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L’altra faccia del lunedì – C’è del buono in Danimarca: e infatti la sinistra italiana lo occulta

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La aspettavamo al varco ed è puntualmente arrivata. Dopo un momento di silenzio, la sinistra italica ha reagito alla vittoria della sua omologa danese, frutto di un programma copia e incolla dai sovranisti, con il suo classico atteggiamento bipolare: rimozione e delusione, sbianchettamento e fake news da un lato, urla isteriche per il tradimento dall’altro. Il primo gruppo, i negazionisti, si divide a sua volta in due sottogruppi: gli sbianchettatori hard, per i quali è semplicemente falso che i socialdemocratici danesi sarebbero anti-immigrazione. L’altro sottogruppo è costituito invece dagli sbianchettatori moderati, i produttori istituzionali di fake news, troneggianti su Corriere della Sera e Repubblica. Per loro la politica anti-immigrazione dei socialdemocratici danesi sarebbe solo “legalitaria”, nulla a che vedere con il sovranismo: insomma, Minniti servito con Frikadeller.

Ma poiché l’ex ministro da molti della sinistra (e del Pd) è considerato un piccolo Himmler senza capelli, ecco che non poteva mancare il secondo gruppo, quello che urla al tradimento: la vittoria dei danesi dimostrerebbe la minnitizzazione della sinistra mondiale, la sua subalternità culturale a Trump e a Salvini. Come nella storia tragica dello stalinismo, tra i laudatores temporis acti e le prefiche della “rivoluzione tradita”, sono i secondi, in questo caso i delusi, ad aver capito qualcosa di più degli altri.

Ma ci arriveremo. Prima però chiediamoci: hanno davvero vinto i socialdemocratici in Danimarca? Se vuol dire guidare un Esecutivo, Mette Frederiksen vincitrice lo è indubbiamente. Ma la politica non è una gara automobilistica: non basta arrivare primi. E infatti i socialdemordici danesi in testa sono giunti (come sempre è accaduto dal 1945 a oggi, anche quando sono stati all’opposizione), ma in termini di voti ne hanno persino persi qualcuno rispetto al 2015, quando lasciarono il governo, e non sono riusciti a frenare la drammatica emorragia cominciata all’inizio del 2000. Più che una vittoria politica del “blocco rosso”(socialisti, sinistra radicale, verdi e liberali del Commissario europeo Vestager) si è indebolito il “blocco azzurro”: i moderati del premier uscente, Rasmussen, hanno aumentato i voti, ma sono crollati (davvero) i sovranisti del Partito del popolo danese (Dansk Folkeparti, Df), dal 21 oer cento all’8 per cento, una debacle.

Se poi vincere vuol dire convincere il paese della bontà della propria agenda, qui non c’è verso: il programma dei socialdemocratici danesi messo a confronto con quello della Lega fa assomigliare quest’ultima a un’accolita di boldrinani. Siccome gli sbianchettatori non entrano nel merito, lo facciamo noi. I socialdemocratici danesi, pur all’opposizione del governo Rasmussen di centrodestra, hanno votato a favore della chiusura delle frontiere, dell’istituzione di campi di detenzione per clandestini e persino dell’edificazione del muretto con la Germania. Ancora più radicale il loro programma: chiusura totale dell’accoglienza, a parte i rifugiati certificati dall’Onu, per gli immigrati obbligo di lavorare (anche gratis) 36 ore per settimana, sospensione del finanziamento statale a scuole private confessionali con più del 50 per cento di allievi stranieri, obbligo
degli immigrati di superare un test di conoscenza del danese, pena cacciata immediata. Si dirà: promesse elettorali per attrarre i voti dei sovranisti, che saranno tradite al governo. Ora è vero che per disporre della maggioranza Frederiksen dovrebbe allearsi con sinistra radicale, verdi e liberali di sinistra, tutti pro immigrazione. Ma proprio per non dipendere da loro, la leader ha deciso di varare un Esecutivo di minoranza, che raccolga volta per volta a destra i voti sulla immigrazione e a sinistra quelli sui programmi sociali. Sì, perché, oltre il danno c’è la beffa per i nostri sinistri: la Frederiksen viene dall’ala sinistra e sindacalista del Partito, e ha sostenuto queste tesi fin da prima di esser eletta segretaria. Per lei chiusura delle frontiere e aumento delle spese per il welfare sono un tutt’uno. Che poi ci riesca, è tutt’altra questione.

Stranamente, in questo racconto fantastico sulle elezioni danesi, il Giornalista Collettivo Globalista non si è soffermato sul vero dato reale: il crollo dei sovranisti. Questa volta pesante, e non inventato come spesso nella stampa mainstream. A cosa è dovuto? Primo: il Df era cresciuto anche grazie ai voti operai e popolari ex socialisti, che sono in parte tornati a casa. Secondo: il Df appoggiava dall’esterno il governo Rasmussen, posizione sempre sbagliata, perché fa condividere gli oneri del governo senza però assumere gli onori. Terzo: aver abbandonato l’euroscetticismo, che in Danimarca è sempre stato un fattore importante. Quarto: aver limitato la sua agenda all’emergenza immigrazione. Chiusa per ora quella aperta dalla ondata del 2015 (in attesa della prossima), è rimasto loro poco altro da dire.
Una lezione anche per la Lega e Fratelli d’Italia, del cui gruppo al Parlamento europeo, i Conservatori, i Df fanno parte? Sì e no. Anche perché, stiamo tranquilli, nonostante i consigli dei Mieli, dei Serra e dei Rampini, la sinistra italiana non diventerà mai intelligente come quella danese.

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Marco Gervasoni


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