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“Red Land – Rosso Istria”, un film scomodo ma sincero

di Graziano Davoli, in Film, Recensioni, del

Arriva come un fulmine a ciel sereno “Red Land – Rosso Istria”, pellicola di esordio del giovane regista argentino Maximiliano Hernando Bruno.

Una pellicola forte, un pugno nello stomaco, un ritratto sincero e intellettualmente onesto, che (nonostante i prevedibili boicottaggi e il silenzio con cui sta venendo distribuito nelle sale) entra a gamba tesa in quella cinematografia italiana sempre più autoreferenziale e provinciale.

La vicenda viene narrata da Giulia, che arrivando a Trieste con la nipote, entra nel Magazzino 18 (dove gli esuli istriani e giuliano dalmati lasciavano le proprie masserizie), e lì trova la bambola che da bambina aveva nascosto.

Lo sguardo si sposta nell’Istria del 1943, seguendo le vicende di due famiglie. Quella di Norma Cossetto, protagonista del film, una ragazza come tante: frequenta il suo innamorato, prepara la tesi di laurea e va in bicicletta con l’amica di sempre, Adria, sorella maggiore di Giulia. Ha una sola “colpa”, essere figlia del comandante della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, nonché ex podestà di Visinada, Giuseppe Cossetto. L’altra è proprio quella della famiglia di Giulia, soprattutto della sorella maggiore Adria e del fratello maggiore Angelo.

Poi l’armistizio dell’8 Settembre. La resa. Detona un ordigno già innescato. L’esercito italiano confuso, smarrito e in balia di quelli che il giorno prima erano i suoi alleati, si sfalda. Chi fugge nel tentativo di ricongiungersi con la propria famiglia. Chi diserta per unirsi ai partigiani jugoslavi di Tito, illudendosi e salutandoli come liberatori. Chi compie la scelta pericolosa di rimanere fedele a Benito Mussolini e alla Germania. Riaffiora la frustrazione delle popolazioni di lingua slava, costrette (dallo stesso Mussolini) ad un’italianizzazione forzata, frustrazione che porta questi uomini e queste donne a cadere nella morsa dei titini, che li manipolano e se ne servono per attuare il proprio disegno di sterminio etnico e ideologico. Emerge il pericolo che corrono le popolazioni italiane e italofone, massacrate dai comunisti titini (jugoslavi e non) pagando colpe non loro, errori commessi da un regime al quale spesso si erano opposte.

La tragedia investe la famiglia di Norma, che per prima sperimenterà la crudeltà dei titini e poi l’orrore delle foibe. Ma ancor più investe la famiglia di Giulia, che si spacca e si distrugge. La sorella Adria si unisce ai titini che lei ed altri (come anche Giorgio, personaggio interpretato dallo stesso regista) salutano come liberatori. Ignorando che i titini jugoslavi se possono servirsi di loro in quanto comunisti, li odiano in quanto italiani e l’unica ricompensa che potranno ottenere sarà solo l’invito a lasciare quelle terre, pena la morte e l’infoibamento, come quegli altri italiani, i fascisti. Il fratello Angelo, invece, rimane l’ultimo disperato barlume di innocenza in mezzo alla barbarie. Una vittima che cerca, con tutte le proprie forze, di combattere eventi molto più grandi.

La storia è contornata da alcuni personaggi significativi: Don Umberto, il parroco del paese, mosso da una fede granitica. Difensore dell’umanità in quanto tale. Baluardo di una provvidenza manzoniana che non arriverà. L’altra faccia della medaglia è il cupo professor Ambrosin (interpretato da un magistrale Franco Nero), che dubita del futuro perché dubita dell’indole degli italiani e della natura dell’essere umano. Il regista gli mette in bocca una battuta così sagace e intelligente che sarebbe potuta scaturire dalla penna di Longanesi: “Gli italiani, un popolo che non perde occasione per brindare o per illudersi che le cose possono andare meglio di prima”. In mezzo a loro, vi è Italo, il matto del villaggio. Un fool shakespeariano (che ricorda Il Matto del “Re Lear”) che presagisce la tragedia, avvertendo dell’imminente arrivo di un mostro, senza occhi né connotati, ma con una gigantesca bocca nera pronta ad inghiottirli tutti.

La cinepresa del regista e gli occhi di Giulia sono due giudici severi, che non assolvono nessuno. Né l’esercito italiano che inizia una caccia spietata al disertore. Né i tedeschi, che non esitano a sparare sui civili inermi. Ma soprattutto i partigiani titini crudeli e spietati. Nel loro disegno di Jugoslavia panslavista e comunista non vi è posto per chi non la pensi come loro o per chi non sia come loro. Non vi è posto per gli italiani (che siano neri o rossi), ma non vi è posto nemmeno per tutti quegli slavi che hanno imparato a convivere in pace con gli italiani e con i quali spesso si sono sposati. A loro è riservata una sorte altrettanto crudele.

“Red Land – Rosso Istria” è un film scomodo ma sincero. Parla di una terra meravigliosa, rossa come la bauxite di cui il terreno è ricco, ma rossa come il sangue degli uomini (a prescindere dalla lingua o dalla fede politica). Una terra dove due culture hanno convissuto in pace e armonia, dall’Impero romano passando per la Repubblica di Venezia, prima che la pace e l’armonia venissero distrutte dall’odio ideologico. Parla di un mostro, senza occhi né volto, solo con una grande bocca nera che inghiotte tutto e tutti.

Graziano Davoli


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