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“Kedi, la città dei gatti” di Ceyda Torun. Non un docufilm, ma un piccolo capolavoro per “gattolici” e non

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E’ da ieri nelle sale italiane un piccolo capolavoro della regista turca Ceyda Torun: un atto d’amore verso Istanbul, città notoriamente (e felicemente) popolata da gattini e gattoni, che solo un superficiale potrebbe definire “randagi”.

Sono presenze antiche, libere, insieme estranee e familiari, consuete e misteriose, vicine e inafferrabili: che si aggirano, vanno, spariscono, tornano, con regolarità assoluta o con imprevedibili pause, tra caffè, ristoranti, negozi, portoni, mercati, pescherie, ricevendo un po’ da tutti cibo, carezze, attenzioni.

Il film, sfuggendo quasi sempre (direi miracolosamente) al sentimentalismo, racconta storie e caratteri di alcuni micioni: perché ogni gatto è un individuo, c’è quello timido e quello aggressivo, quello silenzioso e quello casinista. Tutti diversi, tutti unici, mai confondibili.

Nel film, ce ne sono per tutti gusti. C’è la gattona pigra e perennemente dormigliona che però, una volta divenuta mamma, si trasforma in una cacciatrice implacabile per sfamare i suoi cuccioli. C’è il gatto “collaboratore” fisso di un ristorante al porto: che si guadagna stipendio e mance, sotto forma di buon pesce, mettendo in fuga i topi. C’è la gatta gelosa, che aggredisce le rivali se si avvicinano al fidanzato. C’è il gatto appena arrivato nel quartiere, e che già pretende di dominarne il territorio. C’è la micia che ha partorito nei pressi di una pescheria, e mostra orgogliosa i suoi
piccoli tesori all’amico umano.

Tecnicamente, la realizzazione di questo film dev’essere stata un’opera di difficoltà immensa: come si sa, “ammaestrare” i gatti è impossibile. Le telecamere, poi, sono gestite in modo magico, assumendo di volta in volta il punto di vista del gatto o quello delle persone che ne parlano.

Ma – tecnicalità a parte – al centro del film c’è una cosa chiamata “vita”: poche concessioni dolciastre o smielate, e invece un racconto umanissimo di come (a due o a quattro zampe) l’esistenza sia aspra, difficile, insidiosa. A maggior ragione, farsi compagnia è una terapia indispensabile, così come riuscire – grazie a un gattino – a stabilire silenziose e profonde connessioni, capire qualcosa in più di noi stessi, medicare le nostre esistenze (tutte, per qualche ragione,
ferite o sgualcite), estrarre da noi stessi tenerezze a volte impensabili, cercare e trovare consolazione.

Andate a vederlo, “gattolici” e non. Sarà un’ora e mezzo ben spesa.

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Daniele Capezzone


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