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The Post: il caso dei Pentagon Papers, la libertà di stampa e la guerra in Vietnam

Avatar di Giuseppe Pennisi, in Film, Media, Quotidiano, Recensioni, del

Questa non è una recensione del film di Steven Spielberg The Post, da qualche giorno nelle sale. È una riflessione di una persona che ha vissuto a Washington dal 1967 al 1982 (ci è andata spesso sino al 2015) e che per molti aspetti aveva un punto di vista privilegiato: italiano, sposato con una francese (incontrata nella capitale americana), lavorava e faceva carriera in Banca Mondiale ma a differenza di molti colleghi non cittadini degli Stati Uniti, aveva studiato per due anni in un’istituzione americana che essenzialmente formava al servizio pubblico internazionale. Quindi, mentre miei colleghi di Banca Mondiale passavano una parte significativa dei loro tempo libero con i loro connazionali e con altri funzionari internazionali, avevo la fortuna di avere studiato a Washington e di avere quindi amicizie che prescindevano dal mio luogo di lavoro e che operavano prevalentemente nei vari rami della pubblica amministrazione federale, nei media, nelle università e via discorrendo. Il fatto stesso che a casa non parlassi italiano ma francese faceva sì che non entrassi mai a pieno nella piccola colonia italiana di stanza nella capitale degli Stati Uniti. Scrivevo – con uno pseudonimo – per Il Sole 24 Ore; ciò mi portava ad avere una forte attenzione per gli avvenimenti interni americani (più di quanto non facessero altri ‘stranieri’ in servizio a Washington).

Negli anni in cui si volge il film, il mio lavoro in Banca Mondiale mi portava a lunghi soggiorni in Estremo Oriente in Paesi dove la guerra in Viet-Nam era molto sentita. Inoltre, uno dei miei amici più stretti in quegli anni era Phil McCombs, grande firma del Washington Post, per due volte corrispondente dal Viet-Nam, preso prigioniero dai Viet-Cong, scappato dal carcere, e rimasto sino alla caduta di Saigon il 15 aprile 1975; quindi, ci vedevamo sovente a pranzo e frequentavo la redazione. Infine, ho avuto modo di interagire direttamente con Robert McNamara, allora Presidente della Banca Mondiale, precedentemente Segretario alla Difesa ed uno dei protagonisti di The Post.

Il film non è un thriller politico giornalistico, ma il dramma di un editore, Katharine Graham, e di un direttore di giornale, Benjamin Bradlee, nel decidere se pubblicare documenti secretati con rischio di mettere a repentaglio la quotazione in borsa del loro maggior giornale, il Washington Post, e di innescare una dura campagna di scontro con l’Esecutivo Nixon. Sullo sfondo un Paese sempre più diviso dalla guerra in Viet-Nam e l’ex-Segretario alla difesa, McNamara, che prima di lasciare nel 1968 il suo incarico ed essere collocato alla Banca Mondiale, aveva preso posizione, con un discorso a Montreal, contro il perdurare del conflitto; della guerra era stato il teorizzatore e la guida per numerosi anni. Altro punto gli intrecci tra stampa e politica nella ‘Washington-che-può’, tema che si adatta a qualsiasi capitale. Per gli spettatori, credo sia difficile afferrare tutte le sfumature del film; per farlo può essere utile la lettura di The Best and the Brightest di David Halbertsam (Randam House, 1973), un saggio appassionante di quasi settecento pagine.

Ci sono quattro aspetti che meritano di essere sottolineati: a) il ruolo della libertà di stampa quando si è in guerra; b) la funzione dei Pentagon Papers (le circa cinquemila pagine secretate che McNamara aveva fatto redigere ‘per i posteri’) nella guerra in Viet-Nam e nel fronte interno che dimostrava per la pace; c) la pubblicazione dei Pentagon Papers nella evoluzione del Washington Post da giornale della capitale a grande quotidiano nazionale; d) che giudizio si può dare oggi della guerra in Viet-Nam.

In estrema sintesi, la polemica sui Pentagon Papers e la loro pubblicazione portò ad una sentenza cruciale delle Corte Suprema americana che tutti dovrebbero ricordare: la libertà di stampa e di informazione è stabilita dalla Costituzione nell’interesse dei governati non dei governanti. Dopo la sentenza sulla pubblicazione dei Pentagon Papers, non esistono, di fatto, più documenti contro la cui pubblicazione l’Esecutivo possa fare ricorso alla magistratura. Un punto fermo molto significativo per gli Usa e per tutte le democrazie. In che misura la pubblicazione dei Pentagon Papers ha inciso sulle successive decisioni dell’Esecutivo Usa in materia della guerra in Sud Est asiatico? Molto poco ove non per nulla. C’era già un forte sentimento dell’opinione pubblica contro il proseguire delle ostilità: ricordo la prima grande marcia sul Pentagono di un milione di autoconvocati il primo ottobre 1967 (ero tra loro) ed il susseguirsi di manifestazioni. Allora avevo una certa dimestichezza non solo con la redazione del Wahington Post (dove c’erano anche ‘falchi’ come Phil McCombs) ma anche con quella del Qicksilver Times, una testata con un piccolo ufficio a Thomas Circle, marcatamente anti-establishment; pubblicata da un collettivo, produceva, con pochi mezzi, molta contro-informazione, era fortemente femminista e difendeva le Black Panthers. Anche in quell’ambiente non ci si facevano grandi illusioni che la pubblicazione dei Pentagon Papers avrebbe inciso sull’opinione pubblica. I documenti riguardavano fatti che l’establishment aveva già metabolizzato e che interessavano gran parte degli americani. In effetti, non molto dopo lo scontro tra stampa e Casa Bianca sui Pentagon Papers, e nonostante l’inizio dell’’affare Watergate’, Nixon ebbe un secondo mandato a larga maggioranza.

La pubblicazione dei Papers, però, facilitò non solo il collocamento in borsa del Washington Post ma anche la sua crescita da quotidiano locale o regionale (pur con la vendita di mezzo milione di copie) a testata di rilievo nazionale. Paradossalmente, l’ira della Casa Bianca contro il quotidiano della capitale (il New York Times era un pesce troppo grosso anche per Nixon) ne accentuò il ruolo e preparò il terreno per i successi dei suoi redattori Bob Woodward e Carl Bernstein nell’’affare Watergate’: un alto funzionario dell’Amministrazione americana (‘Gola Profonda’) si rivolse a
loro e non all’ufficio di Washington del New York Times per fornire informazioni e documenti che avrebbero portato, nel 1974, alle dimissioni di Nixon. La fortuna del Post è durata circa trent’anni. Nel 2013, i Graham ne hanno ceduto il pacchetto di controllo a Jeff Bezos, fondatore di Amazon.com e la testata è tornata ad essere regionale ed ad avere un atteggiamento meno pugnace sui temi politici. I Graham hanno anche ceduto la partecipazione (al 50%) di quello che era l’International Herald Tribune e che ora è l’International New York Times.

A oltre quarant’anni dalla caduta di Saigon, si può dare un giudizio equilibrato sulla guerra in Viet-Nam. Occorrerebbe scrivere un saggio, non un articolo. In sintesi credo possa ripetere quanto scritto da Phil McCombs nel venticinquennale della fine del confitto: gli errori sono stati molteplici, sia politici sia militari. Ma senza l’intervento dell’Occidente, in Estremo Oriente non si sarebbe innescato quel germe di libertà che ha contagiato altri Paesi della vasta regione.

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Giuseppe Pennisi


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