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Il conservatorismo di George F. Will: una Rivoluzione da conservare, “beyond the reach of majorities”

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Ormai quasi sessant’anni fa, veniva pubblicato The Conscience of a Conservative: è unanime, tra gli esperti, il giudizio per cui quel testo ebbe il merito di dare nuova linfa intellettuale alla destra americana, aiutandola a darsi uno statuto autonomo e riconoscibile, distinto da quello del moderatismo centrista o del progressismo liberal. L’autore di quel testo, il senatore dell’Arizona Barry Goldwater, decise di sfidare la corrente e di porsi alla testa di un movimento politico che non avesse vergogna di autodefinirsi “conservatore”. Com’è noto, Goldwater vinse le primarie repubblicane del 1964 (imponendosi sul governatore di New York, il liberal Nelson Rockfeller), ma andò incontro a una catastrofica sconfitta nelle successive elezioni politiche contro il presidente uscente, il democratico Lyndon B. Johnson (che conquistò 44 Stati, contro gli appena 6 di Goldwater).

Perché, dunque, dopo tutto questo tempo, una sconfitta così pesante viene ricordata con così grande orgoglio? Anche qui, è unanime il giudizio per cui Goldwater perse la battaglia per la Casa Bianca, ma non la guerra per l’anima della destra politica americana. Difatti, quest’ultima ripartì da ciò che Goldwater aveva costruito e la straordinaria vittoria di Ronald Reagan nel 1984 fu la vittoria di quei pochi coraggiosi che nel 1964 avevano avuto l’ardire di chiamarsi “conservatori”. Ma sessant’anni dopo quella donchisciottesca esperienza, che vuol dire essere “conservatori”? Se lo è chiesto, nell’appena pubblicato The Conservative Sensibility, George F. Will, probabilmente tra i più celebri (e celebrati) opinionisti e intellettuali conservatori. Non è un caso che Will abbia votato, per la prima volta nella sua vita, proprio per Goldwater nelle presidenziali 1964, né è casuale il fatto che l’opera in recensione sia dedicata alla memoria del senatore dell’Arizona: “Questo libro – spiega il suo autore – scritto in un momento in cui il conservatorismo è, nuovamente, una convinzione senza un partito, è, in parte, un tentativo di fare ciò che tentò Goldwater: ridare vita a una nobile tradizione”. “Conservatorismo” è una parola evocativa, ma anche insufficiente: se è ovvio che essa importi la necessità di “preservare” un qualcosa, non ci dice nulla in ordine all’oggetto di questa “conservazione”. E non qualsiasi tradizione o istituzione del passato, solo perché venerabile, è per questo meritevole di essere “conservata”. Per Will la risposta che un conservatore (americano) deve offrire alla domanda “cosa va preservato?” è “concisa ma illusoriamente semplice”.

La risposta è, per un verso, “concisa”, perché essa può essere sintetizzata nella certezza per cui ciò che va preservato sono gli insegnamenti della Rivoluzione americana, cioè le “per se stesse evidenti verità” consacrate dai Padri fondatori nella Dichiarazione di Indipendenza e nella Costituzione (che, argomenta Will, deve essere interpretata alla luce del primo documento). È, per altro verso, “illusoriamente semplice” perché è necessario assicurarsi che quegli insegnamenti non si riducano soltanto a dell’inchiostro secco su pergamena, ma restino il cuore pulsante del sistema di governo americano. Per Will, quest’ultimo è fondato sulla convinzione per cui prima vengono i diritti degli individui, e poi vengono i governi, i quali – come si legge proprio nella Dichiarazione – “sono istituiti tra gli uomini” al solo scopo di “garantire (secure) questi diritti”. Ed è questa idea a costituire il discrimine tra le due “fazioni” ideologiche americane: da una parte, c’è chi continua a difenderla – i Madisonians (da James Madison, quarto presidente) – e, dall’altra, c’è chi vorrebbe superarla – i Wilsonians (da Woodrow Wilson, 28° presidente). Mentre i Madisonians individuano la fonte dei diritti nella “natura” dell’uomo, i Wilsonians la ritrovano nella legge: per cui, se, per i primi, quest’ultima può solo limitarsi a “riconoscere” i diritti, per i secondi essa può addirittura “crearli”, con tutte le limitazioni che, di volta in volta, si riterranno opportune. Questa visione si riflette sul rapporto tra “democrazia” e “libertà”: per i Madisonians, la prima è un mezzo al servizio della seconda, mentre per i Wilsonians, essa è un fine in sé, per cui non è necessario preoccuparsi dell’uso che ne viene fatto. Ciò spiega perché, a partire dall’inizio del XX secolo (e, cioè, dalla presidenza del loro leader eponimo), i Wilsonians abbiano abbracciato un “maggioritarismo” privo di freni e costrizioni, mentre i Madisonians si siano consolidati intorno all’idea secondo la quale la cultura politico-filosofica americana abbia sottratto – per mutuare le parole di Justice Jackson in Barnette (1943) – “certain subjects from the vicissitudes of political controversy, to place them beyond the reach of majorities and officials”, per affermare che “fundamental rights may not be submitted to vote; they depend on the outcome of no elections”. Questa visione dell’autonomia e della pre-esistenza dei diritti ha, nell’ottica di Will, una serie di ricadute pratiche che qui è possibile solo accennare: il ruolo cruciale dei Tribunali nella tutela delle libertà individuali; la necessità di riscoprire la centralità del Parlamento contro l’eccessivo protagonismo dell’Esecutivo; l’importanza di difendere il sistema di mercato contro le onnipresenti tentazioni dirigistiche.

In conclusione, due ultime riflessioni. La prima è tutta interna alla dinamica americana. George F. Will è, notoriamente, uno dei critici più severi di Donald Trump e del “nuovo” corso del Partito Repubblicano, che ritiene si stia progressivamente allontanando dai valori del “conservatorismo”. Ci vorrebbe un altro e ben più ragionato articolo per affrontare questo tema, ma è chiaro che negli ultimi tempi si stanno registrando frizioni sempre maggiori tra le varie anime della destra americana: per questo motivo, la speranza è che il libro di Will non diventi un esempio di “archeologia intellettuale”. Il “fusionismo” è nel Dna del movimento conservatore d’oltreoceano: rinunciarvi sarebbe un grave errore.

La seconda riflessione è, invece, dedicata al lettore europeo (a noi, cioè). Per Will, “il conservatorismo americano non è solo diverso, ma inerentemente opposto a quello inglese e europeo-continentale. Quest’ultimo enfatizza ciò che è tradizionale e doveroso, con i doveri definiti dagli obblighi verso una collettività organizzata, la comunità. Poiché il conservatorismo americano si fonda sulla libertà individuale, esso promuove l’ordine sociale spontaneo e, di conseguenza, incoraggia l’innovazione”. In altre parole, “i conservatori americani sono i custodi della tradizione liberale classica”. Anche affrontare questo discorso richiede una differente sede, ma vi sono pochi dubbi sul fatto che, mentre il conservatorismo americano è sempre stato associato al liberalismo di Locke e Montesquieu, prima, e di Hayek e Friedman, poi, quello europeo si è spesso definito in opposizione ai principi e gli insegnamenti liberali. D’altronde, in Europa non abbiamo avuto una Rivoluzione, come quella americana, da “conservare”: ma ciò non vuol dire che la dottrina del porre i diritti fondamentali “beyond the reach of majorities” non valga anche per noi; ciò non vuol dire che Goldwater o Reagan non possano essere eroi anche per noi. Leggere “The Conservative Sensibility” dovrebbe aiutarci a capire perché.

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Giuseppe Portonera


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