideologici che seguono? Hanno paura di attaccare i regimi dittatoriali islamici e islamisti? Diciamoci la verità, non costa nulla far apparire Israele come uno stato ‘canaglia’ che opprime i poveri palestinesi (cosa che è falsa dalle origini, cioè da quando l’ex Urss ha di fatto inventato il popolo palestinese in funzione anti-sionista). Nessun regista, scrittore, funambolo, comico, che attacchi Israele verrà mai perseguitato, il Mossad non lo andrà a prendere a casa, come invece volevano fare i servizi di sicurezza iraniani nel 1980 con Salman Rushdie, autore dei “Versetti Satanici”, romanzo in cui si contestava (nemmeno troppo veementemente) il Corano, e costretto a fuggire a Londra. Nessun fumettista verrà sterminato nella sua redazione di lavoro per mano israeliana, come invece successo ai malcapitati vignettisti della rivista satirica Charlie Hebdo a Parigi per mano islamista. Nessun regista cinematografico verrà mai assassinato dagli ebrei, come invece successo all’olandese Theo Van Ghog, reo di aver girato un corto, “Sottomissione”, e per questo ammazzato dai soliti infami islamisti che hanno anche costretto la sceneggiatrice del film, Ayan Hirsi Ali, a fuggire negli Stati Uniti.

Dove sta il coraggio nel premiare un film come “Synonymes” che, lo ripetiamo, potrà anche essere un capolavoro assoluto, ma veicola un messaggio falso, tendenzioso, e che è un’offesa ai tanti ebrei, oggi di nuovo in pericolo in Europa e, ripetiamo, in molti costretti a ripiegare proprio in Israele per sentirsi al sicuro?

Un peccato davvero, l’ennesimo gesto di cieca partigianeria politica, in una Berlinale particolare. Quella in cui nell’ultimo giorno muore uno degli attori protagonisti non solo del cinema tedesco ma internazionale, Bruno Ganz, professionista straordinario nelle sue molteplici interpretazioni; da “Il cielo sopra Berlino”, di Wim Wenders, del 1987 e che, clamorosamente, non venne presentato a Berlino ma vinse solo il premio alla miglior regia a Cannes, a “Pane e Tulipani”, di Silvio Soldini, film che lo rese famoso anche in Italia nel 2000 (anche se lavorò perfino con Bertolucci nel 1991), dal remake cinematografico di Heidi del 2015 (in cui recitò nella parte del nonno della pastorella) all’ultimo film, il nuovo di Lars Von Trier, “La casa di Jack” con Matt Dillon protagonista e che uscirà nelle nostre sale a giorni.

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Adriano Angelini Sut


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