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“Quarto potere”: film da rivedere in tempi di censura Social. E vale anche per Zuckerberg e soci

Avatar di Graziano Davoli, in Atlas - Visioni e Parole, Recensioni, del

Le chiusure di profili operate dai tre grandi colossi della Silicon Valley (Facebook Inc, Twitter e Google) hanno riaperto gli occhi dell’opinione pubblica sull’intramontabile potere dei mezzi di comunicazione di massa. Armi potenti, spesso pericolose se in mani inesperte, in grado di modellare il dibattito pubblico a proprio piacimento, scegliendo gli argomenti e gli interlocutori.

Se ne era accorto benissimo Orson Welles, nel 1939, raccontando “La guerra dei mondi” (di un altro Welles guarda a caso) dai microfoni della Cbs. Un capolavoro della fantascienza interpretato con la gravità e la freddezza di un notiziario ed ecco che nasce la paura, spesso esagerata nella narrazione a posteriori, dell’invasione aliena.

Questa esperienza doveva aver colpito Welles a tal punto che due anni dopo avrebbe dato vita a “Citizen Kane”, uscito in Italia nel 1949 col titolo “Quarto potere”.

La trama è nota: un giornalista cerca di ricostruire la vita del magnate dell’editoria Charles Foster Kane, interpretato dallo stesso Welles, attraverso i ricordi delle persone che gli sono state vicine. Un’indagine scandita da una parola che riecheggia ossessivamente nella mente del protagonista: “Rosabella”.

Nel corso degli anni si è detto a più riprese che Welles si fosse ispirato a William Randolph Hearst, colui che mobilitò l’opinione pubblica americana a favore della guerra contro la Spagna per Cuba e le Filippine (1898-1899). Lo stesso Hearst doveva essersi riconosciuto al punto che trovatosi in ascensore con Welles, in occasione della prima, rifiutò l’invito del regista ad assistere alla proiezione andandosene stizzito. “Charles Forster Kane avrebbe accettato”, fu la risposta del regista.

Ma “Citizen Kane” non è soltanto Hearst. “Il sig. Hearst era abbastanza simile a Kane, anche se Kane non è basato su di lui in particolare.” aveva dichiarato il regista. “Tanta gente ha per così dire ‘posato’ per quel ritratto”. Tra costoro vi fu lo stesso Welles. Perché Kane è un personaggio solo, un uomo che ha passato la vita per ottenere tutto al costo di perdere tutti. Un uomo isolato dalla sua stessa smania di potere. La solitudine di Kane è la solitudine di Welles isolato e marginalizzato da una Hollywood, ieri come oggi, troppo miope per riflessioni e intuizioni così acute e scomode.

L’opera racconta il mondo della comunicazione e dell’arena pubblica con uno sguardo destinato all’immortalità. Gli ingredienti ci sono tutti: il vuoto cosmico di certo giornalismo audiovisivo, il potere di ricatto dei media (e dei tribunali fittizi che nascono intorno ad essi) sulla politica, la vita vissuta attraverso le vite private dei personaggi pubblici divorate con compulsiva avidità, la tirannia di certi editori sulle proprie firme, la tracotanza dei media che incidendo sull’opinione pubblica si illudono di incidere sulla realtà stessa.

Accanto a questo sguardo lucido e incredibilmente attuale, a distanza di 80 anni, Welles confeziona una parabola shakespeariana sulla perdita. Possiamo farci inebriare quanto vogliamo dal potere che deteniamo ma la verità è solo una: esso è un palliativo che assopisce in noi la consapevolezza di essere “umani troppo umani”. Sì, questo vale per Zuckerberg e compagnia cantante.

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Graziano Davoli


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