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No, la storia non è finita e l’ordine liberale è in crisi, secondo Simon Heffer

di Fabrizia Sabbatini, in Libri, Recensioni, del

Se nel 1954 il filosofo tedesco Carl Schmitt dialogava col potere, oggi lo storico britannico Simon Heffer prosegue quella stessa narrazione in “Una breve storia del potere”, un brillante saggio appena pubblicato da Liberilibri. Non è un caso che proprio Carl Schmitt avesse già spiegato diversi decenni prima, con il suo profetico “Terra e mare”, quel fenomeno che oggi chiamiamo Brexit, sostenuto dallo stesso Heffer, schieratosi a favore dello UKIP e del suo leader Nigel Farage.

Se Carl Schmitt spiegava la storia del mondo come quella della lotta delle potenze marittime contro le potenze terrestri e delle potenze terrestri contro le potenze marittime, Heffer ricostruisce la storia e la conseguente evoluzione del potere politico con riferimento a quattro elementi: territorio, ricchezza, religione e ideologia, con delle suggestioni finali su cosa potersi aspettare dal futuro di un mondo la cui storia non è ancora finita, contrariamente a quanto affermato dal politologo statunitense Francis Fukuyama.

Con grande lucidità Heffer interpreta la storia del potere tramite due schemi analitico-politici: realismo e liberalismo – come sottolineato da Lorenzo Castellani nella sua introduzione – contestando l’idea che la storia stia volgendo al termine per la vittoria universale della democrazia liberale sul comunismo ed assumendo una posizione di sintesi fra liberalismo classico e la critica che gli veniva rivolta da autori come Max Weber o il già citato Carl Schmitt.

Il tema principale per l’autore riguarda l’idea del conflitto, che il liberalismo classico tende ad imbrigliare nel giuridico mentre egli vuol dimostrare come questo non possa essere espunto dalla dinamica politica, spiegando così come sia possibile oggi la nascita di movimenti politici sempre più estremizzati in un clima di totale irrazionalità.

Se regole costituzionali, libertà personali e organizzazione statuale possono addomesticare la politica per qualche tempo, non possono certo neutralizzarne gli effetti disordinanti, spiega l’autore, sostanzialmente proseguendo quella narrazione schmittiana secondo la quale molti vedono “solo un disordine privo di senso laddove in realtà un nuovo senso sta lottando per il suo ordinamento”.

Simon Heffer è un realista con approccio liberale e allo stesso tempo eclettico al potere, il suo libro spazia dalla storia delle relazioni internazionali a quella delle istituzioni, dall’economia alla storia delle religioni, dalla personalità degli Stati alle personalità carismatiche che ne hanno animato la politica.

Un dettagliato excursus che va da Gengis Khan a Guglielmo il Conquistatore, da Napoleone a Hitler e Stalin, incontrando Federico il Grande, Bismarck, Giustiniano e passando dall’impero di Roma al primo Reich tedesco.

L’autore affronta in maniera estremamente lucida il problema della degenerazione delle democrazie in totalitarismi ma anche il rapporto politica-religione, la secolarizzazione delle istituzioni pubbliche – passando dal patto con Dio al patto fra cittadini – la relazione tra ordine politico e sviluppo capitalistico da cui dipende oggi l’influenza geopolitica degli Stati.

A far da Virgilio al lettore fra gli infernali gironi del potere non mancano Machiavelli, Hobbes, Nietzsche, Schopenhauer, Marx, pronti a tradurre in categorie filosofiche momenti di collasso politico, depressioni economiche e oppressioni sociali lungo i secoli.

Al centro della narrazione storica di Heffer ci sono le nazioni in quanto costruzione sia fisico-politica che ideologica, inizialmente strutturatesi con il passaggio da città-stato a principati per difendersi da un nemico comune, in alcuni casi originatesi a seguito della difesa di principi religiosi – come nel caso dell’istituzione dell’impero carolingio e del primo Reich – o per impulsi imperialistici, sino alla modernità e al conseguente trionfo della politica ideologizzata, che ha portato, dopo una fase di trionfo del sovranazionalismo come risposta al nazionalismo, alla destrutturazione del primo in favore di un nuovo desiderio di  autodeterminazione invece che di espansione, ad una forma di nazionalismo che l’autore definisce “buono”.

Ma se per l’autore la storia non è finita, essa continua a esporsi a delle sfide mostrando la sua vulnerabilità soprattutto sotto un profilo liberal-democratico. Se infatti una delle basi della fede nella libertà è stata anche la convinzione che essa dovesse prevalere per il funzionamento di un libero mercato e che detto libero mercato fosse il sistema per massimizzare la prosperità di una società, oggi nel libro della storia globale si apre un nuovo capitolo con la crisi dell’ordine liberale e l’insorgere del capitalismo autoritario.

Illuminante a tal proposito una affermazione di Robert Kagan, relativa alla divisione dell’Occidente nei suoi atteggiamenti verso l’esercizio del potere per il futuro: “Una delle cose che divide in modo più netto gli europei e gli americani oggi è un disaccordo filosofico, addirittura metafisico, sulla posizione dell’umanità nel continuum tra le leggi della giungla e le leggi della ragione”.

Fabrizia Sabbatini


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