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Un grande noir-politico: “Gorky Park” di Martin Cruz Smith, quando alcuni sono più uguali di altri

Recensione di Patrick Bateman

Il Gor’kij Park di Mosca, intitolato alla memoria del drammaturgo padre del realismo socialista, è tutt’oggi un noto parco di divertimenti e deve gran parte della sua notorietà all’estero grazie all’omonimo best-seller di Martin Cruz Smith, dove diviene teatro del ritrovamento di tre cadaveri sfigurati e resi irriconoscibili. Nel 1981, anno della pubblicazione di questo romanzo, Smith – statunitense con il 50 per cento di sangue indiano che gli scorre nelle vene – è sostanzialmente un autore di thriller, perlopiù pubblicati sotto pseudonimo, ed è reduce dal successo del giallo/horror “Le ali della notte”. Tuttavia, l’idea che porta a “Gorky Park” (Mondadori, 1981) parte da più lontano, affondando le proprie radici nei primi anni ’70 e in un articolo di giornale nel quale si affermava che le forze di polizia sovietiche fossero in grado di ricostruire le fattezze di una persona a partire da un semplice teschio. Si tratta della cosiddetta tecnica della ricostruzione facciale, oggi nota nei laboratori di antropologia forense ma, all’epoca, vera e propria novità. Da quell’articolo alla pubblicazione passano diversi anni, anni in cui Smith affronta una diatriba editoriale che gli consentirà di riprendere possesso della sua creatura soltanto agli albori del nuovo decennio, quando la casa editrice Random House gli offrirà un anticipo di un milione di dollari per la pubblicazione di quello che si preannuncia già come il thriller del decennio.

Abile nel mescolare i generi, Smith tira fuori un monumentale affresco in cui hard-boiled, thriller, spionaggio e critica politica si saldano e vengono viste non con gli occhi di un cittadino del blocco occidentale, ma attraverso lo sguardo disincantato di Arkady Renko, anonimo servitore della Rivoluzione, investigatore capo della Militsiya sovietica, distante tanto dalla fama dell’eroico padre, quanto dall’onnisciente e repressivo partito. Renko, assieme alle originali e quasi inedite ambientazioni, è uno dei punti di forza del romanzo, il prisma che riflette le incongruenze di un sistema malato in cui tutti dovrebbero essere uguali ma dove in realtà alcuni sono più uguali di altri, tra corruzione, contrabbando e favori sottobanco che non risparmiano nemmeno chi il sistema dovrebbe proteggerlo. Il protagonista, suo malgrado, finisce avviluppato in questa rete occulta di traffici tanto da venire ostracizzato proprio per la sua volontà di ricercare la verità, quella parola che spesso, a certe latitudini, faceva rima con propaganda. In ogni caso, pensare che il crepuscolare Renko sia l’unico personaggio degno di nota del romanzo sarebbe un errore, poiché se da una parte è vero che Gorky Park è un romanzo politico, d’altra parte è anche un neo-noir che risponde ai propri stilemi, servendo un intreccio tentacolare e costantemente in equilibrio sull’ambiguità dei suoi personaggi, dalla femme fatale Irina Asanova al sofisticato e misterioso Osborne.

A distanza di quarant’anni, Gorky Park non risulta invecchiato e uno dei motivi della sua eterna giovinezza risiede nel non fornire una visione macchiettistica dell’Unione Sovietica, ma una lucida e oggettiva disamina di un sistema illiberale, iper-burocratizzato e crudele, allo stesso tempo in grado di tradire non solo i valori e i diritti universali dell’uomo ma anche quelli, più discutibili, della propria ideologia. Una lettura algida come il contesto che descrive, a volte compassata, ma di indubbio impatto e valore grazie al lavoro documentale svolto da Smith, il quale candidamente ha dichiarato di essere stato in URSS solamente per un breve viaggio turistico. Corroborato da un film e rinfrescato ciclicamente dallo stesso autore – arrivato alla nona peripezia del detective Renko – il mito di Gorky Park è ancora vivo, rappresentando oggi un esempio di grande noir-politico, già assurto a pietra miliare del genere.

Atlantico Quotidiano

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