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I mesi di “Stasi” durante l’emergenza coronavirus

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Il romanzo distopico di Federico Cenci sul totalitarismo sanitario ai tempi del governo Conte

I mesi di emergenza epidemica sono stati per l’Italia un momento di stasi… ma proprio di “Stasi” nel senso vintage della parola: Staatssicherheit, come l’omonimo ministero della Germania Est dedito alla sicurezza dello Stato, e conosciuto con la sigla “Stasi”. In nome dell’allarme coronavirus una cappa di totalitarismo sanitario è calata sull’Italia, accolta da gridolini di approvazione di una parte della società che mentre applaudiva alla chiusura ermetica nelle proprie abitazioni anelava a far parte della eletta schiera di “segnalatori”.

Federico Cenci nel suo agile romanzo distopico “Berlino Est 2.0” (Edizioni Eclettica) ha rievocato in tempo reale questo atmosfera totalitaria mostrando come essa sia stata, soprattutto in Italia, più affine al clima della defunta DDR (il regime in cui una solerte burocrazia di spie viveva “le vite degli altri”) che non alle normali forme reattive di una compiuta democrazia occidentale.

Nella introduzione al romanzo Alessandro Sansoni sottolinea come in Italia una serrata di tipo cinese non abbia suscitato alcuna resistenza da parte dei più, che hanno introiettato la “medicalizzazione dell’esistenza” e con essa “impressionanti restrizioni di diritti civili e costituzionali accettate senza battere ciglio”.

A questo punto è facile prevedere le obiezioni dei “serraglisti”: “Ma cosa volevate? Una strage? Non vi accorgete che il governo chiudendoci in casa ci ha salvato la vita?” In verità avremmo voluto, proprio per evitare una strage che di fatto c’è stata, che l’Italia si fosse comportata come quei Paesi asiatici più vicini geograficamente al colosso cinese, ma meno dipendenti geopoliticamente: un avvertimento del pericolo con riflessi rapidi, un controllo dei flussi, tracciamenti delle catene di contagio, screening di massa, comportamenti pragmatici insomma. Invece, per più di un mese siamo sprofondati in un teatrino di dichiarazioni sardinesche tipo “il vero virus è il razzismo”, “la mascherina della cultura”, “abbraccia un cinese”, tutto ciò mentre l’ambasciatore cinese ci intimidiva se solo provavamo a controllare i flussi o ad applicare quarantene ai runners della Via della Seta che tornavano dagli entusiasmanti festeggiamenti per l’inizio dell’anno del topo.

Alla farsa poi è seguita la tragedia: invece di tener fuori il virus, ci siamo chiusi in casa, con una dinamica simile a quella che porta le società europee a militarizzare le città dopo aver escluso come blasfema ogni seria politica di filtro dei flussi migratori da regioni calde.

La tragedia diventa materia del racconto di Cenci: un ritratto caustico ed efficace di quel che è stato e che ancora è. Federico Cenci ci parla di un’Italia risucchiata in un triste dejà vu da Germania Est in cui il Canale Unico televisivo celebra gli aerei carichi di beni che vengono dalla grande Repubblica sorella della Stella Rossa; in cui gli speaker della propaganda descrivono come satrapo pazzo il premier di oltre cortina dalla capigliatura bizzarra che ha osato mettere in dubbio l’efficacia del nostro sistema.

Nella Berlino Est 2.0 risuonano gli slogan del Mega Partito Unico: “State in casa! È per il vostro bene!” E in un clima sempre più ostile, infestato da delatori, viene considerato traditore chiunque osi mettere il naso fuori dal portone.

I concetti di colpa individuale (in un sistema ideologico in cui l’individuo è aprioristicamente colpevole) si fondono con quelli di confessione ed espiazione: teologia da strapazzo, mentre si assiste alla netta divaricazione tra due prospettive religiose: da un lato una “chiesa digitale” senza sacramenti, che in accordo con il Mega Partito predica astratte formule pacifiste-ecologiste, e una Chiesa delle Catacombe che rischia il manganello o quanto meno la gogna mediatica.

Cenci è bravo nel cogliere in questa lugubre atmosfera l’amalgama di due ondate ideologiche ravvicinate: quella del gretismo prima e della reclusione in stile cinese poi.

La salvezza dal “sistema” viene colta nella capacità dell’individuo di “passare al bosco” (chiara citazione dello Junger anti-totalitario del “Trattato del Ribelle”, “Der Waldgang” nel suo titolo originale), ovvero di rompere a un certo punto la catena delle proibizioni ritagliandosi uno spazio di libertà sempre più vasto ritrovandosi con i propri simili che non hanno rinunciato allo status di liberi cittadini.

Urge però un nuovo romanzo distopico per narrare le follie del post-serraglio: lo scatenarsi nelle città delle tribù dei tagliatori di statue. Anche un bravo autore distopico come Cenci dovrà ammettere che il romanziere è in affanno: la realtà tragicomica dei nostri giorni incalza la fantasia e la sorpassa a sinistra…

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Alfonso Piscitelli


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