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“Geopandemia”: da “guerra virale” a “guerra civile mondiale a bassa intensità”

Avatar di Alfonso Piscitelli, in Libri, Recensioni, del

Leggere il libro di Salvatore Santangelo “Geopandemia” (Castelvecchi editore) proprio nelle ore in cui la Pfizer, con tempistica perfetta 48 ore dopo l’election day Usa, annuncia l’efficacia del suo vaccino, e mentre Israele acquista dalla Russia un milione e mezzo di fiale dello “Sputnik V”, è intrigante. Santangelo, uno dei più brillanti analisti strategici italiani, interpreta la vicenda estenuante del virus venuto dalla Cina nel contesto di una “guerra civile mondiale” a bassa intensità.

Per questo non stupisce il paragone tra la ricerca di un vaccino con la corsa al nucleare durante la Seconda Guerra Mondiale:

Nel settembre del ’41, nei sotterranei dell’Istituto di fisica di Lipsia, una “macchina a uranio” comincia a “sparare” neutroni in eccesso. Gli Alleati sono in ritardo nella gara scientifica e tecnologica: occorrerà attendere il dicembre del ’42, perché Enrico Fermi riesca a innescare una reazione nucleare controllata nella sua “pila” costruita nei sotterranei dello stadio di Chicago, e così prenda il via il “Progetto Manhattan”… per certi versi, oggi si sta riproponendo, attorno alla ricerca del vaccino anti-Covid, un analogo confronto, che polarizza e amplifica quella che sarà la vera competizione del futuro, che ruota appunto attorno alle biotecnologie.

Nello sconvolgimento rappresentato dal coronavirus, la distribuzione di un vaccino affidabile assegnerà uno straordinario punteggio innanzitutto in termini di prestigio alla potenza o al consorzio di potenze che si attribuirà il merito. In tutto ciò l’Italia ha un ruolo centrale, ma non da protagonista, perché proprio la penisola è diventata negli scorsi mesi un “laboratorio” da dove di volta in volta russi e cinesi, poi altri hanno estratto dati utili per una strategia reattiva. Una situazione di passività che imbarazza gli italiani più consapevoli.

Il libro di Santangelo segue i sentieri lungo i quali la “guerra virale” va a sfociare in una “guerra civile mondiale” a bassa intensità. In questo scenario si scontrano globalisti e anti-globalisti.

Il virus è innanzitutto l’occasione per rimodulare le strategie economiche. Santangelo nota come in molti paesi la politica si sia posta con molta rapidità il problema di difendere l’interesse economico nazionale. Santangelo ricorda come il Financial Times abbia raccomandato in un editoriale:

“Riforme radicali – che ribaltino la direzione politica prevalente delle ultime quattro decadi – devono essere messe in agenda. I governi dovranno accettare un ruolo più attivo nell’economia. Dovranno guardare ai pubblici servizi come investimenti piuttosto che debito, e ricercare regole che rendano il mercato del lavoro meno precario”.

Smettere di bollare gli investimenti come debito significa ovviamente andare oltre quel “dogma di Stato” (anzi, di Super-Stato) che ha dominato la Ue dall’inizio del millennio.

Il tanto vituperato Trump, nel momento in cui la marea virale montava, ha dato indicazioni al sistema produttivo che miravano a una pratica riconversione, quasi come in una “economia di guerra”, anzi ha usato articoli di legge che proprio si riferivano a un contesto bellico.

Se ci troviamo in un contesto mondiale di “guerra virale” non si può prescindere da un “patriottismo economico” intelligente, che non evochi i fumi dei vecchi nazionalismi boriosi. Vero è che “nessun Paese (soprattutto quelli più timidi, come l’Italia) può più prescindere dal definire il proprio interesse nazionale”.

Santangelo fa esempi concreti di Stati ben equipaggiati per affrontare le emergenze dell’attualità, Israele ad esempio. Il politologo Henry Rome sul Jerusalem Post ha cercato di definire gli ingredienti della “ricetta israeliana”: peculiari caratteri nazionali, un solido sistema universitario, una continua interazione tra il mondo civile e quello militare e un caratteristico ruolo del decisore pubblico, con lo Stato che fa la parte da leone nel promuovere startup.

Un altro esempio interessante è la Corea del Sud: solo settant’anni fa la Penisola coreana era poverissima, uscita da una durissima occupazione giapponese iniziata nel 1905, e da un terrificante conflitto durato dal 1950 al 1953. La strategia attraverso cui – nel corso degli anni Sessanta – Seul ha gettato le fondamenta del suo successivo sviluppo si è basata su tre elementi: 1) una riforma della struttura economica in grado di conferire al settore pubblico il controllo dei centri nevralgici; 2) la creazione di uno stretto rapporto di collaborazione tra lo Stato e la classe capitalista dominante: non uno statalismo di tipo veterosocialista, ma uno Stato che incoraggia la libera impresa e nello stesso tempo si riserva alcuni asset strategici, soprattutto dà un formidabile impulso alla ricerca. All’impulso pubblico alla ricerca fa da controparte una forte motivazione appresa in famiglia allo studio serio.

La capacità di coltivare talenti con una concezione quasi “sacrale” della istruzione ricorda all’autore proprio l’Italia del Dopoguerra, quella in cui l’orgoglio delle maestranze che da artigianali diventavano imprenditoriali faceva da contraltare alla serietà (e al rispetto) dei maestri di scuola.

Nell’epoca del coronavirus – con la corsa in atto per mettere a punto gli antidoti – un assennato “patriottismo economico” e la priorità accordata a ricerca-e-formazione sono indispensabili per non scivolare nel cono d’ombra della passività. “La globalizzazione non è un pranzo di gala – conclude Santangelo –  ma una serrata competizione per il talento. Ancor di più nel contesto geopandemico”.

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Alfonso Piscitelli


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