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“Contro-rivoluzione. La disfatta dell’Europa liberale”, di Jan Zielonka

Avatar di Fabrizia Sabbatini, in Libri, Recensioni, del

Il 2019 è alle porte e per spiegare l’attuale situazione politica europea non resta che la storia. E un salto indietro di trent’anni esatti, laddove il 2019 sembra assumere le fattezze di un nuovo 1989. Spesso la politica si costruisce sulle macerie, e se nel 1989 la rivoluzione liberale fu costruita sui resti del Muro di Berlino, dopo trent’anni qualcosa di nuovo sta affiorando dalle rovine degli ideali liberali. “Siamo di fronte a una contro-rivoluzione”, afferma Jan Zielonka – allievo di Dahrendorf e liberale di lungo corso – nel suo “Contro-rivoluzione. La disfatta dell’Europa liberale” (Laterza), in cui affronta in modo autocritico il tracollo del liberalismo nel mondo occidentale.

Se il 1989 rappresentò il trionfo simbolico degli ideali liberali, oggi è proprio il credo antiliberale a rivelarsi una potente arma elettorale. I nuovi contro-rivoluzionari, seppur uniti da un comune denominatore – il rifiuto delle persone e delle istituzioni che hanno governato l’Europa negli ultimi trent’anni – si presentano alla storia come una massa eterogenea e dalle radici più disparate: alcuni sono neofascisti, altri neocomunisti, alcuni insistono sull’austerità, altri sono secessionisti, nazionalisti, moderati, estremisti. L’unico obiettivo unanimemente sostenuto è il contrasto dell’ordine liberale e dei suoi progetti chiave come l’integrazione europea, il liberalismo costituzionale e l’economia liberista. Del resto, ad oggi, nessun serio piano B è stato proposto dai vincitori della rivoluzione del 1989.

E per lo studioso polacco proprio l’Italia – patria del melodramma politico – rappresenta oggi un manuale di contro-rivoluzione, con ben poche speranze per i politici liberali, che si trovano a lottare per la sopravvivenza mentre i politici antiliberali si contendono i posti di governo. Basta fare un giro nei circoli liberali per comprendere quanto detto, ove, a detta dell’autore, si dedica “più tempo a spiegare la nascita del populismo che la caduta del liberalismo”, ritenendo piuttosto improbabile che i liberali stessi possano riportare gli elettori dalla propria parte insultandoli e chiamandoli stupidi e incapaci.

Così, mentre la retorica tronfia e moralista continua a far parte del repertorio liberale, i “barbari” sono capaci di vincere le lezioni accendendo la politica della paura, del risentimento e della vendetta. “Non si vedono segnali che facciano pensare che le politiche liberali torneranno in auge nei prossimi decenni presso gli elettorati d’Europa. […] Le deficienze del liberalismo sono stati errori accidentali o pecche strutturali della dottrina liberale?”, sono le domande che Zielonka pone in questo pamphlet scritto sotto forma di una lunga lettera indirizzata al maestro Dahrendorf, sulla traccia di “Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia” di Edmund Burke.

L’autore chiama “miopia liberale” quella di cui soffrono i suoi colleghi, mentre gli insorgenti di tutta Europa si ribellano senza fare distinzione fra “liberali buoni e cattivi”, mettendo nel mirino i loro prodotti: il femminismo, il multiculturalismo, l’aborto, i diritti dei gay, l’ambientalismo. Il liberalismo non è più il difensore delle minoranze contro le maggioranze, è costituito da minoranze – fatte di “esperti” – che dicono alle maggioranze che cosa è meglio per loro.

Dal 1989 il liberalismo è stato una Bibbia per distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato in una società, definendo un’idea di quel che è razionale e appropriato, un’idea di normalità che oggi si cerca di modificare nella sua interezza introducendone un’altra, anche se non è ancora ben chiaro cosa i contro-rivoluzionari vogliano costruire sui resti della rivoluzione liberale. Solo per fare un esempio, chiede l’autore: “Perché i liberali hanno elaborato così numerose teorie sull’integrazione europea e non una sola teoria sulla disintegrazione europea? È come studiare la pace senza studiare la guerra”, non potendo così offrire soluzioni agli squilibri crescenti fra i singoli Stati europei, dove ognuno dei movimenti contro-rivoluzionari ha proprie priorità locali che pare difficile far confluire in una linea unitaria nel più ampio contesto europeo. I liberali hanno inoltre dimenticato che la maggior parte delle virtù della società liberale sono state possibili grazie agli Stati-nazione e che quindi sbarazzarsi delle nazioni potrebbe portare a distruggere i fondamenti stessi della democrazia.

E la “soluzione” finale dell’autore nasce proprio da qui, i liberali – sostiene – per tornare a splendere, dovrebbero ripensare la loro visione della democrazia, del capitalismo e dell’integrazione europea. Non pensare solo agli individui o parlare solo della loro libertà, individuando così la chiave in una sorta di “nazionalismo liberale”, ma abbracciare una nuova visione di repubblica comunitaria che si avvalga degli strumenti digitali nella discussione pubblica. Del resto: “Quelli che continuano a proporre l’immagine di una storia liberale di successo dovrebbero porsi una semplice domanda: se gli ultimi tre decenni di governo liberale hanno ottenuto così grandi risultati, perché tante persone hanno cominciato a odiare i liberali?”.

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Fabrizia Sabbatini


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