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“Diario 1999”, il pessimismo e l’ironia di Valentino Zeichen

di Fabrizia Sabbatini, in Libri, Recensioni, del

“A Roma siamo disinvolti, tradiamo per una cena.”

È il 1° gennaio e il 1999 di Valentino Zeichen inizia con “ripetuti brindisi augurali da molte marche di champagne a casa della pittrice Carla Accardi”, in compagnia di diversi artisti e miliardari fisicamente malandati; c’è anche la Abramovic’ che balla il tango, “il cibo viene dal caffè Rosati ed è pessimo”.

Così Zeichen – scrittore e poeta istriano che ha vissuto fino al giorno della sua morte (2016) in una casa-baracca in via Flaminia a Roma – ci traghetta attraverso il suo Diario 1999 (appena pubblicato da Fazi Editore) in quell’inferno laico che è la mondanità romana. I suoi racconti sono come i frammenti di un moderno Satyricon, la romanità si colora di cene degne d’un Trimalcione, fra nobili decaduti ed ex belle signore, aperitivi in terrazza per brindare al solstizio d’estate, pranzi con amici veterocomunisti e giornalisti internazionali di lignaggio altoborghese, dove fanno la loro comparsa esponenti della cultura e politica romana, ex ministri socialisti, critici letterari dai nomi dannunziani, leader che preferiscono “commensali con quarti di nobiltà, piuttosto che proletari con quarti di bue”, cene alle quali prima di accettare l’invito ci si informa su chi sia il contorno e chi la pietanza principale della serata.

“Diario 1999”
di Valentino Zeichen
Fazi editore (2018)

Quando non è invitato Zeichen invita tutti nella sua casa-baracca, dove ama cucinare per poeti e pittori, editori, critici del cinema e della letteratura. Mentre le tarme gli mangiano i vestiti già di per sé inadeguati alle serate mondane a cui partecipa, presta invece estrema attenzione alla cucina, non lesinando critiche verso gli orrori culinari che gli altri servono ai propri ospiti – riso scondito e vegetariano, tortelli di pesce semicrudi, cosce di abbacchio crude o come “l’amico Nick che durante le cene annuali propina della mortadella d’infima qualità” – per non parlare delle cene organizzate coi poeti “a condizione che si portino il vino”, che finiscono declamando poesie con vizi di fede avanguardistica ed eccessi di whisky.

Diario 1999 è una lunga passeggiata romana, fra presentazioni di libri con Dacia Maraini, cene Dal Bolognese a Piazza del popolo con Luigi Ontani, spettacoli e film fra il teatro Vascello a Monteverde e le “scalcagnate poltroncine del cinema Rialto”, serate a casa di una signora perbene che prima e durante la compilazione della lista degli invitati telefona a tutti secondo un ordine gerarchico e chiede l’avallo dai più in vista fino ai meno visibili, il tutto da concludersi con una passeggiata digestiva da piazza Venezia a via Flaminia, al termine della quale Zeichen, avendone abbastanza, propone di “deitalianizzare la civiltà romana”.

Bastano pochi spaccati sociologici della società romana per comprenderne le motivazioni: “Al compleanno di Edoardo mancavano i coniugi Scalfari, credo indisposti. Avendo loro, di norma, un codazzo di cortigiani al seguito, mi ha stupito come quelli dello strascico fossero tutti presenti, e tutt’altro che afflitti per l’assenza dei loro regnanti. Essendo la società romana del potere politico, giornalistico, manageriale, una società priva di valori, non li sa riconoscere nelle persone, ma solo negli incarichi che queste temporaneamente ricoprono. Ne consegue che l’intercambiabilità delle persone per questo reciproco trattamento ne fa dei fantasmi veri e propri”. Si tratta insomma di quel pubblico che appartiene al generone romano benestante, tipo: “Lo vedi quel trumeau? L’ho pagato 50 milioni, adesso ne vale 200”.

In estate poi, come si conviene a una certa romanità, tutto il baraccone si sposta,ça va sans dire, all’Argentario, dove Zeichen viene ospitato per le vacanze da Gabriella Sica a Porto Ercole o si reca a far visita a Biancamaria Frabotta, stabilitasi per la stagione estiva in una casa colonica a 10 km da Grosseto di 380 milioni, ricevendo i propri ospiti “con un casco coloniale in testa, blusa beige e gonna fino alle caviglie”. Le notti di mezza estate proseguono con l’annuale festa gastronomica promossa dalla Croce Rossa e ospitata nel giardino botanico dei Corsini, dove “ci si esercita preventivamente meditando sulle opere di carità” e “gli introiti della beneficenza vengono spesi in viaggi ricognitivi presso popoli ridotti alla fame e in feste per le debuttanti aristocratiche”. A fine cena si va poi tutti “al convento dei frati passionisti per ascoltare un concerto di Bacalov, con musiche assai digestive”.

Il Diario di Zeichen si articola fra racconti e poesie, concetti appena accennati, brevi appunti sulle cene in programma e i film da vedere (da Almodovar a Bertolucci, passando per Muccino, Fellini, Leconte, Kubrick), mostre di fotografia, premi letterari, viaggi orientali. La sua poesia scava pigramente nell’animo umano, scorgendone le vedute ristrette della sua mentalità, i pensieri su scala ridotta, la superficialità di chi si occupa di cultura in maniera istituzionalizzata. Solo per riportarne un breve stralcio:

“Il ministro della Cultura, Veltroni, ha dispensato ben 70 miliardi in sovvenzioni statali a una decina di film d’insuccesso, i quali ne hanno incassati complessivamente 20. Mi chiedo a quale scopo sperperare il denaro pubblico in imprese culturali insulse ed economicamente catastrofiche. Meglio affidarsi al mercato globale da cui possiamo acquistare buoni prodotti, a un decimo del prezzo occorrente in Italia per produrre questi film velleitari quanto scadenti. Alla cena di stasera molti invocano sovvenzioni alla cultura nazionale, senza accorgersi che questa è un cadavere. L’identità italiana non esiste più”.

Dalle parole di Zeichen emerge un forte pessimismo, smorzato dall’ironia con cui si scaglia contro i quotidiani italiani (in particolare i redattori della sezione cultura del Corriere della Sera) che promuovono dell’ostracismo dei suoi confronti non pubblicandone le poesie, la presunta produzione intellettuale di personaggi come Furio Colombo, il suo funerale letterario a Baricco, la “merce avariata” costituita da piccoloborghesi che vivono di una rendita ideologica indefinita o di idealisti che “non donerebbero uno spillo del loro patrimonio pure essendo pronti a scialacquare idee filantropiche, essendo incontinenti d’ideali”.

Ogni festa però prima o poi finisce e a fine serata restano solo i bicchieri vuoti, la cenere dei sigari toscani, il cerchio alla testa ed è lì che arriva la tristezza, il punto in cui Zeichen con lo stile antilirico dei suoi epigrammi ci colpisce deprimendoci a tratti, quello in cui emergono la paura del futuro – “A quale entità della scala Mercalli è ascrivibile il sisma odierno?” – la scarsa fede nei confronti dell’essere umano, che prima ha provato a superare Dio e poi sé stesso: “pagheremo a Dio multe salate per aver voluto ricreare l’uomo o altre specie imitando la creazione divina” ma anche brevi passaggi in cui lascia intravedere la bellezza malinconica di Roma, città perduta e decadente, i passi leggeri avanzati “in un chiostro d’antiche preghiere peripatetiche sull’Aventino con alberi fradici di pioggia ai lati e aiuole di fresca erbetta intorno”.

Un viaggio lungo un anno in cui Valentino Zeichen ci porta nella sua casa-baracca, nella sua vita in cui non mancano tutti i vizi dell’artista, dagli eccessi alcolici al complicato rapporto con le donne e le loro pretese regolarizzanti, nella miseria concettuale che pervade la mondanità romana e l’umanità tutta. Per riprendere le parole del poeta, “si nasce barbari e si finisce romani”.

Fabrizia Sabbatini


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