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Il libro di Hastings sulla guerra del Vietnam che smonta tutte le falsificazioni antiamericane

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Ho Chi Minh divenne un “santino” della sinistra occidentale, ma l’alone di romanticismo che ancora lo circonda è frutto di falsificazioni

A 45 anni dalla sua fine gli americani non riescono a scordare il conflitto vietnamita, anche perché si tratta della prima sconfitta militare subita dagli Stati Uniti. Libri e documenti continuano a uscire e le opinioni su quegli eventi diventano sempre più critiche e divergenti. Tuttavia, contrariamente a quanto potrebbe sembrare, non è affatto facile distinguere con un taglio netto il bene dal male, i buoni dai cattivi come si faceva con molta faciloneria nel periodo della contestazione studentesca in Italia e altrove.

Un ulteriore e prezioso contributo viene ora fornito dal giornalista e storico britannico Max Hastings con il volume “Vietnam. Una tragedia epica” (edito da Neri Pozza). L’autore, noto per aver scritto parecchi bestseller dedicati alla Seconda Guerra Mondiale, conferisce alla narrazione un taglio quasi cinematografico che rammenta le celebri scene di film dedicati al Vietnam come Platoon di Oliver Stone e Full Metal Jacket di Stanley Kubrick.

Hastings chiarisce sin dall’inizio che la narrazione tradizionale – diffusa anche in Occidente – di questa vicenda è falsa. Secondo tale narrazione l’intera colpa di aver scatenato la guerra ricade sugli americani ed è dovuta alla loro politica espansionista e imperialista. Il Vietnam del Nord, vero antagonista degli Usa, sarebbe stato da questo punto di vista soltanto uno Stato che voleva l’indipendenza dell’intero Paese dopo essere riuscito, nel 1954, a sconfiggere la Francia, potenza coloniale che dominava l’Indocina.

In realtà, nota l’autore, il Vietnam del Nord era – ed è tuttora – uno Stato rigidamente totalitario, un regime basato sul dominio assoluto di un Partito comunista che aveva addirittura un carattere stalinista. Dunque, un Paese del tutto simile a quelli del “socialismo reale” dell’ex blocco sovietico. Collettivizzazione forzata, nessuna libertà di stampa, un unico partito al potere senza alcuna alternativa possibile e repressione violenta del dissenso erano le sue caratteristiche principali.

In Occidente si diffuse il mito di Ho Chi Minh (lo “zio Ho”), il leader formatosi a Mosca che, dopo aver scacciato i francesi, desiderava soltanto un Vietnam indipendente e staccato dai blocchi politici della Guerra Fredda. Ma tutto questo è falso, nota l’autore. Ho Chi Minh puntava, sin dall’inizio, a un Vietnam unificato sotto l’egida comunista e stretto alleato della Cina Popolare e dell’Unione Sovietica, come puntualmente avvenne alla fine della guerra.

Anche l’alone di romanticismo che ancora circonda lo “zio Ho” è in buona parte frutto di falsificazioni. Era a tutti gli effetti un rivoluzionario marxista classico. Credeva nelle leggi della Storia che avrebbero inevitabilmente condotto alla vittoria del comunismo mondiale e non ammetteva alcuna forma di dissenso politico e sociale. In Occidente si diffuse anche l’opinione che fosse disposto a conservare l’indipendenza del Sud a patto che diventasse uno Stato neutrale. In realtà l’obiettivo fu sempre quello di un unico Vietnam sotto il regime comunista. “La grandezza del vecchio – scrive Hastings – appare indiscutibile, e ciò era anche dovuto a una certa grazia, un fascino e una dignità che convinsero gran parte del mondo della sua bontà d’animo. In realtà, però, come tutti i rivoluzionari di successo, Ho Chi Minh era di un’efferatezza assoluta, ed è discutibile che avesse qualche capacità di essere compassionevole, viste le sistematiche crudeltà, privazioni e negazioni delle libertà personali che aveva consentito fin dal 1954”.

Esattamente come Mao Zedong, Ho Chi Minh divenne un “santino” della sinistra occidentale, le sue opere tradotte e diffuse da Feltrinelli, i suoi ritratti portati in processione negli innumerevoli cortei che allora percorrevano le strade di Milano, Parigi e di tante altre città europee. Eppure, è sufficiente visitare ad Hanoi – come ha fatto il sottoscritto – il mausoleo in stile staliniano che gli hanno dedicato e fare il giro intorno alla sua salma imbalsamata, per capire le analogie con i mausolei (e relative salme imbalsamate) di Mao in Piazza Tienanmen e di Lenin sulla Piazza Rossa. Origini e radici sono esattamente le stesse. Basta questo per sfatare il mito di uno “zio Ho” solo nazionalista e non comunista.

L’episodio cruciale della guerra vietnamita si ebbe nella notte tra il 30 e il 31 gennaio 1968, quando si celebrava il Tet, il Capodanno vietnamita che è considerato il giorno più importante del calendario locale. Durante le celebrazioni ogni operazione militare, per tacito accordo, si fermava e a tutti veniva concessa la possibilità di festeggiare in pace. Finora era sempre andata così ma, quell’anno, ad Hanoi si pensò altrimenti. Il partito comunista decise di lanciare una grande offensiva nel Vietnam del Sud che doveva coinvolgere piccoli e grandi centri inclusa la capitale Saigon.

Ma fu soprattutto a Hué, l’antica capitale imperiale, che si scatenò l’inferno. Come sempre i nordvietnamiti e i loro alleati vietcong furono abilissimi a dissimulare i preparativi, e la sorpresa risultò totale. In realtà gli americani e i loro alleati del Sud si attendevano un attacco più a settentrione, vicino alla zona demilitarizzata che segnava il confine tra i due Paesi. E il comandante Usa, generale William Westmoreland, continuò a crederci sino alla fine a dispetto dell’evidenza contraria.

Il risultato fu che la scarna guarnigione locale, e un pugno di marines americani, si trovarono ad affrontare una forza nemica di molto superiore che ammontava a ventimila uomini. Nei primissimi giorni di combattimento le richieste di rinforzi non vennero accolte poiché Westmoreland e altri generali ritennero che i comandanti impegnati a Hué stessero esagerando. In realtà gli strateghi di Hanoi avevano concentrato proprio nell’antica capitale imperiale lo sforzo maggiore, pur riuscendo a colpire, con un commando vietcong, addirittura l’ambasciata Usa a Saigon.

La presa di coscienza del comando militare americano fu terribilmente lenta, il che consentì ai nordvietnamiti di occupare quasi per intero la città. Quando i rinforzi cominciarono ad arrivare la situazione lentamente cambiò, ma i marines – addestrati a combattere nella giungla – dovettero affrontare e snidare il nemico casa per casa, un tipo d’azione cui non erano abituati. Hué si trasformò insomma in una sorta di piccola Stalingrado.

Nel frattempo, nordvietnamiti e vietcong condussero una feroce pulizia politica giustiziando sommariamente tutti coloro che erano giudicati vicini al governo di Saigon. E infatti un numero enorme di cadaveri venne alla fine della battaglia ritrovato in numerose e grandi fosse comuni, quasi tutti uccisi con un colpo alla nuca, alcuni seppelliti vivi. Il problema è che gli americani erano seguiti in diretta dalla tv e non nascondevano le loro stragi come quella, celebre, di My Lai. Dei massacri perpetrati dalle truppe di Hanoi, invece, non si sapeva niente perché il politburo del Partito comunista imponeva una rigidissima censura sui mezzi d’informazione.

Da quel punto in avanti gli americani capirono che la guerra era perduta, anche a causa della debolezza dei loro alleati del Sud. Dal libro emerge che gli Stati Uniti riponevano troppa fiducia nella loro enorme superiorità tecnologica, e trascuravano invece il fanatismo ideologico degli avversari. Robert McNamara, Segretario alla Difesa dal 1961 al 1968, prima con John Kennedy e poi con Lyndon Johnson, era un tecnocrate convinto che la guerra potesse essere resa razionale e comprensibile con l’uso delle statistiche. Elaborò quindi il concetto del raggiungimento di “un punto di passaggio critico”: quello del momento in cui i soldati americani avrebbero ucciso più nemici di quelli che i nordvietnamiti potevano rimpiazzare. Di lì in avanti, il Pentagono si aspettava che le forze comuniste si sarebbero arrese, perché sarebbe stata l’unica scelta razionale da fare. Si noti che il generale Westmoreland aderì in pieno a tale visione regolando in base a essa la sua strategia.

Naturalmente non funzionò mai. Negli Stati Uniti ogni singolo caduto contava e, quando le perdite cominciarono ad aumentare sempre più, l’opinione pubblica manifestò una crescente ostilità alla guerra che infine sfociò in aperta ribellione. La leadership di Hanoi e i vietcong non avevano questo problema, poiché non c’era un’opinione pubblica indipendente dal partito e ai dirigenti nordvietnamiti importava in primo luogo il trionfo a prescindere dal numero dei morti sul campo.

La vittoria del Nord, militarmente meritata, non fu tutta rose e fiori come tanti intellettuali del tempo, come Sartre, la dipinsero. Gran parte della popolazione del Sud non voleva vivere sotto un regime comunista per di più duro, qual era quello di Hanoi. E la tragedia dei boat people, circa 800.000 persone in fuga dal quel regime nel Mar Cinese Meridionale, ne è la testimonianza più eloquente. Innumerevoli i morti, che in Italia destarono un’emozione molto minore di quella manifestata oggi riguardo ai migranti nel Mediterraneo. Inoltre, le differenze tra Nord e Sud non sono mai cessate. Chi visita oggi Ho Chi Minh City nota subito che per i locali la città si chiama ancora Saigon, e capita di incontrare persone che non nascondono di aver lavorato con gli americani.

Si aggiunga, infine, che molti giovani vietnamiti oggi si chiedono come sarebbe ora il loro Paese se avesse vinto il Vietnam del Sud appoggiato dagli americani. La risposta più comune è che sarebbe una delle “tigri asiatiche” economicamente sviluppate come Taiwan, Singapore o la Corea del Sud. Una situazione molto complicata, dunque, in cui le ferite della guerra sono ancora vive e la linea divisoria tra bene e male non è più netta e precisa come un tempo. Occorre attendere il 1985 per trovare un presidente Usa disposto a riconoscere che, in Vietnam, gli americani non avevano tutti i torti. Si tratta di Ronald Reagan che affermò: “È giunto il momento di riconoscere che la nostra fu, per la verità, una nobile causa”.

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Michele Marsonet


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